Anton Giulio Mancino

"Psichiatria, attrazione fatale"

La Gazzetta del Mezzogiorno  16-6-2004

 

E’ stata una giornata tutta barese quella di ieri dello psichiatra napoletano Ignazio Senatore, che da molti anni si occupa di cinema e terapia. Dopo aver partecipato nella mattinata al municipio di Bitonto al seminario intitolato “La pellicola narrante. Il cinema tra terapia e riabilitazione”, nel pomeriggio a Bari ha presentato alla Feltrinelli il suo ultimo libro “Il cineforum del dottor Freud” (Centro Scientifico Editore, pp 240, euro 14.50). Al seminario coordinato dallo psicologo Pino Guario, hanno partecipato utenti psichiatrici, familiari, operatori della riabilitazione, educatori, psicologi e psichiatri dei vari Centri di Salute Mentale e di alcune strutture riabilitative della provincia di Bari e in particolare i CSM di Modugno e Canosa, le cooperative “Spazi Nuovi”, “ Csise” di Bari, “Temenos” di Bisceglie, “Anthropos” di Giovinazzo-Bitonto e “Minerva “ di Turi. Ed è stata soprattutto l’occasione per sviscerare un tema complesso grazie al contributo di un esperto come Senatore, già autore, prima di questo “Il cineforum del dottor Freud” de “L’analista in celluloide” (1994) e di “Curare con il cinema” (2002), cui abbiamo rivolto alcune domande.

AGM: Dottor Senatore, qual’è la sua opinione sui rapporti tra cinema e psicoanalisi?

Senatore: Innanzitutto occorre distinguere tra cinema psicoanalitico e cinema sulla psicoanalisi. Mi spiego meglio: psicoanalitico è, per intenderci il cinema dei maestri. Il cinema intriso di richiami psicoanalitici, come in Fellini, Wenders, Bertolucic o Lynch. Ha un rapporto con la psicoanalisi indiretto, che riguarda molto la sfera personale degli autori, come nel caso de “La luna” di Bertolucci che, apparentemente è la storia di un ragazzo tossicomane. Ma per Bertolucci è una rappresentazione di sé (cioè il ragazzo drogato), innamorato della figura materna (Jill Clayburg) e bisognoso di ritrovare quella paterna (Tomas Millian). Sulla psicoanalisi è invece quella che il film fa della disciplina l’oggetto della narrazione e che il più delle volte ha come protagonista uno psicoanalista. Penso in questa seconda categoria all’Hitchcock di “Io ti salverò” o al cinema di Bellocchio.

AGM: Pensa che il cinema abbia avuto un approccio scientifico corretto con psicoanalisi e psichiatria?

Senatore: Non necessariamente, nel senso che non credo che il cinema debba essere scientifico. Spesso sono stati i registi con la loro fantasia a insegnarci molto anche la tecnica. I film che sembrano fatti da psicoanalisti non funzionano o sono molto noiosi. Non devono farti vedere necessariamente una seduta. Bunuel al proposito diceva che l’arte allarga l’immaginario, mentre gli psicoanalisti che hanno collaborato con i registi hanno sortito effetti spesso disastrosi, come Fagioli con Bellocchio, oppure Fornari con Nelo Risi in “Diario di una schizofrenica”, un film talmente autoreferenziale che l’ho stroncato nel mio libro. Più che altro la psichiatria aveva nel film un senso storico: era il 68 e si cercava di dimostrare che potesse aiutare davvero e sempre la persona sulla scorta della portata politica della psichiatria democratica di Basaglia.

AGM: Non crede che oggi il cinema abusi della psicoanalisi?

Senatore: Penso che molti film degli ultimi anni ci mettano alla berlina, come ne “Il silenzio degli innocenti”, dove lo psichiatra è un serial killer cannibale. Ma è un bene, perché se il cinema ci rappresentasse come dei taumaturghi creerebbe delle aspettative esagerate nei pazienti. E’ più rassicurante che uno psicoanalista, come nel film, sia presentato come un uomo normale o anormale, con i suoi tic, le sue manie. Freud non amava il cinema, eppure questo ci aiuta a fare dei dibattiti e a spiegare molte cose alla gente.”

Torna alla Homepage »