Blues
1. Introduzione
Un enorme sbadiglio riempì la
mia bocca. Chiusi gli occhi, stiracchiai le braccia e per scaricare la
stanchezza accumulata, feci roteare velocemente la testa, manco fosse un
macinino da caffè. Agguantai i fogli e la stilo ed in un lampo inizai a
scrivere qualcosa. Gettai uno sguardo al di
là del vetro; un signore, per strada, fumava l'ennesima sigaretta. L'aspirava,
nervosamente, tutta d'un fiato, come se non ne conoscesse il sapore.
"Il concetto d'oblio non
compare nel Dizionario di psicoanalisi di Laplanche e Pontalis anche se Freud,
sin dal suo scritto del 1901, "Psicopatologia della vita quotidiana",
cominciò ad occuparsi del fenomeno della memoria e dell’oblio in relazione
alla sintomatologia dei lapsus e degli atti mancati. Il
Padre della psicoanalisi fu il primo a fornire una risposta per quei piccoli
accadimenti della vita quotidiana, come la dimenticanza di un nome, lo
smarrimento di un oggetto o l’errore nel pronunciamento o nella scrittura di
una parola. Dopo aver riportato dei frammenti, tratti da questo mirabile
scritto, citerò quanto lo stesso Freud scrisse nel 1924 nello scritto
"Nota sul notes magico".Nelle conclusioni, mi occuperò della profonda
tristezza che scatta in chiunque voglia trattare il tema del fluire del
tempo..."
L’uomo che era in strada, con
un rapido gesto, facendole fare qualche passo di danza, stritolò la cicca con
la suola di una scarpa. Poi si fermò all'improvviso, come d'incanto; la donna
che gli era accanto gli aveva bisbigliato qualcosa. Fu
una frazione di secondi; l’uomo iniziò a gesticolare ed a parlare ad alta
voce. La donna, dopo aver ritagliato sul suo volto un timido sorriso, con un
tocco elegante e deciso, gli accarezzò il viso; l'uomo, infuriato, senza
salutarla, scappò via. Restai incollato al
vetro della finestra, non so per quanto tempo. Nell'istante che vidi l’uomo
allontanarsi, pensai alla tristezza che quella scena rubata, quasi per caso, mi
aveva messo dentro. Fu forse per questo
motivo che, ritornai alla scrivania e stracciai i miei appunti. La memoria, come
l'oblio , è narrativa ed è fatta di storie, come quelle raccontate nei libri o
nei film. Lo scritto lo chiamerò Blues. E poi adoro la musica ed ho un
debole per il blues.
2. L’oblio in
letteratura
Da "Il
libro del riso e dell’oblio"
"Per liquidare i popoli,
diceva Hubl, si comincia col privarli della memoria. Si distruggono i loro
libri, la loro cultura, la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri,
li fornisce di un’altra cultura, inventa per loro un’altra storia. Dopo di
che il popolo comincia lentamente a dimenticare quello che è e quello che è
stato. E il mondo attorno a lui lo dimentica ancor più in fretta. "
dalle
"Poesie"
Quando ero bambino
vivevo inconsapevole
per raggiungere la memoria
che oggi ho di allora.
Comprendo, adesso,
cosa io fossi un tempo.
La mia vita ora procede
nutrita di finzioni.
Ma in questa prigione
io solo, libro,
leggo il sorriso
di qualcun altro
di colui che io
ero allora.
Da "La
Lentezza"
"C'è un legame segreto
fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio. Prendiamo una situazione fra le
più banali: un uomo cammina per la strada. A un tratto cerca di ricordare
qualcosa che però gli sfugge. Allora, istintivamente, rallenta il passo. Chi
invece vuole dimenticare un evento penoso appena vissuto, accelera,
inconsapevolmente, la sua andatura, come per allontanarsi da qualcosa che sente
ancora troppo vicino a sé nel tempo. Nella matematica esistenziale il grado di
lentezza e' direttamente proporzionale all'intensità della memoria; il grado di
velocità é direttamente proporzionale all'intensità dell'oblio."
Da " L’oblio"
"Possiamo parlare di
questo nuovo lavoro…tratta della morte ? ""Non esattamente, signor
Bolton. Si potrebbe dire che l’argomento è la morte, ma in realtà è l’oblio.
Secondo me la morte ci serve due brutti scherzi : prima la morte fisica, e poi
la morte vera, l’oblio quando veniamo dimenticati. Dalla vita alla morte,
dalla morte all’oblio : entrambi tragitti brevi, signor Bolton. Eppure andiamo
avanti non in una beata ignoranza…dato che la cosa è universalmente nota …
La maggior parte di ciò che facciamo nella vita non mira forse a sconfiggere la
morte ma a sconfiggere questo oblio vagamente intuito. Siamo, temo,
congenitamente immemori. Immemori del fatto che saremo dimenticati…In questo
nuovo lavoro cerco di dimostrare che la felicità consiste nell’accettare
quella che è la vera conclusione del nostro percorso non solo la morte ma l’oblio.
La felicità è possibile. Di questo sono convinta."
Da "Dalla
parte di Swann"
"Una sera d’inverno,
appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di
prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima rifiutai, poi, non
so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti,
chiamati maddalene, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una
conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e
la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un
cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto della
maddalena. Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il
mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me.
Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. E
subito, m’aveva reso indifferenti le vicessitudini, inoffensivi i rovesci,
illusoria la brevità della vita…non mi sentivo più mediocre, contingente,
mortale. Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta ? Sentivo che era
connessa col gusto del tè e della maddalena. Ma lo superava infinitamente, non
doveva essere della stessa natura. Da dove veniva ? Che senso aveva ? Dove
fermarla ? Bevo una seconda sorsata, non ci trovo più nulla della prima, una
terza che mi porta ancor meno della seconda. E tempo di smettere, la virtù
della bevanda sembra diminuire. E’ chiaro che la verità che cerco non è in
essa, ma in me. E’ stata lei a risvegliarla, ma non la conosce, e non può far
altro che ripetere indefinitivamente, con la forza sempre crescente, quella
medesima testimonianza che non so interpretare e che vorrei almeno essere in
grado di richiederle e ritrovare intatta, a mia disposizione ( e proprio ora ),
per uno schiarimento decisivo. Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca
a lui trovare la verità…retrocedo mentalmente all’istante in cui ho preso
la prima cucchiaiata di tè. Ritrovo il medesimo stato, senza alcuna nuova
chiarezza. Chiedo al mio spirito uno sforzo di più…ma mi accorgo della fatica
del mio spirito che non riesce; allora lo obbligo a prendersi quella distrazione
che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a rimettersi in forze prima di un supremo
tentativo. Poi, per la seconda volta, fatto il vuoto davanti a lui, gli rimetto
innanzi il sapore ancora recente di quella prima sorsata e sento in me il
trasalimento di qualcosa che si sposta, che vorrebbe salire, che si è
disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma sale, lentamente;
avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi percorsi…All’improvviso il
ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di maddalena che a
Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua,
zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio…."
dall’"Odissea"
"Il decimo giorno
approdammo alla terra dei Lotofagi, i mangiatori di loto...Non tramarono morte
ai miei compagni, i Lotofagi, anzi offrirono loro da mangiare del loto. E quelli
che mangiarono il dolce frutto non volevano più ritornare a dare notizie,
volevano invece restare là insieme ai Lotofagi, a mangiare loto, dimenticando
il ritorno…"
Da " Cent’anni
di solitudine "
"Una notte, verso l’epoca
in cui Rebeca guarì dal vizio di mangiare terra e fu portata a dormire nella
stanza degli altri bambini, l’india che dormiva con loro si svegliò per caso
e sentì uno strano rumore intermittente in un angolo. Si alzò a sedere,
spaventata, credendo che fosse entrato un animale nella stanza, e allora vide
Rebeca nella poltroncina a dondolo, col dito in bocca e con gli occhi illuminati
come quelli di un gatto nel buio. Paralizzata dal terrore, afflitta dalla
fatalità del suo destino, Visitacion riconobbe in quegli occhi i sintomi della
malattia la cui minaccia li aveva costretti, lei e suo fratello, esuli per
sempre da un regno millenario del quale essi erano i principi. Era la peste dell’insonnia.
Cataure, l’indio, non attese l’alba per andarsene. Sua sorella rimase,
perché il suo cuore fatalista le suggeriva che la malattia letale l’avrebbe
inseguita in ogni modo fin nell’ultimo angolo della terra. Nessuno capì la
trepidazione di Visitacion. "Se non dormiremo, tanto meglio, " diceva
José Arcadio Buendìa, di buon umore. "Così la vita ci renderà di più.
"Ma l’india spiegò loro che la cosa più temibile della malattia dell’insonnia
non era l’impossibilità di dormire, dato che il corpo non provava alcuna
fatica, bensì la sua inesorabile evoluzione verso una manifestazione più
critica: la perdita della memoria. Significava che quando il malato si abituava
al suo stato di veglia, cominciavano a cancellarsi dalla sua memoria i ricordi
dell’infanzia, poi il nome e la nozione delle cose, e infine l’identità
delle persone e perfino la coscienza del proprio essere, fino a sommergersi in
una specie di idiozia senza passato…Nel frattempo, per una negligenza che
Josè Arcadio Buendia non si perdonò mai, si continuavano a vendere nel
villaggio gli animaletti di caramello fabbricati in casa. Bambini e adulti
succhiavano beatamente i deliziosi galletti verdi dell’insonnia, gli squisiti
pesci rosa dell’insonnia e i teneri cavallini gialli dell’insonnia, di modo
che l’alba del lunedì sorprese sveglio tutto il villaggio…Quando Josè
Arcadio Buendia si accorse che la peste aveva invaso il villaggio, riunì i capi
famiglia per spiegar loro cosa sapeva sulla malattia dell’insonnia, e fu
deciso di adottare delle misure per impedire che il flagello si propagasse ad
altre popolazioni della palude…Fu Aureliano che concepì la formula che li
avrebbe difesi per parecchi mesi dalle evasioni della memoria. La scoprì per
caso… Un giorno stava cercando la piccola incudine di cui si serviva per
laminare i metalli, e non si ricordò del suo nome. Suo padre glielo disse:
"tasso". Aureliano scrisse il nome su un pezzo di carta che appiccicò
con la colla sul piede dell’incudine : "tasso". Così fu sicuro di
non dimenticarlo in futuro. Non gli venne in mente che quella poteva essere la
prima manifestazione della perdita della memoria, perché l’oggetto aveva un
nome difficile da ricordare. Ma pochi giorni dopo scoprì che faceva fatica a
ricordarsi di quasi tutte le cose del laboratorio. Allora le segnò col nome
rispettivo, di modo che gli bastava leggere l’iscrizione per riconoscerle.
Quando suo padre gli rivelò la sua preoccupazione per essersi dimenticato
perfino dei fatti più impressionanti della sua infanzia, Aureliano gli spiegò
il suo metodo, e Josè Arcadio Buendia lo mise in pratica in tutta la casa e
più tardi lo impose a tutto il paese. Con uno stecco inchiostrato segnò ogni
cosa col suo nome: tavolo, sedia, orologio, porta, muro, letto, casseruola.
Andò in cortile e segnò gli animali e le piante : vacca, capro, porco,
gallina, manioca, malango, banano. A poco a poco, studiando le infinite
possibilità del dimenticare, si accorse che poteva arrivare un giorno, in cui
si sarebbero individuate le cose dalle loro iscrizioni, ma non se ne sarebbe
ricordata l’utilità. Allora fu più esplicito. Il cartello che appese alla
nuca della vacca era un modello esemplare del modo in cui gli abitanti di
Macondo erano disposti a lottare contro la perdita della memoria: Questa è la
vacca, bisogna mungerla tutte le mattine in modo che produca latte e il latte
bisogna farlo bollire per aggiungerlo al caffè e fare il caffellatte…Fu Pilar
Ternera che contribuì in massimo grado a polarizzare questa mistificazione,
ideando l’artificio di leggere il passato nelle carte come prima aveva letto
il futuro…"
Da "Funes,
o della memoria"
"Ireneo cominciò con l’enumerare,
in latino e in spagnolo, i casi di memoria prodigiosa registrati dalla Naturalis
historia : Ciro, re dei persiani, che sapeva chiamare per nome tutti i soldati
del suo esercito; Mitridate Eupatore, che amministrava la giustizia nelle
ventidue lingue del suo impero; Metrodoro che professava l’arte di ripetere
ciò che fedelmente aveva ascoltato una sola volta…Mi disse: "Ho più
ricordi io da solo, di quanti non ne avranno avuti tutti gli uomini insieme, da
che mondo è mondo"…Mi disse che verso il 1886 aveva scoperto un sistema
originale di numerazione e in pochi giorni aveva superato il ventiquattromila.
Non l’aveva scritto, perché d’averlo pensato gli bastava per sempre…"
3. L'oblio
nel cinema
Da
"Compagna di viaggio" *
"Ho un piccolo problema
che non riesco a risolvere. Si tratta di mio padre. Adesso ha una certa età…Da
quando ha lasciato l’università ha cominciato ad avere degli strani
comportamenti. Spesso si dimentica il nome delle persone, a volte esce senza
chiavi. Ieri ha preso l’autobus e si è scordato la via del ritorno…Mio
padre è un uomo molto indipendente e non gli piace di essere di peso… Vorrei
che quando lui esce la mattina, per fare la sua passeggiata, tu lo seguissi…
Non lo devi impedire. Tu devi solo seguirlo senza farti vedere e se si perde mi
devi avvertire.."
Chi parla è la figlia di
Cosimo Giusti, un anziano professore di filologia, ormai minato dalla senescenza
e dall'oblio. Cora, un’intraprendente
ragazza accetta l’incarico di seguire il professore nelle sue afinalistiche
peregrinazioni. Per lungo tempo, i due
"compagni di viaggio" non si scambiano neppure una parola e Cora si
limiterà a comunicare, diligentemente,
alla figlia gli spostamenti del padre. Ma
con il tempo, dopo averlo scrutato, penetrato, trapassato con i suoi occhi
vigili ed attenti, cercherà un "contatto"
con l’anziano professore. Ma tutto risulterà vano perché l’uomo è
altrove, in un luogo dove a tutti è negato
l’accesso. La reazione della ragazza sarà improvvisa e decisa; dal momento
che lei non "esiste" per quest’uomo
lo abbandonerà al suo destino. Nel corso della narrazione i "due compagni
di viaggio", si
"incontreranno", sul finire del film, quasi per caso. Sarà lui, a
presentarsi per primo e a "palesare"
a Cora le sue crepe cognitive, confessandole di non ricordare neppure quanti
anni ha: "Ne ho 73 o forse 69 …"
E come non ricordare la scena nella quale, l’uomo, sempre elegante e distinto,
appare a Cora trasandato e dimesso? Quando
lei, gli chiederà come mai non ha più la cravatta, l’anziano professore,
le confesserà, con disarmante semplicità: "Non me la so più mettere…". Del Monte nel dirigere questo film, tenero e
pulsante, è impietoso nel raffigurare il lento ed inesorabile declino
di un uomo che è affetto dal Morbo di Alzheimer. Non è forse un caso che
l'anziano professore protagonista del film,
come filologo si occupava "dei concetti che sfioriscono nel tempo". Il
regista in questa pellicola, non confeziona una trama caramellosa e a lieto fine
ma con il suo sguardo disincantato ci mostra quello che è uno dei nostri
possibili destini; sfiorire, dimenticarsi di sè ed entrare nell'oblio.
Articolo pubblicato sul volume
"La malattia di Alzheimer" (a cura di Ferdinando Pellegrino) - Carocci
Editori (2001)
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