Caterina Caravaggi
“La libertà” - 18-04-2004
“Senatore e il cinema visto dal dottor Freud”
Ignazio Senatore, psichiatra e psicoterapeuta, ha una grande passione per il cinema e, in particolare, in linea con la sua professione, per i film che raccontano storie con una forte attinenza con il regno della psiche. Su questa passione, Senatore ha già pubblicato due libri: “L’analista in celluloide” e “Curare con il cinema”. Oggi alle 17 alla Libreria “Fahrenheit 451” Senatore presenterà il suo ultimo libro “Il cineforum del dottor Freud” (Centro Scientifico Editore) con cui propone cento schede di film, raggruppate in diversi capitoli in base al loro diverso risvolto psicologico, oltre ad alcuni percorsi filmografici, a interviste a registi e ad attori e a un’antologia di frasi cult di famosi registi.
D: Perché questo titolo?
R: Perché rimanda a un cinema militante, al cinema d’essai di un tempo, e ho citato Freud perché io sono uno psichiatra e quindi i film di cui si parla nel libro sono riletti da uno psichiatra. Va detto però che non propongo una lettura psicoanalitica di tutti i film, perché la ritengo un’operazione molto poco cinematografica.
D: Quindi il libro a chi si rivolge? Agli psicoanalisti o ai cinofili?
R: A un pubblico vario. Anche a psichiatri e psicoterapeuti, perché ci sono molti film sul manicomio, sugli psichiatri che rimandano a un orientamento psicoterapeutico.
D: I 100 film da lei schedati sono in gran parte film poco conosciuti di registi “minori”. Perché questa scelta?
R: Perché mi rivolgo con questo libro a chi vuole farsi una piccola videoteca di capolavori, o a chi non intende vedere solo quei film che non lasciano traccia nell’anima umana.
D: In comune questi film hanno il forte risvolto psicologico della storia narrata e dei personaggi. La riuscita di un film, dal suo punto di vista, è data dall’approfondimento di questo aspetto?
R: Si, ma non solo. Perché tra i cento film che ho analizzato ci sono anche film che hanno un taglio psicologico, ma non solo quello: sono bei film, con grandi interpretazioni, ottima ambientazione, taglio registico particolare. Non sono storie di psicopatogia della vita quotidiana, anzi ci sono pure film che con la psicopatologia hanno poco a che fare, per lo meno con quella psicopatologia del folle a cui si pensa continuamente.
D: Tornando a Freud, lei scrive che non amava affatto il cinema. Perché?
R: Freud non amava tutta una serie d’invenzioni, dalla radio alla macchina da scrivere. Per quanto riguarda la sua avversione per il cinema, di cui parlo nel libro, lui rimbrottò i suoi discepoli Sacks ed Abraham perché accettarono di collaborare alla sceneggiatura de “I misteri di un anima” di Pabst, film divulgativo sulla psicoanalisi, perché temeva che il cinema potesse volgarizzare la psicoanalisi, proprio nel momento in cui lui cercava di dare una sistematizzazione scientifica a quella che a quel tempo veniva ancora vista come una teoria di un ebreo viennese che non aveva nulla di scientifico. Freud voleva entrare di diritto nella storia della scienza e il cinema allora era ancora uno spettacolo popolare e plebeo, al quale l’alta borghesia non partecipava.
D: Adesso, invece, il cinema ha acquistato una dignità scientifica?
R: Adesso il cinema è uno strumento anche didattico, che viene utilizzato all’università con gli studenti, o nei convegni di psichiatria, dove a volte i soggetti cinematografici vengono introdotti come tema del convegno,e con altre modalità.