Claudio G. Fava
Genova, 16 -4-2004
E’ un libro che ho sfogliato con molta attenzione. E’ un libro sui rapporti tra il cinema e la psichiatria. Ci sono 100 film e sono analizzati e ricostruiti in funzione di ciò che hanno di pertinente all’inquietudine della mente umana. Innanzitutto trovo molto divertente i titoli della parte delle schede; l’analfabetismo affettivo, i balbettii dell’anima, le crepe della mente, gli impercettibili smottamenti dell’anima, lo sgocciolamento del cuore, i graduali spostamenti del piacere…e trovo abbastanza divertenti le parole dei registi e le frasi da film. E’ evidente che ogni film è la psicoanalisi dell’autore. Se Flaubert era Madame Bovary, molti personaggi bergmaniani sono Bergman e molti personaggi gordiani sono Ford, cioè proiezioni assolute dell’autore, cosa tanto mirabile quanto è più difficile proiettare se stessi attraverso un film che non è un libro e lo dice la parola stessa. Il film è un’operazione molto complessa, miracolosamente complessa, attraverso la quale una persona riesce a trasferire delle immagini su uno schermo, filtrandole attraverso un lavoro collettivo di molte persone (fotografi, manovali, attrezzisti…) Chi ha visto girare un film sembra che sul set non facciano niente perché sono sempre fermi…Infiniti film ( Otto e mezzo, Effetto notte…)hanno cercato di restituire questa complessità magmatica, maniacale, minuziosa ed un po’ disseminata che è, in fondo, la fabbricazione di un film. Un film che è un atto onirico per eccellenza diventa un sogno mentre lo si fa. E, infatti, è difficile pensare a qualcosa cha sia più vicino ala psicoanalisi e alla psichiatria che è un film. Pensa, infatti, a quello che è “La finestra sul cortile”…C’è tutto; la frequentazione di un cinema di quartiere, il percorso narrativo di un lungo sogno, è un giallo…e tutto questo si esprime attraverso l’immagine con questa ossessione visiva che riesce a restituire la reale collocazione mentale della vita nella testa di quello che la vive. Non è un caso che tutto questo avvenga attraverso un film e che questa specie di grande lettura dell’animo umano, perché alla fine di questo si tratta, di quella capacità di autoipnosi che è proprio del cinema. Vorrei chiudere, dicendoti che le frasi di registi che hai citato mi sono piaciute moltissime, specialmente quelle di Bunuel, Bergman ed Hitchcook.