Estasi di un delitto

 

1. Introduzione

 Da anni amo declinare i temi cari alla psichiatria utilizzando come pre-testo le pellicole cinematografiche. I cinefili più incalliti, del resto, avranno già intuito che il titolo della relazione è già una chiara citazione ad un film omonimo del periodo messicano del grande Maestro del cinema Luis Bunuel. I volumi che ho scritto sui rapporti tra cinema e psiche mi faranno da guida per questa mia breve escursione sul tema e fungeranno da breve introduzione al collage cinematografico che proietterò nella seconda parte della relazione.

 

 a)  L’indagine peritale

Nel volume “L’analista in celluloide” dopo aver analizzato come lo psichiatra è messo alla berlina sullo schermo, citai in una serie di pellicole dove lo “strizzacervelli” era impegnato in un’indagine peritale. Tra le pellicole citate “Analisi finale”,Basic instinct”, “La casa dei giochi”,“Love Kills”,“Mood indigo- Mente criminale”,“Mr. Jones”,“Pazza”,“Rain man”,“La visione del Sabba”.

Le conclusioni che trassi al tempo furono che l’indagine peritale funge spesso da sfondo alla vicenda e viene utilizzata, spessa, come mero espediente narrativo per ammantare di un po’ di suspense la trama narrativa. Nella maggioranza dei casi, gli “analisti in celluloide” che compaiono nelle aule di un tribunale non mostrano né una grande capacità clinica, né un’adeguata preparazione tecnico-giuridica. Il collage cinematografico illustrerà alcuni frammenti tratti da questi film e mostrerà come, anche negli anni successivi, l'analista in celluloide impegnato nell'indagine peritale, ricalcherà questo seriale e ripetitivo clichè.

 

b) L’investigazione psicoterapeutica

In “Curare con il cinema” fui tentato dall’idea di analizzare come, all’interno del setting terapeutico, si è spinti a ricostruire la storia del paziente. Quali sono gli “indizi” che si ricercano, quali le strategie per giungere allo "svelamento" delle origini della sua sofferenza?

Nel capitolo “Sherlock Holmes o Philiph Marlowe?  Appunti sull’investigazione in psicoterapia”  descrivevo, per l’appunto, due modalità opposte di intervento. Quella più razionale e “scientifica” presa a prestito dall’infallibile segugio nato dalla penna di Conan Doyle e quella antitetica del poliziotto privato creato da Raymond Chandler. Due detective infallibili ma che rimandano, naturalmente, a dei modelli d'interpretazione del funzionamento della mente, assolutamente diversi tra loro. Il richiamo ad un certo tipo d'investigazione terapeutica c'introduce, in qualche modo, in quell'area ricca di fascino e di mistero che avvolge, spesso, crimini, delitti e gli altri misfatti.

 

c) Crimine e delitti

Nel mio ultimo volume “Il cineforum del dottor Freud” ho schedato cento film. Le pellicole che ho selezionato rispondevano non solo a dei criteri estetici (sono dirette tutte da grandi Maestri del cinema) ma sono state selezionate, in virtù della loro straordinaria attinenza con le problematiche psicologiche e psichiatriche.

Per ragioni d'opportunità, mi limiterò a riassumere brevemente la trama di alcune delle pellicole citate nel volume e le cui costruzioni narrative lambiscono i territori cari al crimine ed al delitto.

In “Dietro la porta chiusa” Celia (Joan Bennett) nel corso di un viaggio incontra Mark Lamphere (Michael Redgrave) e lo sposa. Nel corso del viaggio di nozze l’uomo rivela alla sua giovane moglie la sua vecchia passione: “Colleziono camere felici. La mia tesi è che il modo come una casa è fatta determina ciò che accade in essa.”. Terminato il viaggio di nozze, la coppia ritorna a casa e nel corso di un ricevimento, Marck mostra agli invitati le sue “camere da collezione” (stanze che si svelerà erano state tutte testimoni d’efferati delitti compiuti da uomini che avevano ammazzato la donna amata) ma non un’ultima stanza (la numero sette) da lui tenuta gelosamente sotto chiave. Celia, insospettita, scopre che la stanza “proibita” è la copia della loro camera da letto e (come era accaduto in precedenza alla prima moglie) che sarebbe stata la prossima vittima. In un finale ricco di colpi di scena, Celia lo aiuta a rivivere il trauma che ha condizionato la sua vita.

Ne “La donna del ritratto” il professor Richard Wanley, (Edward G. Robinson) è affascinato dalla bellezza di una donna, ritratta in un dipinto. Dopo aver cenato con gli amici, si accomoda in poltrona e s'immerge nella lettura di un libro. Uscito dal club incontra, per caso, la modella del quadro (Joan Bennett) e dopo aver accettato le lusinghe della donna, va a casa sua, dove irrompe l'amante della donna. Il professore, per legittima difesa, lo pugnala alle spalle. Successivamente, con la complicità della donna, si sbarazza del cadavere. Dopo una serie di colpi di scena, il professore, certo ormai di essere stato scoperto, ingerisce degli psicofarmaci per togliersi la vita. E mentre la macchina da presa zoomma sul suo volto si scopre che tutta la storia non era altro che un suo incubo/sogno.

In “Follia” Philiph Monrel (Robert Montgomery) sposa Stella Bergen (Ingrid Bergman) ma corroso dalla gelosia è convinto che sua moglie sia innamorata di Hugo (George Sanders) suo vecchio compagno d’università. Philiph cerca dapprima di ammazzare il rivale, poi la moglie ed infine si uccide, lasciando che il suo odiato nemico sia incolpato del delitto. L’happy-end finale svelerà l’oscuro segreto che assaliva Philiph.

Ne “Il gabinetto del dottor Caligari” uno strano personaggio, il dottor Caligari esibisce alla fiera Cesare, un sonnambulo che predice il futuro. Nel corso del racconto si scopre che l’ipnotista, completamente folle, manipola la mente del sonnambulo per mettere in atto le proprie vendette. Ma quando Caligari ordina a Cesare di uccidere una donna, quest’ultimo, rapito dalla bellezza della fanciulla, non obbedisce agli ordini e si limita a rapire la donna. Sul finale del film scopriamo che il racconto non è altro che il delirio di un paziente, in camicia di forza, ricoverato in un manicomio diretto dal dottor Caligari.

In “Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, il capo della sezione omicidi (Gian Maria Volontè) uccide l’amante, la magnetica e sensuale Augusta Terzi (Florinda Bolkan), disseminando volontariamente d’indizi il luogo del delitto. Gli investigatori brancolano nel buio. Ed è allora che l’insospettabile” funzionario, mosso dalle proprie spinte autopunitive, orienta i colleghi sulle sue tracce. Dopo un’indagine “accurata”, nessuno lo accuserà del delitto.

Ne Il manuale del giovane avvelenatore” il quattordicenne Graham (Hugh O'Connor) si cimenta tra ampolle ed alambicchi, con scarsi risultati. Per vendicarsi delle angherie subite dai suoi genitori, somministra loro, quotidianamente, delle velenose pozioni a base d’antimonio e di tallio (“veleno incolore, insapore, inodore, introvabile”). A farne le spese è dapprima Molly, la sua odiata matrigna ed infine, suo padre. Scoperto, è internato in un manicomio giudiziario. Grazie alla spiccata intelligenza, Graham é scelto da uno psichiatra (il dottor Zigler) per un progetto terapeutico, orientato al recupero dei giovani internati. Riottenuta la libertà, dopo otto anni di carcere, Graham s’impiega come magazziniere in una fabbrica di materiale ottico che, per ironia della sorte, utilizza il tallio per la lavorazione delle lenti. Per chi voleva diventare il più grande avvelenatore che il mondo avesse conosciuto, non c’è scampo; Graham, non potendo resistere ai propri impulsi omicidi, stermina i compagni di lavoro che si sono mostrati ostili nei suoi confronti. Scoperto, è rinchiuso nuovamente in carcere e prima di impiccarsi, affida ai posteri il suo diario.

Ne “L’occhio che uccide” Mark Lewis (Carl Boehm) è un giovane cine-operatore che lavora presso degli studi cinematografici.. Degli “strani”delitti funestano la città e le vittima sono ritrovate dalla polizia con gli occhi sbarrati dal terrore. Una ragazza Helen, che vive nel suo stesso palazzo è attratta da quest’uomo schivo e riservato. I due iniziano a frequentarsi ed Helen nota che Mark possiede un’infinità di nastri videoregistrati. E quando gli chiede di poter vederne qualcuno, Mark le confessa di essere l’omicida delle giovani vittime e di filmarle prima della loro morte: grazie ad una lama montata inserita nella gamba del treppiede della sua cinepresa, mentre le uccide, le costringe a vedere (grazie ad uno specchio) la propria morte. Braccato dalla polizia, in una scena da antologia, Mark decide di suicidarsi e di filmare la propria morte. 

In “Repulsion” Carol Ledoux (Catherine Deneuve) è una giovane manicurista che si scompensa non appaena la sorella parte per un viaggio in Italia. In preda a delle terrificanti allucinazioni visive Carol uccide prima Colin (il suo spasimante) e poi il padrone di casa.

In “Rosso d’autunno” i coniugi Warren sono  accoltellati selvaggiamente nella loro camera da letto. La polizia scopre che gli unici testimoni del delitto sono i figli della coppia; Tim (Ben Faulkner) un bambino autistico e Silvie (Liv Tyler) un’affascinante e sensuale adolescente. Il dottor Jack Reiner (Richard Dreyfuss) uno psichiatra, ormai in pensione ed esperto d’autismo infantile. Si prenderà cura del bambino e scoprirà che Silvie (abusata da anni dal padre) lo aveva ammazzato perché l’uomo aveva violentato anche il piccolo Tim; la ragazza (ritenendola complice) non aveva risparmiato neanche la madre, accorsa in seguito sul luogo del delitto. Nell’immancabile happy-end finale, Tim “guarirà”, riacquistando l’uso della parola.

Ne “La scala a chiocciola” un serial killer sceglie come vittime ragazze affette da infermità fisiche. Helen (Dorothy McGuire) è una ragazza muta e fa da governante ad una vecchia aristocratica signora che, vive in casa i suoi due figli: Stephan e Warren (George Brent). Nel corso della narrazione si scopre che il professor Warren è il responsabile degli efferati delitti. Helen cerca di trovare una via di fuga ma é salvata dall’anziana signora che uccide suo figlio. L’happy- end ci regala la guarigione “catartica” di Helen che riacquista la voce.

Ne “Lo specchio scuro” un medico è pugnalato al cuore e le due gemelle Collins (Olivia de Havilland) sono accusate del delitto. Uno psichiatra, il dottor Scott Elliott (Lew Ayres) si propone di sottoporle ad una batteria di test psicologici. Al termine della valutazione il dottore formula la diagnosi: Ruth è una ragazza semplice e buona; Terry è la responsabile del delitto. Sul finale del film, la gemella “cattiva”, sarà smascherata.

In “Transfert pericoloso” Antoine Rivière (Daniel Auteil) è uno psicoanalista di successo.  Edouard Berg, (Patrick Timsit) uno dei suoi pazienti, nel corso di una prima seduta gli confessa di aver ammazzato la moglie. Antoine, reputandolo un "mitomane", lascia cadere nel vuoto le minuziose e macabre descrizioni che il paziente gli fornisce sull'accaduto. Il diabolico signor Berg, avendo intuito che ogni tentativo di convincere il suo analista è vano, “passa all’atto”. Dopo un drammatico faccia a faccia, verrà ucciso, per "legittima difesa" dallo psicoanalista.

 

Conclusione

Giunto al termine di questo mio breve excursus filmico, non mi resta che proporre un collage cinematografico composto da alcune delle scene più significative dei film, analizzati nel mio ultimo volume e non citati in questa mia breve carrellata. Lo spettatore potrà gustarsi delle scene tratte da “Angoscia”,La casa dei giochi”, “Gattaca”, “Lantana”,Occhi senza volto”, “Omicidio nella mente”,“La strada scarlatta”, “Uscita di sicurezza”, “The unsaid”.

Prima di dare il via alle immagini, devo però svelare la trama del film da cui ho preso a prestito il titolo della mia relazione.

Il film si apre con la voce fuori campo del protagonista Alejandro de la Cruz (Ernesto Alonso) che, sta confessando ad un ispettore di polizia gli infami delitti di cui si è “macchiato”. Un flashback ci riporta indietro nel tempo. Alejandro è un bambino vispo e vivace. La madre deve andare a teatro con il marito e per tenere a freno i suoi capricci, gli permette di giocare con il suo prezioso carillon. La donna, inoltre, suggerisce alla governante di raccontargli una favoletta sulla storia di quella scatola "magica". La ragazza, su due piedi, inventa un’inquietante racconto:

"C'era un mago. Un giorno donò la scatola al re che aveva un sacco di nemici, di cui voleva liberarsi. Il mago gli disse: Ogni volta che farà suonare questa scatola, morirà uno dei tuoi nemici."

Il giovane Alejandro appare turbato da quanto ha appena ascoltato e commenta tra sé e sé:

"La favola mi aveva fatto una grande impressione. Avrei potuto, anch'io, come possessore della scatola magica, disporre delle vite delle persone? Confesso che feci suonare il carillon con l'inconscio desiderio di provare se era vero ed, istintivamente, mi voltai a guardare e…"

 Per una tragica coincidenza, mentre Alejandro è immerso in questi pensieri, la cameriera è colpita mortalmente da un proiettile vagante, frutto degli scontri tra la polizia e i rivoluzionari messicani.  Alejandro, convinto che la donna è rimasta vittima del suo malefico potere, commenta:

"Questa mia convinzione suscitò in me un piacere morboso, provai un godimento immenso, l'ebbrezza di sentirmi molto potente."

Con il tempo, divenuto un elegante e distinto signore, ogni qual volta ascolta o ricorda la musica del carillon, è attratto dalle proprie perverse fantasie. Alejandro cerca, invano (ed in più occasioni) di macchiarsi di qualche omicidio, ma, per ironia della sorte, la vittima prescelta non muore mai per mano sua; Suor Maria Trinidad precipita nel vano di un ascensore; Patricia si toglie la vita, dopo l’ennesimo litigio con il suo spasimante; Carlota, divenuta sua moglie, è assassinata sull’altare da un architetto con il quale aveva una relazione clandestina. Il film si chiude con un delizioso happy-end; non appena Alejandro si sbarazza dell'amato carillon, le sue "malsane" fantasie scompariranno.

 

Relazione tenuta al Convegno "Crimine e delirio"- Aversa 3 dicembre 2002

 

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