Election picture horror show
Nessuno sa con certezza chi ne fu il fondatore. Nel suo “Ouvres completes” il grande storico Honorè de Panzac afferma che i primi rudimenti di questa disciplina furono dettati dall’indimenticabile Ciriaco de Pizzicolli a Stefano Bagarozzo, il suo discepolo prediletto.C’è chi attribuisce l’invenzione di questa branca del sapere ad un certo Lambrusco Lambruschini, storico e saggista morto in circostanze misteriose. Qualcuno ne attribuisce la paternità a Gustav de Flaubertin, colui che disse: “L’archeologie immaginarie c’est moi”.
Oggi noi sappiamo che cos’è davvero l’archeologia immaginaria, metodo prezioso per ricostruire il passato basandosi su quelle poche flebili tracce della civiltà dello scorso millennio giunte fino a noi.
Solo grazie a quest’impostazione abbiamo capito cos’era realmente il mirabile romanzo “Il giocatore” di Dostoevskij: un “istant book”, pubblicato in Italia, intorno al 2004 sullo scandalo delle scommesse clandestine dei calciatori. Abbiamo anche ricostruito le abitudini dei viandanti di quei tempi grazie a “Sulla strada” di Jack Kerouac, un manuale sull’infortunistica stradale e a “Se una notte d’inverno un viaggiatore” di Italo Calvino una digressione sugli usi e i costumi dei pendolari e dei ferrovieri italiani. Mentre sappiamo tutto sui rituali di sepoltura di nobili veneziani grazie a “Morte a Venezia” di Thomas Mann, un trattato di medicina legale rivolto agli studenti.
Così oggi , 12 giugno 3120 d.C,possiamo finalmente conoscere un rito che si celebrava a scadenza periodiche ogni due o tre anni. I reperti ritrovati sulle mura della nostra città sono stati attribuiti, grazie alla spettrometria, ad un periodo situabile tra il maggio e il giugno del 2001.
Intorno al 2878, abolita l’uso della parola ci fu il trionfo di una civiltà
afasica e post-verbale. Il candidato non poteva gridare ai quattro venti il
proprio orientamento politico e l’elettore doveva indovinarne il senso,
guardandolo negli occhi. Lo sguardo diretto nel vuoto e le labbra adese e
serrate del dottor Paolo Tozzi testimoniano la ferrea regola in voga in quei
tempi. Si narra che nessuno fu in grado di interpretare quelli del candidato.
L’appellativo
Leonardo pare gli fosse stato attribuito per l’ingegno e la straordinaria
capacità creativa. Altri sostengono, invece, che il cognome fu coniato, per
celio, data la sua proverbiale incapacità a portare avanti dei progetti politici
di largo respiro. L’abbigliamento casual ed il suo sorriso sardonico e di sfida
rivelano, inoltre, il suo disincanto nei confronti della competizione
elettorale. Il “De mirabilia gesta humanorum” narra che il giovane discendesse
da una genìa di politici e che la professione di suo padre fosse incerta. Alcuni
lo indicano come “uomo dotto e di scienza e professore di filosofia morale”,
altri lo annoverano tra gli attori trash e protagonista dell’immorale pellicola
“Quel gran pezzo del Berardo, tutto nudo e tutto caldo”.
Grande
era il disordine sotto il cielo. Un giorno, un gruppo di giovani esagitati
irruppero nella Sala del Gran Consiglio ed al grido: “Se ballano i conti
pubblici, allora balliamo pure noi.” misero in scena uno spettacolo di danza che
provocò l’ilarità dei presenti. C’era chi si era lasciato trasportare da una
struggente musica tunisina, chi inscenò un ballo noto come “Tuca, tuca”, altri
ancora si esibirono in una chiassosa e sguaiata lambada. Tra l’indignazione
generale dei presenti, ci fu chi ricordò un politico, iscritto un tempo allo
stesso partito, che amava circondarsi di lacchè, di nani e di ballerini.
Dopo
la glaciazione del 3982, come riportano fedelmente gli storici, ci fu un ritorno
alle speculazioni filosofiche care ad Eraclito. I quattro elementi (acqua, aria,
terra e fuoco) erano i soli argomenti intorno al quale potevano vertere le
discussioni politiche. Solo chi si fregiava del nome di Fiammetta poteva
accedere alle tornate elettorali. Meomartin fu quella che più di tutte assunse a
chiara fama. Il suo sguardo vigile ed attento incuteva negli altri il rispetto
ed il terrore. Il suo sorriso, smagliante e raggiante, era l’emblema del suo
infinito distacco dalle cose terrene. Da sola indicò alla classe politica quale
delle quattro forze dovesse avere il predominio sulle altre.
Triste
fu la sorte di quei giovani che dopo aver protestato fuori il Palazzo del
Governo al grido “Avanti miei Prodi”, furono condannati a delle pene esemplari.
Nel suo “Ouvres completes” il grande storico Honorè de Panzac ricorda che, dopo
febbrili consultazioni, il Governo decise di passare al piano BXC . Furono messi
al bando tutti i cani bassotti del pianeta Terra e considerati fuorilegge tutti
i cittadini appartenenti al rivoluzionario Movimento giovanile. Fu imposta a
tutti una divisa “casual”, su sfondo scuro e fu accellerato quel processo di
omologazione già intrapreso negli anni precedenti. Quel “siamo tutti così”
divenne l’unica frase che i cittadini potevano scambiarsi ogni qual volta
s’incontravano in piazza o per le strade.
L'Articolo- Redazione napoletana del "L'Unità" - 13-6-2004