Freud, il cinema ed il motto di spirito
"Castigat ridendo mores". Questo adagio, giunto sin dall’antichità ai nostri giorni, fotografa in maniera eccellente la notevole influenza che il comico ha avuto sugli usi ed i costumi della nostra società. La satira politica, la caricatura, il motto di spirito, le barzellette hanno assolto da sempre alle funzione di risvegliare ed illuminare coscienze assopite, di dar la carica emotiva a soggetti tendenti all’isolamento e alla tristezza, di riportare, anche per un solo attimo, inconsapevolmente, l’individuo a certi stadi infantili della vita.
Numerosi sono stati gli studiosi che hanno analizzato la struttura, il linguaggio e la sintassi del comico. Rileggendo i loro nomi (Aristotele, Aldorisio, Kant, Hegel, Baudelaire, Freud, Bergson, Pirandello…) quello che ci colpisce è che nessuno di essi possa essere considerato un comico.
Il primo a teorizzare sul riso fu forse Aristotele che affermò: "il comico è qualcosa di sbagliato che si verifica quando in una sequenza d’avvenimenti s’introduce un evento che altera l’ordine abituale dei fatti." Nel 1611 Prospero Aldorisio, nel suo Trattato denominato "Gelotoscopia" (dal greco "gelos"- riso) cercò di interpretare il carattere delle persone dal loro modo di ridere. Ma si deve a Freud la più estesa e profonda analisi psicologica del fenomeno del comico.
Nel suo scritto dedicato allo studio dei motti di spirito, dopo aver citato Kant ("Il comico ha, in genere, una caratteristica singolare: quella di poterci ingannare solo per un momento") Heymans ("L’effetto di un motto deriva dal fatto che allo stupore succede l’illuminazione") e Shakespeare ("Il successo di uno scherzo giace nell’orecchio di colui che lo ascolta e mai nella lingua di chi lo fa.") il Padre della psicoanalisi afferma che il motto di spirito utilizza gli stessi meccanismi d'espressione del sogno. Tramite il motto di spirito, infatti, l’individuo può accedere, con piena libertà a dei contenuti (l’aggressività, la sessualità e le funzioni corporali) abitualmente repressi dal proprio Super Io. Ed è proprio la liberazione improvvisa di questa energia psichica "censurata" che, secondo Freud, scatena la risata in chi ascolta una barzelletta.
Un altro studio fondamentale alla comprensione del "riso" fu formulata da Henry Bergson. "Il comico esige dunque, per produrre tutto il suo effetto, qualcosa come un'anestesia momentanea del cuore". Secondo il grande filosofo si può ridere di una piccola disgrazia altrui se facciamo tacere per un attimo la pietà e la simpatia, e ci poniamo come semplici spettatori di fronte al narrato.
Per il grande drammaturgo italiano Luigi Pirandello bisogna distinguere tra il riso umoristico e la comicità. Il primo, a suo dire, non ha la pienezza ingenua della comicità, ma è venato da una contraddizione emotiva; di fronte allo spettacolo cui assistiamo siamo spinti a riderne e a commiserarlo, ad essere felici e tristi nello stesso modo. Per lo scrittore Milan Kundera: "Che cosa accade nella comicità? Le cose vengono private di colpo del loro senso presunto, nel posto assegnato loro nel preteso ordine delle cose. Offrendoci la bella illusione della grandezza umana il comico ci rivela l'insignificanza di tutte le cose." Per Bachtin, infine, "il riso non è solo ghigno, aggressione, derisione ma affermazione, vitalità, creazione".
Tralasciando queste "dotte" disquisizioni sul comico e sul riso, quello che appare innegabile è che da sempre l’uomo ride e sente il bisogno di moltiplicare all’infinito questo rito. Il riso è sempre destabilizzante (un vecchio motto degli anarchici dell’ottocento era non a caso "Una risata vi seppellirà".
Si ride spesso senza ragioni o apparentemente questa ragione ci appare segreta e si apprezza un moto di spirito o una barzelletta se si è in compagnia, perché il riso ha una funzione aggregante e socializzante. L’arguzia, infine, nel rivelare qualcosa che è segreto o nascosto, solletica e nutre la mente. Il teatro, la letteratura ed il cinema hanno fondato parte del loro successo su questa forza eversiva e rivoluzionaria. Sin dagli albori del periodo del muto, il cinema pescò nel riso ed inventò quel genere esilarante che fu denominato "comiche".
Con il sonoro, il genere "commedia" strutturò un proprio statuto narrativo, arricchendosi di gag e di battute che ne decretarono il successo. Nonostante i notevoli incassi al botteghino, il genere "comico" sembra ancora oggi soffrire, però, di un certo "snobbismo" da parte di una certa critica cinematografica. Evidentemente, a distanza di secoli, pesa ancora quel giudizio "negativo" sulla commedia pronunciato da Aristotele nella sua "Poetica" a favore della tragedia. Con la speranza di poter ribaltare questa inveterata convinzione, desidero riportare le affermazioni di Mario Monicelli, uno dei più grandi registi di "commedie all’italiana". A chi gli chiedeva di esprimere un giudizio critico sulla produzione cinematografica di Pietro Germi (regista inizialmente di drammi e successivamente di commedie- cult nel periodo maturo della sua carriera) affermò:
"Si confermava la mia teoria che lo stadio espressivo drammatico corrisponde alla fase infantile della produzione di un’artista , mentre è molto più matura l’espressione comica-umoristica.
Stralcio dell'intervento a "Comicacittà" - Frosinone 9-7-2004