"Da "addetto ai lavori",
posso dirti che abbiamo a che fare con molti libri di cinema che continuano ad
uscire...Da anni escono molti libri di cinema spesso vuoti, ripetitivi, bizzarri, stravaganti...
però c'è una certa stanchezza di tipo tradizionale, dei malloppi, dei saggi
polverosi che non sempre si leggono con piacere, un po' faticosi, più da consultare che da leggere.
Questo
libro non viene da un critico, da un saggista. E forse
proprio per questo é un libro riuscito... Tu sei uno che fa lo
psicoterapeuta di professione ma con questo "vizio", il cinema, una
passione, un'ossessione che coltivi da anni, sei riuscito a mettere insieme
quelle che sono le tue passioni. E' molto raro trovare un libro, uno studio che
sia al tempo stesso profondo e leggero, rigoroso e divertente, scientifico ed
utile. Alcuni libri sono molto belli ed interessanti da leggere ma sono
difficili da consultare...Questo é un libro che in ogni capitolo ci sono una
quantità di note filologicamente impeccabili... la filmografia e la
bibliografia, un lavoro da topo di biblioteca e di cineteca...Poi anche il
taglio di tipo ironico e divertente mi é piaciuto e credo dai titoli che hai
dato ai capitoli "Un trauma chiamato desiderio", "Pane, amore e
psichiatria", ti sei anche divertito a fare questo libro...A proposito del libro precedente ("L'analista in celluloide" N.d.R) che
aveva un altro approccio più timido, più da "opera prima",questo
libro l'ho visto come un libro di chi è più padrone della materia ma anche
come un'occasione per ricomporre nella sua memoria dei frammenti sparsi di
cinema... La cosa più importante del tuo libro che viene fuori é che tra la
psichiatria ed il cinema c'é un'interazione più radicata e profonda di quello
che spesso si crede. E' anche vero che tu sei uno psicoterapeuta un po' anomalo
da questo punto di vista...Io conosco non pochi dei tuoi colleghi e non tutti
hanno l'atteggiamento e la disponibilità che tu hai per il cinema...Anzi ci
sono alcuni operatori della psichiatria che hanno avuto nei confronti del cinema
un atteggiamento di diffidenza e di ostilità, considerandolo addirittura un
mezzo pericoloso altro che terapeutico. E' chiaro che il campo è molto vasto e
che il concetto di "terapeutico" del cinema va preso per le molle ed
è anche molto delicato però é un libro che si fa leggere e che diverte....Tra
l'altro un tratto originale del libro é che riporti brani interi di dialoghi,
estrapolati dai film che ci accompagnano e ci riconducono subito a quello che è
comparso sullo schermo. Alla fine li ho visti un po' come dei brandelli di un
racconto unico del rapporto tra il cinema e la psichiatria che evidenziano, in
fondo, le ispirazioni visive della psichiatria e le potenziali relazionali del
cinema é questo secondo me il nodo...Un'altra cosa che mi affascinava del tuo
libro è quando parli della "Sindrome di Sheherazade"... il fatto che
per il tuo mestiere di psicoterapeuta, sei "condannato" a raccontare
delle storie...In altre parole, chiarisci subito anche poi il nesso fra la
vocazione dell'essere "costretto" a raccontare delle storie ed il
cinema e la letteratura che, sono poi le due forme "costrette" a
raccontare delle storie...Ovviamente il cinema é uno strumento più duttile per
essere utilizzato a scopo "terapeutico"... Proprio in questi giorni
stavo leggendo il libretto di Proust "Il piacere della lettura" e lui
parla proprio delle potenzialità terapeutiche della lettura...Dice però che é
importante se si usi la lettura per risvegliare la vita spirituale ed
individuale e non per sostituirsi... Poi fa un discorso sulla dimensione
solipsistica della lettura... Lui queste cose le ha scritte all'inizio del
Novecento quando il cinema non era ancora nato..."
Alberto Castellano,
critico cinematografico de "Il
Mattino". E' autore di "Clint Eastwood" (Gremese,1988), "L'attore
dimezzato?" (ANCCI
Quaderni di
"Filmcronache"-1992), "Douglas Sirk" (Il
Castoro, 1993), "Tic, tac , ciak" (Marsilio
1996)
Napoli 31.1.2002
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