Conversazione con Giacomo Marramao sul volume Curare con il cinema

23 dicembre 2014 | Di Ignazio Senatore
Conversazione con Giacomo Marramao sul volume Curare con il cinema
Conversazione di Ignazio Senatore con...
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Senatore: Ricordi, quando l’anno scorso fummo invitati a Capalbio, per la presentazione del numero speciale sul cinema della Rivista di Psicologia Analitica, ricordi, parlammo a lungo di cinema…MI suggeristi di vedere “Estasi di un delitto” un film di Bunuel che non avevo mai visto…Ad un appassionato di cinema come te, non potevo non inviarti il mio ultimo volume sul cinema…
Marramao : Freud, nell’Interpretazione dei sogni, istituisce un nesso strettissimo tra l’inconscio e l’immagine. L’inconscio, in qualche modo è una sorta di cavità teatrale. Potremmo dire anche che l’inconscio è uno schermo sul quale in qualche modo campeggiano delle immagini, dei simboli. Non é un caso che, poi, i complessi vengano raffigurati da Freud, per l’appunto, in termini di miti… Il mito di Edipo é già una configurazione iconica. Aggiungiamo a questo un altro tema altrettanto importante; per la psicoanalisi, l’immagine é qualcosa di più profondo della parola.  In questo senso, la psicoanalisi anticipa ed oltrepassa… C’è questo doppio movimento di anticipazione e di oltrepassamento della filosofia del Novecento che, invece é legata all’idea della svolta linguistica ed in fondo, alla prevalenza del linguaggio verbale e della parola su tutto il resto. La psicoanalisi ci avverte su  un punto fondamentale: che la parola é meno profonda dell’icona e quindi, l’elemento iconico pesca più in profondità rispetto alla parola stessa. Quindi mi sembra più che legittimo il tuo tentativo di collegare la teoria psicoanalitica con alcuni film culto della storia del cinema.
Senatore: Che cosa ti é piaciuto del libro?
Marramao: Guarda, ho trovato molto interessante la capacità di utilizzare una pellicola nuovissima come “La stanza del figlio” di Moretti, ed utilizzarla nella chiave, come dire, forse, anche più segreta del film stesso e cioè nella figura di Moretti psicoanalista, nella sua “tragedia” quotidiana. E’ come se, nel tuo libro, ci volessi ricordare che Il cinema, ci ha insegnato a capire il mondo attraverso dei gesti terribilmente quotidiani che però ci danno la misura dell’irrevocabilità, molto più delle grandi scene. In fondo, il cinema ci ha abituati a comprendere che l’inconscio ha a che fare con il ricorrere di alcune scene influenti e queste scene influenti sono quella che hanno a che fare con la nostra specifica individualità e con la nostra biografia. Ognuno di noi ha riposto nel proprio inconscio una scena influente che ritorna. E questa scena influente che ritorna, ritorna in tutte le età, al di là dei due miti che hanno segnato la vicenda del Ventesimo secolo e che direi la psicoanalisi ha combattuto con forza; da un lato il mito adolescenziale, il mito del “puer eternus” e dall’altro il mito della maturità. La maturità non consiste in un superamento, in un rendersi consapevole di quella scena influente che ritorna nella vita di ciascuno di noi e con cui ognuno di noi deve fare necessariamente fare i conti. 
Senatore: Il mondo filosofico sta prestando sempre più attenzione al cinema. Julio Cabrera, filosofo argentino che insegna attualmente all’Università di Brasilia, ha pubblicato “Da Aristotele a Spielberg. Capire la filosofia attraverso i film”…Un filosofo come te, con che occhio vede un film?
Marramao: Innanzitutto il filosofo si deve rendere conto che la novità rappresentata dall’irruzione dell’immagine-movimento, come la chiama Deleuze, nella storia del linguaggio e della comunicazione é una rottura di straordinaria portata. In secondo luogo, io sento il bisogno come filosofo di distinguere, in maniera radicale, dall’immagine movimento che si può avere al computer o attraverso la televisione dall’ immagine-movimento cinematografico. Io rimango molto legato all’ampiezza dello schermo. Ci sono dei film che si possono guardare solo a partire da una certa ampiezza. Un film come “Apocalypse now” o come “Blade runner” visto in televisione perde l’ottanta per cento della sua forza. In qualche modo il cinema é una realtà dell’immagine non è una virtualità. La fiction é una realtà finta… Il cinema deve avere dimensioni tali da inghiottire l’Io individuale. Io non devo avvertire il film come più piccolo di me, di quello che sono io, devo avvertirlo come più grande.  Una volta, il mio amico Beniamino Placido ha detto che, é fondamentale nel cinema la proporzione; mentre nella televisione ciò che vedo é più piccolo di quello che io sono, nel cinema, invece, vale esattamente il contrario. E credo che questo sia molto importante per essere curati con il cinema. 
Senatore: Un’ultima domanda…Gilles Deleuze ha scritto che i grandi autori di cinema possono essere paragonati non soltanto a pittori, architetti, musicisti, ma anche a pensatori. “Essi pensano con immagini-movimento, e con immagini-tempo, invece che con concetti”. Sei d’accordo con questa affermazione?
Marramao: Assolutamente.

Roma 21.2.2002

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