David Lynch: Ignazio Senatore conversa con Andrea Parlangeli

17 maggio 2016 | Di Ignazio Senatore
David Lynch: Ignazio Senatore conversa con Andrea Parlangeli
Conversazione di Ignazio Senatore con...
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AP: Nei film di Lynch compaiono spesso temi di tipo psicologico/psicanalitico/psichiatrico come: complesso di Edipo (Velluto Blu), sadomasochismo (Velluto Blu), abuso (Fuoco cammina con me), dissociazione, delirio/sogno/fuga psicogena (Eraserhead, Strade perdute, Mulholland Drive, Inland Empire). Da un punto di vista psicologico, questi temi sembrano affrontati in modo credibile, nel senso che i personaggi – anche nelle situazioni più estreme – sembrano reali, convincenti (e anche per questo maggiormente inquietanti).

IS: In ogni film è possibile riscontrare degli elementi che rimandano a dei temi psicologici/psicoanalitici. E’ evidente che un regista “colto” come Lynch non poteva rimanere insensibile al fascino dell’inconscio anche se, in un’intervista, spassionatamente, afferma:

“Una volta andai da uno psichiatra. In quel periodo compivo azioni che avevano assunto un’impronta terribilmente schematica, così pensai: ”Bene, è ora di farsi vedere da uno psichiatra.” Entrando nello studio gli domandai: ” Pensa che questa terapia possa in qualche modo danneggiare la mia creatività?”. Rispose: “Beh, David, in tutt’onestà, forse si.” Gli strinsi la mano e me ne andai.”

Credo che le fughe nell’inconscio dei personaggi di Lynch siano estremamente funzionali al suo tipo di cinema, bastato fondamentalmente sulla decostruzione narrativa. Credo che, “astutamente” (?) Lynch abbia compreso che queste sue scelte visive,  spiazzavano, seducevano ed intrappolavano lo spettatore in sala. Del resto è’ lui stesso ad affermare:

“Più astratto è il film, più gli spettatori danno qualcosa: riempiono i vuoti, ci mettono le proprie emozioni. Il film è lo stesso, ma il risultato è diverso a seconda della composizione del pubblico in sala. In questo senso il film non è mai davvero finito.”

Una volta Bunuel affermò: “Quando in un film la storia non mi interessa più, ci metto un sogno.” Credo che Lynch, emulo del grande regista spagnolo, abbia finito per replicare nel tempo, i medesimi stilemi, (diventati, poi, inequivocabilmente, la sua distintiva marca di riconoscimento), fino a diventarne, in qualche modo schiavo. Del resto è noto a tutti il clamore che suscitò la decisione dell’Academy di premiarlo con l’Oscar alla carriera, scelta non condivisa da molti critici del settore che lo hanno sempre tacciato di “furbizia” e di voler “spudoratamente” fare il verso a Bunuel ed al nostrano Fellini.

AP: Riguardo alla “fuga psicogena”, Lynch ne parla in varie interviste in relazione a Strade Perdute – per esempio ne parla suwww.lynchnet.com/lh/lhfm.html (ma lo stesso discorso dovrebbe valere per Mulholland Drive, Inland Empire e, come dicevi tu, Eraserhead)

Quello che mi interessa sapere è se un questo meccanismo psicologico è raccontato bene nel film, cioè se veramente una fuga psicogena (mi attengo alla definizione di wikipedia http://it.wikipedia.org/wiki/Fuga_psicogena) avviene in questo modo. Dal tuo punto di vista, trovi questi film particolarmente interessanti dal punto di vista psicologico? (Se sì, perché?)

IS:   Alle “fughe psicogene”, noi psichiatri prediligiamo la definizione clinica di ”disturbo dissociativo”, che rimanda, più specificatamente, a degli stati alterati di coscienza, amnesie, perdita di identità…. In linea teorica potremmo definire ogni processo creativo una “fuga psicogena”; basti pensare all’Odissea, alla Divina Commedia, all’Orlando Furioso, al Don Chisciotte, (giusto per rimanere sui classici della letteratura), capolavori, come i film di Lynch, sospesi tra sogno, fantasia e realtà. Classificazioni teoriche a parte, la domanda, a mio avviso, potrebbe nascondere però un insidioso luogo comune; quello “romantico”, legato all’idea che l’artista realizzi la propria opera, perché colto da un’accecante ed improvvisa folgorazione. Passi (e neanche) per la composizione di un singolo brano musicale o per la realizzazione di una tela (leggi performance art), ma per quanto riguarda la costruzione di un film, è innegabile che la stesura della sceneggiatura, lo sviluppo della trama, la messa a punto dei dialoghi ect, non possa essere il frutto di un illuminante momento estatico che travolge il regista, bensì quello di un processo lungo, fatto di riflessioni, di continui aggiustamenti e ripensamenti, di improvvisi cambi di rotta che permangono per tutta la durata delle fase della scrittura, proseguono nell’atto di tradurli poi in immagini, fino a rimanere in bilico, nell’ultimo atto, quello complesso e delicato del montaggio, dove tutto il girato può essere ancora  impaginato daccapo. Del resto, a riguardo, lo stesso Lynch, dichiara:

“La sceneggiatura è, per così dire, uno scheletro. Devi darle carne e sangue.”

E successivamente:

“Sarebbe fantastico se il film fosse concepito tutto in una volta. Nel mio caso, invece, arriva un frammento dopo l’altro. Il primo è come la Stele di Rosetta: il tassello del puzzle che lascia intravedere tutto il resto. Un tassello promettente. In Velluto blu, sul primo tassello c’erano labbra rosse, prati verdi e la canzone Blue Velvet interpretata da Bobby Vinton. Poi un orecchio in un campo. Tutto qui. Ti innamori della prima idea, quel tassello piccino, piccino. Una volta che lo tieni in mano, il resto verrà da sé”

AP: Nel suo monumentale libro, “David Lynch – Beautiful Dark”, Greg Olson ha scritto la seguente frase: “Upon viewing Blue Velvet, the president of the Seattle Association of Psychiatrists said: David Lynch has an intuitive understanding of human psychology that’s at the genius level.” Che ne pensi di questa affermazione?

IS: Anche quest’osservazione, come la precedente, seppur condivisibile, può valere per tanti altri Maestri del cinema. Sinceramente, riguardo lo scavo psicologico dei personaggi, credo che Lynch non abbia la profondità di  Fritz Lang, l’ironia di Hitchcock, la genialità di Bunuel, la cupezza di Robert Siodmak,  la drammaticità di Samuel Fuller e la “pazzia” di Roger Corman. Il suo cinema mi fa venire in mente altri geniacci “maledetti” del cinema come Roman Polanski, Darren Aronofsky, Matteo Garrone, registi, a mio avviso, attratti principalmente dagli aspetti contraddittori, ambivalenti e perversi dell’animo umano. Lynch, del resto, è un gran costruttore di atmosfere e credo che i personaggi siano solo uno dei tanti elementi della vicenda che mette in campo in un film. Da regista visionario qual è, credo che Lynch sia interessato alla psicologia dei personaggi quanto alla cura di ogni altro dettaglio, dalla splendida fotografia di cui si avvale ogni volta, alle inquietanti ed ammalianti colonne sonore che tappezzano mirabilmente i suoi film. A conferma della mia convinzione, che Lynch sia soprattutto un regista d’atmosfere, la sua scelta di puntare, hitchcockianamente, su attori essenzialmente “neutri”, che con la loro presenza, non schiaccino la storia. Al di là delle mie considerazioni lo stesso Lynch, a riguardo, affermò:

“Raccontare una storia è essenziale, certo, ma le mie storie preferite sono quelle che contengono una certa percentuale di astrazione e che richiedono una comprensione più intuitiva che logica. Per me la potenza di un film va oltre il semplice compito di narrare una storia. Ha a che fare con il modo con cui la si narra e in cui si riesce a creare un mondo, un’atmosfera o una sensazione dentro la quale lo spettatore si trova immerso. Quando Godard parla di visibile ed invisibile intende esattamente questo. Il cinema ha il potere di rappresentare cose invisibili, funziona come una finestra attraverso la quale si penetra in un luogo diverso, qualcosa di simile ad un sogno.”

AP: Nella frase precedente, si parla di “intuitive understanding”, e credo che sia importante. Dubito che Lynch sia un esperto di psicanalisi, psichiatria e tanto meno neuroscienze (le sue idee scientifiche sono in genere piuttosto naif). Però l’impressione che dà è che le sue idee nascano da una forte introspezione, ed è questo che renderebbe credibili i suoi personaggi, anche nelle situazioni più assurde. In altre parole, nei suoi film Lynch sembra riversare il suo mondo interiore. A mio parere, più che per altri registi, per comprendere e apprezzare al meglio Lynch bisognerebbe guardare, anche più volte, tutti i suoi film, proprio per accedere a questo suo “mondo interiore”. In altre parole, bisognerebbe considerare tutti i suoi film nel complesso, come un’unica opera. Sei d’accordo con questo punto di vista?

IS: E’ nota l’affermazione, condivisa da molti critici e dagli stessi registi, che un cineasta diriga sempre lo stesso film. Pertanto, immaginare la filmografia di Lynch come un’opera unica, è assolutamente corretto. Del resto il poliedrico regista statunitense, autore di film cult, come Eraserhead (a mio avviso, il suo capolavoro), Blue velvet e di Mullholland drive, non ha riletto i generi (a differenza di Kubrick che ha spaziato dalla fantascienza allo storico, dal thriller al fantapolitico) ma, fedele alla propria poetica, ha diretto (ad eccezione di  The elephant man) pellicole sovrapponibili, le une alla altre. Credo che quest’affermazione di Alfred Hitchcock descriva perfettamente la sua scelta stilistica:

“Perché Boudin dipingeva sempre spiagge e mai zoo? Per un motivo molto semplice: lui desiderava dipingere zoo, tanto quanto io desidero girare una commedia musicale.”

In tutti questi anni, film dal suo esordio nel lontano 1977, Lynch, però coerentemente, non ha mai barato con se stesso, inseguito mode o cercato strade diverse da quelle che erano nelle sue corde. Credo che Lynch, possa concordare con questa affermazione di Tinto Brass che, a chi gli chiedeva del perché dirigesse (quasi esclusivamente) film erotici, candidamente, rispose:

“Come dice Flaubert: “Non si sceglie la materia della propria scrittura, si è scelti.”

AP: Come dicevi tu, anche a distanza di molti anni dai suoi film più conosciuti, David Lynch continua a piacere, anche ai giovani. Perché?

IS: Cinema nel cinema, una caustica ironia sul mondo dorato hollywoodiano, sdoppiamenti di personalità, immagini sconnesse, scivolamenti tra sogno e veglia e tra realtà e finzione, qualche accattivante virtuosismo di macchina, storie che s’intrecciano tra loro, ricche di flashback e popolati da  strani personaggi che fanno improvvisamente capolino sullo schermo, musiche ipnotiche… Sono questi gli ingredienti che amplificano le atmosfere malsane tipiche dei film regista statunitense, ad attirare l’interesse giovanile, da sempre amante dell’incerto, dell’indefinito, del diseguale, del misterioso. Del resto, durante un’intervista lo stesso Lynch affermò:

“Mi piace che vi sia qualcosa di scuro nell’inquadratura. Se tutto è completamente illuminato e si può vedere ogni cosa, allora non c’è mistero.”

Questa sua scelta è frutto del suo genuino mondo poetico o è solo il trucco di un vecchio ed astuto cow boy del Montana?

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