“I corti sul lettino Cinema e psicoanalisi” VII Edizione 2015 – Intervista al Direttore Artistico Ignazio Senatore

21 marzo 2015 | Di Ignazio Senatore
“I corti sul lettino Cinema e psicoanalisi” VII Edizione 2015 – Intervista al Direttore Artistico Ignazio Senatore
Interviste a Senatore
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I Corti sul Lettino – Cinema e psicoanalisi. Intervista a Ignazio Senatore (Parte I)

by MIRIAM LANZETTA

NAPOLI – Sono aperte le iscrizioni alla VII edizione del Festival del Cortometraggio “I Corti sul Lettino – Cinema e psicoanalisi”, che si svolgerà a Napoli. Ne discutiamo con il suo ideatore, nonché direttore artistico, il Dott. Ignazio Senatore, psichiatra e critico cinematografico. Di seguito la sua intervista, che pubblichiamo in due parti.

Ignazio Senatore, psichiatra o critico cinematografico?

«Svolgo da tempo entrambe le attività con passione, non vedo in conflittualità le due cose, perché tutto sommato si tratta sempre di narrazioni: quello che mi affascina del cinema è proprio il modo di narrare le storie, ma LE STORIE DEI PAZIENTI SONO INTRIGANTI E AFFASCINANTI COME UN BEL FILM.”

Cosa l’ha spinta nel 2009 a portare i ‘corti sul lettino’?

«Devo un po’ quest’idea a Pietro Pizzimento, ideatore di accordi @ DISACCORDI, il Festival del cinema all’aperto, del quale “I Corti sul Lettino”. Non amavo molto i corti perché i cortometraggi stanno al racconto come il lungometraggio sta al romanzo e io amavo sempre più i romanzi che i racconti. Spesso, agli inizi di quando sono nati, i corti erano dozzinali, non vi apparivano grandi attori, erano per lo più opere amatoriali che, rispetto al cinema, sembravano un prodotto di serie B. Nel tempo assistiamo a dei corti, come quelli che mi arrivano e porto in selezione, di una natura eccezionale: sono veri e propri film. Nei cortometraggi che ho presentato c’erano attori come Neri Marcorè, Elena Sofia Ricci, Alessandro Haber, Sandra Ceccarelli, Maurizio Casagrande.»

Quale crede sia il motivo di questo importante sviluppo dei cortometraggi? 

«Fare un film, soprattutto per i registi emergenti, è diventato complicatissimo, perché ormai il cinema italiano vuole solo commedie. LE PRIME COSE CHE CHIEDONO A UN REGISTA È QUANTO HA GUADAGNATO CON L’ULTIMO FILM E SE IL FILM FA VENDERE. Invece i cortometraggi hanno una maggiore libertà espressiva, perché naturalmente per fare un cortometraggio possono bastare 20, 30 o 50mila euro, a seconda dei casi, che sono cifre che uno può anche riuscire a recuperare con l’appoggio di banche o di qualche sponsor. Poi, spesso molti attori di rilievo ora lo fanno anche per un vezzo, mentre prima per loro partecipare a un corto era quasi una cosa di serie B. Anche il cinema cerca nuove rappresentazioni. Fare un corto non è facile, perché bisogna imparare a fare una storia in pochi minuti: nel film o nel lungometraggio si riesce a trovare uno spazio per raccontare, sintetizzare la storia non è facile. Un po’ come la barzelletta: la barzelletta per far ridere deve essere breve, non può durare un quarto d’ora perché la gente non la seguirebbe. I primi cortometraggi poi dovevano essere sempre molto divertenti, ironici, invece adesso ci sono tanti cortometraggi che portano messaggi sociali e trattano temi molto difficili.»

Da tempo si parla di crisi del mondo cinematografico italiano. Cosa ne pensa?

«Si è sempre detto che dopo De Sica e Rossellini sembrava che non ci fosse più nessuno. Però poi sono venuti Fellini, Bertolucci, Bellocchio e gli altri della nuova generazione. IL VERO PROBLEMA È CHE NON CI SONO GRANDI SCENEGGIATORI. Mentre prima esisteva una scuola di sceneggiatori, adesso il regista il film se lo scrive lui, non si affida a uno sceneggiatore. De Sica si affidava a Zavattini e Fellini si affidava a Flaiano, che erano grandi scrittori. Ora invece abbiamo Rulli, Petraglia e Contarello, ma sono pochi i grandi sceneggiatori. Credo ci sia più una difficoltà nella scrittura, infatti ci sono molti film che sono belli però poi alla fine non tengono. Dario Argento per esempio, che è un grandissimo regista, non si affida a sceneggiatori, li fa lui e alla fine sono dei film che hanno una storia molto esile. Invece Bertolucci, Scorsese e i grandi americani se li fanno scrivere o traducono i romanzi. Per esempio, Virzì, dopo aver sempre scritto le sue commedie, anche abbastanza divertenti, come Ovosodo e Caterina va in città, in realtà, per il film più riuscito che ha fatto, ha sfruttato un romanzo americano.»

A breve la pubblicazione della seconda partedell’intervista. (www.crudiezine.it)

VII Edizione “I Corti sul Lettino – Cinema e Psicoanalisi”. Intervista a Ignazio Senatore (Parte II)

by MIRIAM LANZETTA

Gli attori che ruolo giocano in questo momento di crisi del cinema?

«Di attori italiani ci sono Silvio Orlando, Fabrizio Bentivoglio, Castellitto e Valerio Mastandrea, Kim Rossi Stuart, ma poi sono finiti. Le attrici sono Alba Rohrwacher, Margherita Buy, Stefania Sandrelli. IN ITALIA SONO CINQUE ATTRICI E CINQUE ATTORI. In America, nei campus universitari si insegnano le citazioni, fanno corsi attoriali, di sceneggiatura: lì ne escono 10 al minuto di attori di livello. Per rendere l’idea anche della difficoltà di inserire un nome nuovo: nel libro che ho scritto su Alessandro D’Alatri, scrivo di lui che, per far fare “La febbre” e “Casomai” a Fabio Volo, ha dovuto puntare i piedi perché NESSUNO LO VOLEVA. Anche nelle commedie italiane degli anni ’60-’70, gli attori erano i soli Sordi, Mastroianni, Manfredi, Tognazzi e Gassman; erano solo quei cinque che hanno fatto duecento film a testa e non c’era spazio per altri. Nelle commedie italiane adesso ci sono Bisio che fa tutte le stesse storie, Raul Bova, De Sica. Con Frank Matano hanno cercato di riciclare un nuovo Siani perché non potevano rimettere Siani.»

Non crede che la scelta di Frank Matano sia stata determinata dalla sua visibilità sul web? 

«Adesso chi va al cinema sono i 15enni, quelli fino a i 25 anni e i 60enni, l’età di mezzo non ci va più al cinema perché se lo vedono in streaming. Quindi provano a fare questa operazione di mercato, ma non si può puntare su Frank Matano come nuovo attore italiano. Tutto sommato il cinema italiano ha ancora grandi autori, Salvatores, Garrone, Peter Del Monte, Ivano De Matteo. È chiaro che non c’è più l’appeal di un tempo. Nel mondo, il grande cinema è finito alla fine degli anni ’90: il cinema francese aveva Luc Besson, il cinema spagnolo ha avuto Almodovar, gli inglesi hanno avuto Loach e Mike Leigh, ma dopo di loro chi c’è? Come per la letteratura e le altre forme d’arte, noi siamo in un secolo di decadenza, c’è solo edonismo e crisi dei valori. I grandi pensatori dove stanno? Abbiamo solo De Luca, l’unico intellettuale che per me c’è in circolazione, che prende una posizione. Non abbiamo intellettuali di riferimento.»

Quali sono i temi più caldi su cui vengono strutturati i corti italiani?

«Questi cortometraggi danno uno spaccato anche di una visione, perché il cinema, come lo intendo io, è psicoanalisi: sono territori dell’immaginario. A mandarmi cortometraggi non sono soltanto psicoanalisti: su 100 corti me ne capitano 5 di psicanalisti e psichiatri, altri sono dei cortometraggi che hanno a che fare con la solitudine, l’alienazione, la perdita di identità, la ricerca di se stessi e altri ancora sulla gelosia, le delusioni d’amore, il sentirsi non a passo con gli altri, temi che incontro quando vedo i pazienti.». (www.crudiezine.it)

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