Il corridoio della pauradi Samuel Fuller – USA – 1963- B/N – Durata 101′

17 Marzo 2019 | Di Ignazio Senatore
Il corridoio della pauradi Samuel Fuller – USA – 1963- B/N – Durata 101′
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Il giornalista Johnny Bennet (Peter Breck) vuole a tutti costi vincere il Premio Pulitzer. Grazie alla complicità di Katty, la sua fidanzata (Constance Towers), del direttore del suo giornale e di uno psichiatra (il dottore Fog) decide di farsi ricoverare in un Ospedale Psichiatrico per scoprire che è stato il responsabile di un omicidio. Il film si apre con i suggerimenti che il dottor Fog impartisce a Johnny: l’uomo deve simulare di essere ossessionato dall’idea di dover baciare le trecce di sua sorella. Il piano prevede che la fidanzata (che fingerà di essere sua sorella) lo denunci alla polizia per “molestie sessuali”, così da far scattare il ricovero. Come in una “detective story”, Johnny, giunto nel nosocomio, cerca di entrare in contatto con i testimoni del delitto. Dopo aver incrociato i “soliti” pazienti catatonici ed inebetiti, s’imbatte, dapprima, in Jack Stuart, un paziente che crede di essere un eroe sudista della Guerra di Secessione, poi in Trent, un giovane nero ed infine nel Prof Bodon, un fisico nucleare, premio Nobel. Scoperto, finalmente, il nome dell’assassino non saprà più come usarlo: divenuto catatonico, vagherà con lo sguardo nel vuoto.
Fuller, un maestro nel dosare i ritmi e i tempi della narrazione, in questo splendido capolavoro, ci mostra l’irrimediabile sconfitta di chi, accecato dalla fama e dal successo, cerca di sfidare le leggi che regolano la mente umana. Man mano che si sviluppa il racconto, l’atmosfera si fa sempre più cupa e drammatica, anche se non mancano i momenti di sottile ironia. Pagliacci, un paziente ricoverato, ad esempio, si rivolgerà a Johnny ed augurandogli la buonanotte, gli dirà: ”Quando dormiamo nessuno distingue un uomo sano da un uomo pazzo”. I personaggi che incarnano i pazienti ricoverati, seppur tratteggiati alcune volte in maniera estrema, servono per lo più al regista come pretesto per poter attaccare (a tutto campo) la società in cui vive. Stuart, il folle che si crede un generale sudista è, in realtà una vittima dell’istituzione familiare; Trent è un ragazzo che non ha retto agli attacchi razzisti di cui è stato ferocemente oggetto ed infine il Prof. Bodon non è altro che un fisico che ha scelto “la pazzia” piuttosto che contribuire con i suoi studi sull’energia atomica alla distruzione della Terra. Il regista, pur mostrando, “naturalmente” degli psichiatri che non sono in grado di stanare il falso paziente, non li mette mai alla berlina (seppur arreda loro di una serie di domande così prevedibili, meccaniche e scontate che lo stesso Johnny anticiperà le loro stesse formulazioni). Come d’obbligo per i film prodotti in quegli anni, non possono mancare alle pareti i ritratti di Freud e Jung. La foto del Maestro viennese campeggia, invece, solitaria nella stanza del dottor Cristo (sic!), lo psichiatra che terrà in cura Johnny. Da sottolineare le diversità delle cure a cui a cui viene sottoposto l’incauto giornalista (idroterapia, danzoterapia ed ESK-terapia) e le diagnosi che vengono formulate al paziente (“Demenza precoce che risale all’età pubere…”).
La citazione d’Euripide (“Gli dei rendono pazzi coloro che vogliono perdere”) che compare al termine del film, prima dei titoli di coda, riassume in qualche modo la filosofia alla quale il film s’ispira; nessuno può giocare con la propria mente. “Fantasmi per una strada senza ritorno” il titolo che Johnny avrebbe dato al suo articolo, diviene, infine, lo specchio della sua condizione. Suggestivo bianconero del veterano Stanley Cortez.

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