La frattura del miocardio di Jacques Fansten – Francia – 1991

15 Marzo 2019 | Di Ignazio Senatore
La frattura del miocardio di Jacques Fansten – Francia  – 1991
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Il dodicenne Martin (Sylvain Copains) vive con la madre, in una povera abitazione. Una sera, due compagni di classe vanno a trovarlo a casa  e Martin confessa loro che la madre è a letto, muta ed immobile, da due giorni. Antoine (che ha il padre dottore) comunica laconicamente all’amico che la donna è morta per “una frattura del miocardio, una cosa per cui si può morire”. Martin, terrorizzato dall’idea di essere spedito in un orfanotrofio, decide, in combutta con i compagni di classe, di non rivelare a nessuno l’avvenuto decesso della madre. Grazie all’aiuto e alla solidarietà dei suoi amici organizza, in gran segreto la sepoltura (in un parco pubblico) ed il funerale della donna. La verità verrà dopo molto tempo  a galla e il piccolo Martin sarà…..

Film sulla solitudine, sull’innocenza perduta e sull’esercizio alla durezza e all’impermeabilità dei sentimenti. Amaro, spietato ed agghiacciante, non mette in scena i “soliti” bambini ipersimpatici, prodigio e geniali di un certo cinema americano, ma dei ragazzi che, accomunati dallo stesso destino, hanno dovuto imparare (a loro spese) a corazzarsi contro i soprusi e le angherie del mondo adulto. Fansten costruisce un “dramma” atipico dove la solidarietà ed il codice d’onore divengono il collante che tiene uniti questi sfortunati eroi (non a caso, scoperto il cadavere nessun compagno di classe collaborerà con la polizia o con il magistrato incaricato delle indagini). Anche se il regista alleggerisce la pellicola con spruzzatine di black-humour (come bara per la madre di Martin é usata una vecchia pentola di legno, dimenticata nel soffitto di un appartamento di uno dei giovani protagonisti) ed il clima che si respira nel film è melanconico e senza speranza. Per tutto il film nessuno dei giovani protagonisti cederà al pianto e quando Claire al funerale non riuscirà a trattenere le lacrime, i compagni di classe, la stigmatizzeranno, dicendole: “Ma non ti puoi trattenere?”. Nonostante gli sforzi, Fansten non riesce però ad evitare delle stasi narrative e la storia naufraga, languidamente, verso il prevedibile epilogo finale. Ma (forse) quello che gli interessa mostrare è la confusione e l’ambivalenza che alberga in questi piccoli protagonisti (apparentemente freddi, algidi e privi d’emozioni)  spinti, da un lato, a ribellarsi ai “grandi” e dall’altro a vivere il “sogno” di essere diventati precocemente adulti.

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