Menti in subbuglio

5 Maggio 2019 | Di Ignazio Senatore
Menti in subbuglio
Scritti di Ignazio Senatore sui rapporti tra Cinema e psiche
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“So chi sono io, anche se non ho letto Freud…” E’ quanto affermava, spudoratamente, Samuele Bersani nella sua graffiante e tenera “Spaccacuore”. Ma quanti di noi possono sottoscrivere la perentoria affermazione del cantautore riminese?

Molti psicoanalisti si sono lambiccati il cervello per definire il concetto di identità e per stabilire come e quando si acquisisce. Tutti concordano che essa si determina sin dalla nascita e che viene arricchita, giorno dopo giorno, in base all’acquisizione delle proprie esperienze personali. Perché accada bisogna integrare le prime frammentarie esperienze corporee, interiorizzare il concetto del tempo, amalgamare aspetti maschili e femminili, quelli adulti ed infantili, distinguere sé dagli altri, far tesoro delle esperienze accumulate ect. Un faticaccia.

Ma non tutte le ciambelle riescono con il buco e quando uno di questi processi viene meno, la follia bussa alla porta. I soggetti più gravi sviluppano personalità multiple e questi personaggi (ricordate Anthony Perkins, nei panni di Norman Bates, lo svalvolato protagonista di Psycho di Alfred Hitchcock?)  si rifugiano in un mondo di fantasia dove la realtà, letta come minacciosa, è seppellita a chiave in un cassetto della mente.

A partire dal pionieristico Il gabinetto del Dottor Caligari,  diretto nel 1919 da Robert Wiene, che narra di un “folle”, ricoverato in manicomio che crede di essere uno psichiatra, non c’è regista o sceneggiatore che non abbia dato vita ad un personaggio psicologicamente disturbato o con qualche rotella fuori posto; c’è chi lo ha raffigura mentre s’aggira con gli occhi sgranati e la mente completamente in subbuglio per i labirintici corridoi dell’Overlock Hotel (Shining) o narra di personaggi divorati da deliri di persecuzione (La conversazione di Francis Ford Coppola), di gelosia (L’inferno di Claude Chabrol) o da terrificanti allucinazioni visive. Come non ricordare i draghi dalle narici fumanti che lo straordinario Robert Williams allucina e vede sbucare di notte, all’improvviso, in mezzo al Central Park? E se c’è chi naufraga completamente nella pazzia (Il corridoio della paura), il cinema ha anche mostrato dei personaggi (A beautiful mind) che riescono a liberarsi dei propri fantasmi. La frase da ricordare? Quella pronunciata dal travolgente Bill Murray, protagonista dell’esilarante commedia Tutte le manie di Bob: “Stretta la foglia, larga la via, l’amor mio si chiama schizofrenia.”

Articolo pubblicato su Optima Salute . Maggio 2019

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