Nessuna pietà per gli eroi: il cinema e la malattia oncologica

19 Dicembre 2014 | Di Ignazio Senatore
Nessuna pietà per gli eroi: il cinema e la malattia oncologica
Scritti di Ignazio Senatore sui rapporti tra Cinema e psiche
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Ti hanno fatto una biopsia. Non è che detto che il tuo è maligno. Uno su due va bene.”  (da “Uno su due”)

“La parola più bella al mondo non è amore ma è “benigno”.  (Woody Allen)

Medico: Il trattamento la stancherà un po’, ma poi con un paio di mesi di raggi, guarirà.

Cleò:     Mi sembra di non aver più paura, mi sembra di essere felice.   (da Cleò dalle 5 alle 7)

Dottore: Emma si è rilevato maligno

Emma:   Me lo ripete?

Dottore.  Maligno  ( da “Voglia di tenerezza”)

 

Introduzione

Tra le svariate malattie che fanno capolino sullo schermo, quelle oncologiche fanno la parte del leone ed alcuni registi e sceneggiatori le mettono in scena con passo felpato, lasciandole quasi sullo sfondo; altri, invece, le regalano una centralità all’interno della vicenda. Nel recente volume “Cinema, Mente e Corpo” (Zephyro Editore – 2010), dopo aver suggerito una dettagliata filmografia ragionata sul tema, ho analizzato diversi “cancer-movie” e sottolineato come in diverse pellicole la scoperta della malattia si abbatte sul personaggio come un fulmine a cielo sereno; c’è chi impagina un sentimentale puntando spudoratamente sui fazzoletti, lasciando che una melensa e zuccherosa colonna sonora accompagni le scene più dolenti (Anonimo veneziano, Love story, L’ultima neve di primavera) e chi mostra, in flashback il protagonista che, prima di essere colpito dalla malattia, si tuffava a pieni polmoni nella vita (Scelta d’amore – La storia di Hilary e Victor). Per non appesantire troppo il clima mortifero che circola nelle pellicole i registi tendono per lo più ad allentare la tensione, lasciando fuori campo le indagini ed i presidi medici ai quali gli sfortunati protagonisti devono sottoporsi. Non manca, all’opposto, chi, impietosamente, indugia sui loro volti scavati e sui corpi divorati dal male,oltraggiati ed ispezionati dai medici e costretti a subire TAC, scintigrafie, punture lombari ed altre laboriose indagini cliniche e mostrandoli mentre dimagriscono, sudano, impallidiscono, tremano come una foglia (La voce dell’amore). Qualche sceneggiatore ha descritto, con un tocco più ironico e scanzonato, la stoica rassegnazione di chi, pur sapendo di avere i giorni contati, lotta con le unghie e con i denti per regalarsi ancora qualche sorriso (My life, La forza della mente); altri, invece, mostrano, la risoluzione in positivo della malattia (Guardami, Cleo dalle 5 alle 7).  

Le malattie oncologiche nel cinema americano

Tra le numerose pellicole a stelle e a strisce prodotte sul tema, su tutte, spiccano le premiatissime Love storyVoglia di tenerezza che sbancarono entrambe al box office e nella notte degli Oscar rastrellarono decine di premi. In Love Story, film diretto da Arthur Hiller nel 1970 e tratto dal best seller di Erich Segal, Olivier Barret IV (Ryan O’Neal), figlio di miliardari, frequenta legge all’università di Havard dove incontra la dolce e tenera Jenny (Ryan O’Neal) una ragazza povera, figlia di immigrati italiani. I due s’innamorano e si sposano contro il volere di Olivier Barret II (Ray Milland) il padre del ragazzo che lo disereda. Dopo poco, a Jenny diagnosticano un male incurabile ed il loro sogno d’amore naufragherà. Il regista dosa furbescamente gli ingredienti della vicenda, gioca sulla differenza di classe tra i due protagonisti ed alterna, sapientemente, illusioni e delusioni, gioie e dolori, lacrime e sorrisi. Jenny è descritta come una ragazza spontanea, volitiva, senza peli sulla lingua che studia polifonia rinascimentale; Olivier come un ragazzo timido, con la passione per l’hockey, oppresso dal peso della figura paterna che vuole programmare e decidere la sua vita. La leucemia spazza via il sogno di Jenny ed, in luogo della fiaba a lieto fine, la sua vita diventa ben presto un calvario, ricco di atroci sofferenze. Per amplificare ancora di più la drammaticità della vicenda. Hiller si affida all’uso massiccio dei primi piani della giovane, graziosa e sorridente protagonista, lasciando che l’ammiccante colonna sonora composta da Francis Lai faccia il resto. Il regista mostra il medico che informa Olivier della malattia della moglie e gli consiglia di comportarsi con lei, in maniera normale, come se nulla fosse accaduto. Olivier è frastornato ma segue alla lettera le sue indicazioni e quando Jenny scopre il proprio male, si rivolge al marito e, sarcasticamente, gli dice: “Non fa male, Olivier, davvero! E’ come cadere in un burrone al rallentatore. Solo che vorresti aver già voluto toccare il fondo”. Lanciato con la frase “Amare significa non dover mai dire mi dispiace”, il film, melenso e strappalacrime, ebbe uno straordinario successo di pubblico e rastrellò sei nomination agli Oscar (1970) ma solo Francis Lai vinse la statuetta per la migliore colonna sonora. Il film ebbe un sequel Oliver’s Story (1979) di John Korty con Ryan O’Neal e Candice Bergen.

In Voglia di tenerezza di James L. Brooks (1983) la testarda, volitiva e combattiva Emma (Debra Ginger) sposa, nonostante il parere sfavorevole di sua madre Aurora (Shirley MacLaine),  Flap (Jeff Daniels) un modesto insegnante di provincia. La coppia mette al mondo tre bambini e viaggia con i soliti alti e bassi. Aurora incontra Garrett (Jack Nicholson) un ex astronauta dongiovanni, vicino di casa, Flap s’innamora di una studentessa ed Emma, accusato il colpo, ha una sbandata per Sam (John Lithgow). Flap ottiene un incarico in un altro stato e la famiglia lo segue ma arriva la notizia che Emma ha una malattia incurabile. La pellicola scade nel lacrimevole e nel sentimentale e saltella tra le amare vicende di Aurora, madre acida, cinica ed invadente e quella di Emma, casalinga frustrata, instabile e capricciosa che scopre la malattia, per caso, durante una visita al figlio. La narrazione è priva di pathos ed i dialoghi sono da dimenticare. Il regista non scava nella crisi di coppia di Emma e Flap che, sequenza dopo sembra scompaginarsi sempre più, né punta ad approfondire i rapporti ambivalenti e conflittuali tra Emma e la vaporosa Aurora. La scoperta del male incurabile della giovane protagonista, piovuto improvvisamente dal cielo, non muta sostanzialmente il clima che si respira nella pellicola e sembra un espediente narrativo studiato a tavolino per rimpolpare una vicenda di per sé opaca e priva di smalto. Tratto da un romanzo di Larry McMurtry, la pellicola fu coronata (immeritatamente) con cinque Oscar; migliore film, miglior regista, miglior attrice protagonista  (Shirley MacLaine) e miglior attore non protagonista (Jack Nicholson) miglior sceneggiatura non originale.

Modesto da un punto di vista stilistico e, confezionato come i precedenti, per rigare le guance dello spettatore è Scelta d’amore – La storia di Hilary e Victor di Joel Schumacher (1991), tratto da un romanzo di Martin Leimbach. Dopo aver scoperto che il suo ragazzo la tradisce Hilary O’Neil (Julia Roberts) risponde all’annuncio di Richard Geddes (David Selby) un ricco miliardario che cerca un’infermiera che assista il figlio Victor (Campbell Scott) un ventottenne ammalato da dieci anni di leucemia ed in trattamento chemioterapico. Ben presto tra Hilary e Victor scatta del tenero e le condizioni del ragazzo migliorano. I due si concedono una vacanza in un villaggio di pescatori dove fanno amicizia con Gordon (Vincent D’Onofrio) e con Annabel (Fran Lucci) una simpatica vedova che legge il futuro nei fondi del caffè. Victor ha però interrotto la cura e, per sedare il dolore, assume di nascosto di Hilary della morfina. Le sue condizioni di salute peggiorano ed Hilary lo convince a ricoverarsi nuovamente in ospedale, promettendogli che resterà al suo fianco. Zuccheroso cancer-movie condito con una melensa storia d’amore tra i due protagonisti. Per intenerire ancor più lo spettatore Schumacher ci mostra Victor come un ragazzo che, prima di essere divorato dal male, faceva sport e doveva laurearsi in filosofia. Sensibile, intelligente e gentile fa continuamente sfoggio della propria cultura e cita gli impressionisti francesi, Klimt e Dante Gabriele Rossetti. Foschie romantiche a parte, il regista ha però il merito di mostrarci, in maniera realistica, la sofferenza del giovane protagonista che, per tutto il film, vomita, trema, suda e si contorce dal dolore. Sul finale alla sua amata Hilary confessa: “Niente più ospedali, niente più terapia. Non è vita, io ho bisogno di una vita. E con te ho una vita. Se mi ami mi aiuterai a farmi  morire. Ho creduto che questa volta non mi sari ammalato. Sei la prima persona che in questi dieci anni mi hai fatto dimenticare di essere malato. Io volevo solo stare con te, fare l’amore con te. Non posso ricoverarmi nuovamente perché ho paura di sperare.“

Tutt’altre atmosfere si respirano in Chinese Box di Wayne Wang (1997), tratto dal romanzo di Paul Théroux, .John (Jeremy Irons), giornalista inglese che da anni risiede ad Hong–Kong è innamorato di Vivian (Gong Li) un’angelica prostituta che lavora in un karaoke bar. Ma lei non ricambia il suo affetto e sogna che Chang (Michael Hui) un ricco uomo d’affari la sposi. Mentre è al ristorante con gli amici, John sbianca, ha dei capogiri e sviene. Si sottopone allora a degli accertamenti clinici ed il medico gli diagnostica una forma rara di leucemia ed un aspettativa di vita che non supera i sei mesi. John è tentato di rivelare a tutti la propria malattia ma poi decide di custodire dentro di sé il proprio dolore. Nel girovagare come un sonnambulo per la città incontra Jean (Maggie Cheung) una prostituta alla quale chiede, dietro pagamento, di raccontargli la sua vita. Vivian finisce tra le braccia di John ma il male, inesorabile, lo divora.

Il film si apre la notte di San Silvestro del 1996 e si chiude il 30 giugno 1997, giorno della fine del protettorato inglese e l’automatico passaggio di Hong–Kong alla Cina Popolare. Questa scelta del regista, non affatto casuale, fa da sfondo alla tragica vicenda del protagonista che, per stordire il proprio dolore, si lascia trascinare dall’inderogabile bisogno di filmare e documentare la febbrile incertezza che regnava ad Hong-kong in quei giorni. Il gioco delle scatole cinesi, presente nel titolo del film, è palesemente disertato e neanche l’ingresso in campo di Jean imprime alcuna accelerazione alla vicenda. La malattia pugnala alle spalle Joe che a se stesso, confessa: “Una settimana fa volevo fare una cosa sola; raccontare tutto a Vivian ma ora mi sono reso conto che è l’unica cosa che non devo fare. Non devo opprimere lei, Jim o chiunque altro mi sta a cuore con la mia malattia. La dignità è tutto quello che mi rimane. Non voglio che lo sguardo dei miei amici mi ricordi che sto morendo.” Tranne questo raro momento di riflessione il protagonista s’aggira per Kong-Kong come un pugile suonato, privo di palpiti e di emozioni. Non convince l’entrata in scena di Jean ed è troppo sdolcinata la love-story finale tra John e la sua amata Vivian. A rendere ancora più esangue e noiosa la pellicola il viso immobile e di cera di uno spento Irons. Sceneggiato da quel genio di Jean-Claude Carrière.

Dal taglio decisamente più giovanilista è, invece, Per una sola estate di Mark Piznarski ( 2000), tratto dal romanzo Sommardansen di Per Olof Ekstöm, Kelley (Chris Klein) adolescente ricco, gradasso e viziato frequenta un liceo molto chic ed esclusivo. In una delle sue scorribande a Pottnam, un piccolo paesino agrario punta gli occhi su Samantha (Leelee Sobieski) una ragazza che lavora come cameriera nel fast food di famiglia. Ma Jasper (Josh Hartnett) le fa il filo da quando erano bambini ed i due rivali si fronteggiano a bordo delle loro auto e, dopo un folle inseguimento, causano un gigantesco incendio che manda in fumo il locale di Samantha. Condannati dalla corte a lavorare fianco a fianco per ricostruirlo, i due non smettono di punzecchiarsi. Samantha finisce tra le braccia di Kelley che, a fine estate ritorna al college. Ma lei ha un tumore osseo e prima che il suo male le recide la vita, Kelley torna da lei il giorno in cui è inaugurato il fast food per l’ultimo abbraccio.

All’esordio dietro la macchina da presa Mark Piznarski dirige un teen-movie dal taglio televisivo stucchevole in bilico tra la commedia sentimentale, il melodramma ed il film di formazione. I personaggi sono sfuocati ed è fin troppo riduttiva la contrapposizione del mondo ricco, cinico e senza scrupoli a cui appartiene Kelley con quello bucolico e rurale di Jasper. Il regista impagina una vicenda tenera dove l’eros è lasciato completamente fuori campo e le schermaglie tra i due giovani rivali tengono banco. La malattia che colpisce Samantha, una ragazzina dal viso acqua e sapone, è una tegola che cade, inaspettata, sulla testa dello spettatore ma il dolore non circola e la scena di Kelley che da l’addio alla sua amata non bagna i fazzoletti.  Per rendere ancora più lacrimevole la vicenda il regista accenna alla madre di Jasper, suicidatasi nella vasca da bagno. Citazioni a Robert Frost famoso poeta del New England.. Chiudono questa sintetica carrellata sui rapporti tra il cinema americano e la rappresentazione sullo schermo delle malattie oncologiche, due film che sfiorano la commedia e, con battute e sorrisi smorzati, provano ad alleggerire il clima mortifero che si respira nella vicenda.

Ne La forza della mente di Mike Nichols (2001), tratto dal dramma di Margaret Edson, a Vivian Bearing (Emma Thompson) insigne professoressa di letteratura inglese del XVII secolo diagnosticano un cancro alle ovaie. Su consiglio del medico curante (Christopher Lloyd) si ricovera in ospedale per effettuare un ciclo di chemioterapia. Paziente esemplare, Vivian si sottopone alle estenuanti indagini e, noncurante degli effetti collaterali, accetta una dose elevata di farmaci. Ma si spegne egualmente nel suo letto d’ospedale, confortata da Susie (Audra Mc Donald) un’infermiera dal cuore d’oro che si prende cura di lei. Melodramma che mette in scena il calvario di una paziente che lotta stoicamente contro la morte. Come il titolo originale del film suggerisce Nichols imprime alla pellicola un tono sottilmente ironico e cosparge la narrazione con i commenti sarcastici della protagonista, costretta a rispondere alle domande seriali che ogni giorno le rivolgono i medici, algidi e privi d’emozioni, che s’avvicendano intorno al suo letto. Ma questa sua scelta rende poco credibile la sofferenza della protagonista che finisce per muoversi sullo schermo come una pallida marionetta. Per spezzare la narrazione il regista fa uso dell’interpellazione e lascia che la protagonista si rivolga al pubblico per narrare le proprie emozioni e declamare brani di poesie che discettano sulla morte. Per dare un tocco colto alla pellicola, Nichols cita ripetutamente John Donne, poeta inglese del 600, e contrappone la sua lirica visione del mondo a quella fredda e materialistica dei sanitari.

In Non è mai troppo tardi di Rob Reiner (2007) ad Edward Cole (Jack Nicholson) un cinico miliardario, diagnosticano un male incurabile, lo ricoverano in un lampo in una delle cliniche di sua proprietà e lo costringono a dividere la stanza di degenza con Carter Chambers (Morgan Freeman) un modesto meccanico afroamericano di sessantasei anni, affetto anche lui da un cancro in fase avanzata. Edward continua a sputare veleno sui medici, a maltrattare Thomas (Sean Hayes) il suo segretario tuttofare ed a punzecchiare Carter con il quale per gioco stila una lista dei loro ultimi desideri.  Folgorati dall’idea di dover dare un addio in grande stile alla vita i due abbandonano la clinica e, sprizzando vitalità da tutti i pori, provano il brivido del paracadutismo, si sfidano in un autodromo su due auto da corsa, sorvolano il Polo e partecipano ad un ghiotto safari. Carter ha però nostalgia di rivedere la moglie (Beverly Todd) e se ne ritorna a casa; morirà dopo qualche tempo seguito a ruota da Edward. Reiner prova a mescolare lacrime e sorrisi e cerca di rendere il più soffice possibile una vicenda che vede come protagonisti due malati terminali. Dopo qualche battuta iniziale la commedia s’insabbia  ed il regista si limita contrapporre il ricco e saccente Edward al flemmatico e compassato Carter. Il regista mostra Edward che, per effetto della chemioterapia e dell’avanzare del male, vomita, giace spossato sul letto ma, per non appesantire la vicenda abbandona ben presto le stanze asettiche dell’ospedale e spedisce i due ammalati in giro per il mondo. Sul finale, Carter, il più saggio dei due, comprende che Edward ha messo in atto una serie di dispositivi per negare la realtà e, con un pizzico di sarcasmo, gli dice: “Ci sono cinque stadi della malattia: diniego, rabbia, patteggiamento, depressione, accettazione. Tu neghi la malattia. Sei la primo stadio: diniego.”. La pellicola risente di qualche incertezza espressiva e pur non scivolando nel patetico e nel sentimentale, sul finale, punta diritto ai fazzoletti.

 Le malattie oncologiche nel cinema italiano

Meno ricca di quella a stelle e strisce la cinematografia italiana sul tema dei rapporti tra lo schermo e la rappresentazione della malattia oncologica. In Amanti di Vittorio De Sica (!968), tratto da un lavoro teatrale di Brunello Rondi, Valerio (Marcello Mastroianni) incontra all’aeroporto Giulia (Faye Dunway) una giovane, ricca e bella disegnatrice di moda americana e ne resta fulminato. Dopo qualche giorno la donna ritorna in Italia lo contatta e gli propone di trascorrere insieme a lei un weekend. Da Asiago la coppia si trasferisce a Cortina d’Ampezzo e vive una travolgente storia d’amore. Giulia è agli sgoccioli perché affetta da un male incurabile ed invece di tornare in America per le cure ha deciso di porre fine alla propria esistenza. Valerio scopre, per caso la verità, e la convince ad affrontare con coraggio la dura realtà ed a proseguire le cure.

De Sica non cede al patetico ed al lacrimevole ma impagina un melò dolciastro e sbiadito dove la passione dei due protagonisti non trascina e non cattura. L’ultima avventura che Giulia si concede prima di morire con il suo amante occasionale  non ha né il gusto della trasgressione, né quello di un addio alla vita frizzante, indimenticabile ed  in grande stile. Per tutto il film Valerio e Giulia si guardano negli occhi, si scambiano effusioni, si giurano amore eterno ma continuano a rimanere due perfetti sconosciuti. L’ambientazione nel ricco mondo dei due protagonisti (auto di lusso, pellicce, ville da sogno) rende ancora più distanziante la pellicola e dona maggiore freddezza ai protagonisti. I dialoghi sono fiacchi e De Sica allunga il brodo con delle generose riprese dei paesaggi montuosi e degli interni delle ville palladiane. Troppo bella, elegante e truccata Dunway per essere credibile ed ispirare tenerezza e compassione; troppo controllato Mastroianni.

Nel più celebre e premiato Anonimo veneziano di Enrico Maria Salerno (1970) Enrico (Tony Musante), suonatore d’oboe alla Fenice di Venezia, è affetto da un male incurabile. Gli restano cinque mesi di vita e chiede a Valeria (Floinda Bolkan) la sua ex moglie di raggiungerlo a Venezia. Inizialmente Valeria crede che Enrico stia mentendo ma poi si piega all’evidenza ed amorevolmente si prende cura di lui. I due si amano nuovamente ed Enrico, prima di morire dirige la sua orchestra nel concerto per oboe. Film strappalacrime che sbancò al botteghino grazie alle suadenti musiche del Settecento di Benedetto e Alessandro Marcello (arrangiate da Giorgio Gaslini) ed alla struggente musica originale composta da Stelvio Cipriani. Pur impaginando un melò sentimentale il regista, al suo esordio, non lesina di mostrarci l’inesorabile declino del protagonista e lo filma quando assume la terapia e mentre si poggia, costantemente, la mano sulla nuca, quasi per oggettivare il male che lo affligge. Nel corso del film Enrico prova a seppellire il proprio dolore ma a Valeria confessa: “Il brutto sarebbe perdere la personalità e finire così a poco a poco. Sai, queste cose possono fare brutti scherzi, dipende dove vanno a sbattere. Bella roba. Quello che mi spaventa non è tanto il dolore fisico (si, certo il dolore fisico ti fa paura) ma puoi prendere un calmante, farti un’iniezione…Gran brutto male! E la gente non ne parla mai, strano, come se non esistesse. Bisognerebbe sapersi rassegnarsi. Non credo che accetterò di spegnermi così come una candela senza far niente. A me è sempre mancato qualcosa per essere un vero uomo, anche in questa circostanza…”

Il regista alterna scene dal contenuto drammatico a dei flashback con i due protagonisti sorridenti e felici. Venezia, città plumbea ed agonizzante, fa da cornice all’intera vicenda, come sottolinea lo stesso Enrico: “Io non potrei morire, non potrei aspettare di morire in un’altra città, non perché sia nato o sia semplicemente sempre cresciuto qui, nella città più bella del mondo ma perché è in agonia e mi dà questo senso di morte insieme.” Enrico accetta il suo male stoicamente ma, nel corso del film, si rivolge a Valeria e le dice: “Certo che ho paura! Ho paura quando m’addormento perché potrei morire nel sonno, ho paura quando incontro una persona perché penso sempre: “Perché a me e non a lui”. Ho paura perché quando suono potrei restare lì, con questo (un oboe) tra le mani, questo che è stato tutta la mia vita. Perché non dovrei aver paura?”

Infine, in Guardami di Davide Ferrario (1999) Nina (Elisabetta Cavallotti) giovane e spregiudicata attrice di pornofilm ha una relazione con Cristiana (Stefania Orsola Garello) redattrice di una rivista porno. A Nina le diagnosticano un linfoma e lei si sottopone alla chemioterapia e, come se nulla fosse, continua ad interpretare film hard.  Nina guarisce e prima di morire regala a Flavio (Flavio Insinna)  un insegnante malato di tumore, ‘innamorato di lei, una tenera notte d’amore. Il regista s’ispira vagamente alla vicenda di Moana Pozzi e, pur non lesinando qualche scena decisamente hard, vuole mettere in scena il dramma di una donna giovane e bella che, senza grandi strepiti e tormenti, si trova a fare, all’improvviso, i conti con la morte. Il contrasto tra eros e thanatos rimane però sullo sfondo e quando la madre (Angelica Ippolito) cerca di comprendere cosa la spinge a fare ancora la pornostar, lei, banalmente, le risponde: “Si è vero non è solo per i soldi. Mi piace e non è tanto una questione di sesso. Mi piace anche quello ma è un’altra cosa. E’ che io so che quando gli uomini mi guardano, hanno paura di me ma mi desiderano. Sono io che li possiedo. E’ una questione di potere. Ma tu hai idea di cosa sto parlando, ma’.” Per la durata del film il regista non concede alla protagonista una lacrima, un ripiegamento su se stessa, un attimo di nostalgia per un corpo oltraggiato dalla malattia ma le dona un’aria fin troppo spavalda, incosciente e superficiale. A dispetto del titolo del film, banditi gli sguardi morbosi e le incursioni voyeuristiche, il regista senza moralismi, propone la scelta della protagonista di mostrare il proprio corpo agli sguardi grondanti di sesso dei suoi fan. Ferrario compie una scelta di campo e filma solo il corpo erotizzato della protagonista, scotomizzando la malattia e lasciando sullo sfondo le visite mediche, la cura e le indagini cliniche a cui Nina deve sottoporsi.

 

Conclusioni

Messe da parte le pellicole prodotte sul tema dalla cinematografia europea, dalla rapida carrellata proposta sui cancer-movie prodotti in questi anni, si evince che, seppur legato ad aspetti legati alla fiction, nessuna immagine può filmare un dolore così cieco, come quello legato alla morte di un personaggio di una vicenda filmica. In tutti questi anni sono sfilati sullo schermo diversi protagonisti che strappano il cuore dello spettatore; dal piccolo e tenero Luca, de L’ultima neve di primavera, un bambino colpito da leucemia acuta, alla volitiva e bellissima ventenne Charlotte di Corpi impazienti; dalla battagliera e fragile  Samantha di The dark hours,affetta da un tumore cerebrale inoperabile, al tenero e spaesato Ivan de Le mele di Adamo. Su tutte, Ann, ventitreenne protagonista de La mia vita senza me, moglie di uno svogliato disoccupato e madre di due deliziose bambine. Dopo aver scoperto che un tumore alle ovaie in fase avanzato l’ha aggredita vigliaccamente alle spalle e non le ha concesso più di due mesi di vita, Ann soffoca il proprio dolore ed in una scena ad alto tasso di commozione, con lucida determinazione, si siede al tavolo di un bar e, dopo aver ordinato qualcosa da bere, appunta in un diario: “Cose da fare prima di morire: dire alle mie figlie che le amo parecchie volte al giorno. Trovare una moglie a Don che piace alle bambine. Registrare augurio di compleanno per le bambine fino a diciotto anni. Andare tutti insieme a Whalebay Beach e fare un fine settimana. Fumare e bere quanto mi pare. Dire quello che penso. Fare l’amore con altri uomini per vedere com’è. Fare innamorare qualcuno di me. Andare a trovare papà in prigione. Mettermi le unghie finte e fare qualcosa ai capelli.” 

Tranne qualche rara eccezione, i cancer-movie sono da considerare delle pellicole esteticamente scadenti, a conferma del dato che ogni qual volta registi e sceneggiatori vogliono filmare un tema così saturo di dolore eprovano a guardare in faccia la morte, se ne ritraggono spaventati.

 

 

Articolo pubblicato su Psychomedia.it il 27/8/ 2013

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