Pane, amore e anoressia

14 Gennaio 2016 | Di Ignazio Senatore
Pane, amore e anoressia
Scritti di Ignazio Senatore sui rapporti tra Cinema e psiche
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Alzi la mano chi non ha cercato, almeno una volta nella vita di smaltire qualche chilo di troppo, ricorrendo a qualche dieta fai da te o a qualche corsetta al mattino.

Il cinema, non poteva rimanere insensibile agli affanni di chi tenta di rendere più piatta la pancia o di snellire fianchi e cosce ed è stato per lo più il cinema comico che ha messo alla berlina chi lotta, disperatamente, contro forchetta, coltello e cucchiaio.

Su tutti merita una citazione 7 chili in 7 giorni, pellicola diretta da Luca Verdone (1986). Nel film  Alfio (Carlo Verdone), laureato in medicina con il minimo dei voti, e  Silvano  (Renato Pozzetto), un collega di corso, dopo essersi affidati ad un programma dietetico messo a punto da un sedicente dietologo, decidono di aprire una clinica per obesi con l’obiettivo di far dimagrire i pazienti di “sette chili in sette giorni”. “Villa Samantha” richiama un buon numero di pazienti in soprappeso che vengono sottoposti a digiuni forzati, a diete semiliquide e ad esercizi di ginnastica all’aria aperta. Tenuti a stecchetto, i ricoverati, sono disposti a tutto; c’è chi ingoia un uccellino, chi divora i pesciolini rossi, chi addenta un salame adulterato con il botulino. La situazione precipita quando si scopre che una ricoverata si è concessa a Silvano per un fettina di pane con burro e acciughe. I pazienti abbandonano la clinica ed Alfio e Silvano, appresa la lezione, trasformano “Villa Samantha” nel ristorante “Ai due porconi”.

Volando oltreoceano salta agli occhi Mangia prega ama di Ryan Murphy (2010), pellicola che mostra come un certo cinema ha banalizzato, esemplificandolo, il controverso tema della dieta. In una scena simbolo Elizabeth (Julia Roberts) e l’amica sono in una pizzeria di Napoli. Elizabeth si sta godendo una gustosa margherita, ma l’amica tentenna perché ha  cinque chili di troppo. Elizabeth, dopo averci scherzato un po’ su, per rassicurarla, le dice: “Ascolta io sono stufa di svegliarmi la mattina, pentendomi di ogni singola cosa non che ho mangiato il giorno prima, contando le calorie che ho consumato per sapere esattamente quanto disgusto proverò sotto la doccia E allora mangio, non ho intenzione di diventare obesa, ma basta sensi di colpa, perciò ecco il programma. Finisco questa pizza e poi ce ne andiamo a guardare la partita e domani ci facciamo un giretto e ci compriamo dei jeans più larghi.”

Atmosfere completamente diverse si respirano, invece, in quei film che provano a tratteggiare le problematiche legate ai disturbi del comportamento alimentare.

Ne La merlettaia, diretto da Claude Goretta (1977) la giovane e disarmante Pomme (Isabelle Huppert), dopo essere stata abbandonata Francois, un giovane studente d’estrazione borghese, non regge la delusione, rifiuta di alimentarsi ed è ricoverata in un manicomio. In questo film il disturbo anoressico è letto più come una risposta depressiva alle pene d’amore, ma merita una menzione speciale per essere stato il primo a mettere in campo la patologia anoressica.

In verità, anche Primo amore di Matteo Garrone (2004), più che un film sull’anoressia è la storia di un amore “malato”, ma mostra Sonia (Michela Cescon), una donna passiva e con un assetto dipendente di personalità che, per dimostrare a Vittorio (Vitaliano Trevisan), di amarlo, inizia a perdere qualche chilo, rispetta un regime dietetico sempre più rigido, fino a diventare pallida, scheletrica ed emaciata.

L’unico film che prova davvero a mettere al centro della narrazione la patologia anoressica è Maledimiele di Marco Pozzi (2011). Sara (Benedetta Gargari), studentessa modello, sedicenne, dopo una delusione amorosa, decide di perdere peso con l’obiettivo di raggiungere i 38 chili. Sola e senza amiche, si chiude sempre più in se stessa ed affida alle pagine del suo blob le sue dolorose riflessioni. Sul finale crolla, ma troverà, da sola, la forza di mettersi alle spalle la malattia e di guardare con ottimismo al futuro.

La Settima Arte non poteva non mettere in scena anche il disturbo bulimico. E se Dolce è la vita di Mike Leigh (1990), Nicola è una ragazzina instabile, infelice e capricciosa che scarica le tensioni accumulate in famiglia con delle colossali abbuffate che terminano con il vomito autoindotto, in Pomodori verdi fritti alla fermata del treno, di Jon Avnet (1991), Evelyn è una grassa casalinga infelice che affoga le frustrazioni in deliziosi manicaretti.

Infine ne La Venere di Willendorf” di Elisabetta Lodoli (1997) Elena, spenta, taciturna e alla ricerca di se stessa, dopo aver scoperto il tradimento del marito, non trova di meglio che compiere delle abbuffate notturne per scaricare la rabbia e l’infinita tristezza che ha accumulato dentro di sé.

Dopo questo breve excursus sul tema, come non convenire allora con l’illuminante affermazione di Samuel Fuller: “Il cinema è un’arte culinaria.”?

Articolo pubblicato sulla Rivista 81/2 N. 24 – Gennaio 2016

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