Focus Extra N 66- 2015: Psicocinema

8 aprile 2015 | Di Ignazio Senatore
Focus Extra N 66- 2015: Psicocinema
Interviste a Senatore
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“Centomila dollari. È la cifra che nel 1925 Sigmund Freud rifiutò dal produttore hollywoodiano Samuel Goldwyn per una collaborazione alla stesura della sceneggiatura di un film dedicato alla storia d’amore fra Antonio e Cleopatra. Nello stesso anno, anche lo sceneggiatore Hans Neumann e il regista tedesco Pabst, che stavano per realizzare il film I segreti di un’anima, basato sulla soluzione del caso clinico di un uomo afflitto da sogni uxoricidi, cercarono Freud per una consulenza scientifica. Era o non era il maggior esperto dell’inconscio? Nulla da fare: il padre della psicoanalisi declinò anche questo invito. Il suo rifiuto fece notizia. Anche perché Freud non usò mezzi termini per comunicare il suo pensiero riguardo a qualsiasi rappresentazione cinematografica della psicoanalisi. E bacchettando tanti colleghi che invece ne erano stati affascinati (per esempio i suoi due allievi Hanns Sachs e Karl Abraham accettarono di collaborare con Pabst), scrisse: “La riduzione cinematografica sembra inevitabile, così come i capelli alla maschietta, ma io non me li faccio fare e personalmente non voglio avere nulla a che spartire con storie di questo genere… La mia obiezione principale rimane quella che non è possibile fare delle nostre astrazioni una presentazione plastica che si rispetti un po’”. Eppure, nonostante Freud, tra il mondo del cinema e quello dell’inconscio fu subito attrazione fatale. Che fruttò non solo una lista infinita di film “psicoanalitici”, nei quali i personaggi e i loro rapporti sono spiegati facendo ricorso alla psicoanalisi, illustrando perfino le tecniche terapeutiche. Ma anche tanti studi, soprattutto dalla fine degli anni Sessanta in Francia, dedicati al rapporto tra cinema, psicoanalisi e sofferenza mentale.

Perché, dunque, tanto interesse? Freud rifiutò di collaborare con il cinema, ma il pensiero del padre della psicoanalisi si diffuse olteoceano anche grazie a Hollywood. L’inconscio, innanzitutto. Tanto per cominciare, cinema e psicoanalisi sono nati insieme, alla fine dell’800. Nel 1895, i fratelli Lumiere proiettavano a Vienna e a Parigi le prime pellicole, mentre Sigmund Freud scriveva i suoi Studi sull’isteria, e nel 1900 pubblicava l’Interpretazione dei sogni. Una coincidenza, seppur straordinaria. Ma c’era ben altro. A entrambi interessava l’inconscio: alla psicoanalisi per curare la mente, al cinema per realizzare opere visionarie, evocative, emozionali. Precisa Angelo Moscariello, teorico e critico del cinema: «Nati insieme, il cinema e la psicoanalisi si sono subito innamorati l’uno dell’altra, instaurando uno scambio di ruoli tra i registi e gli psicoanalisti, entrambi impegnati a rappresentare le immagini dell’inconscio: i primi con gli strumenti dell’arte e i secondi con quelli dell’analisi. Mentre la psicoanalisi cercava di “mettere in sequenza” i frammenti caotici del “cinema interiore” dei pazienti psicotici, il cinema apriva la porta dell’inconscio e dell’immaginario». Ma ad accomunare il mondo del cinema a quello dell’io profondo è anche il linguaggio. Ovvero, l’uso dei simboli: «La psicoanalisi ama i simboli, il cinema ama i simboli, quindi il cinema ama la psicoanalisi», conclude Moscariello. Tra i primi film che hanno “aperto le porte all’inconscio” ci sono Nosferatu, di Murnau (1922), o le opere surrealiste di Buñuel Un chien andalou (1929) e L’age d’or. In seguito, il cinema si è avvicinato alla psicoanalisi in maniera diretta, con opere divulgative, magari lontane dalla correttezza scientifica ma artisticamente originali. Da film come il già citato I misteri di un’anima di Pabst, fino alle opere di Hitchcock e oltre: basti pensare ai tanti thriller che hanno per protagonisti psicotici assassini dalla doppia personalità (…) ai drammi ambientati negli istituti psichiatrici (La fossa dei serpenti, Qualcuno volò sul nido del cuculo). O ai nevrotici cronici di Woody Allen, primo fra tutti Zelig. Il fascino dei complessi… Di certo, Hitchcock è stato tra primi e più prolifici autori a “impacchettare in pseudopsicoanalisi” (parole sue) molte storie, contribuendo a rendere l’analisi freudiana popolare anche oltreoceano. Un esempio? Io ti salverò: un uomo affetto da amnesia è convinto di aver commesso un delitto. Grazie a un sogno “rivelatore” interpretato dalla psicoanalista, ritrova la memoria, scoprendo la sua innocenza (la scena del sogno fu realizzata dal surrealista Salvador Dalì). Sempre Hitchcock, fu il primo a intitolare un film Psycho (matto), per raccontare lo sdoppiamento di personalità di un assassino affetto da nevrosi edipica.«In una prima fase, il cinema trovò seducente la psicoanalisi perché studiava i sogni», aggiunge Francesco Casetti, professore alla Yale University nel Film Program e nell’Humanitas Program. «E tutto il cinema surrealista ne fu influenzato. Lo furono anche Bergman, Fellini, Truffaut, David Linch. In una seconda fase, quella del cinema americano degli ann’50 e ’60, la trovò affascinante perché studiava i complessi». Come dire: più problemi psichiatrici aveva il protagonista e più le storie erano perfette da raccontare. In una seconda fase, quella del cinema americano degli anni ’50 e ’60, la trovò affascinante perché studiava i complessi». «Tutti i film americani di quegli anni sono di psicoanalisi pura. Per esempio, tutti quelli tratti dalle opere di Tennessee Williams, come Improvvisamente l’estate scorsa. Un altro film di quegli anni che contiene parecchi temi psicanalitici è Gioventù bruciata. Basti pensare alla scena in cui in cui il ribelle James Dean trova suo padre che indossa il grembiule da cucina della madre: spiega magnificamente i motivi dell’insofferenza del ragazzo nei riguardi di un padre debole e sottomesso alla moglie»,conclude Casetti.

A sedurre i cineasti nel corso degli anni è stata anche la spettacolarizzazione della “cura” delle malattie mentali, spesso trattata in maniera superficiale, ma di sicuro effetto per attirare l’attenzione dello spettatore. Spiega Ignazio Senatore, psichiatra e psicoterapeuta al Dipartimento di Neuroscienze dell’Università Federico II di Napoli e curatore di www.cinemaepsicoanalisi.com: «Nel cosiddetto cinema della “cura”, ci sono due filoni: quello dove la malattia mentale è frutto di un trauma dell’infanzia e viene curata catarticamente, e quello dell’ipnosi». Due esempi? Marnie e K-Pax: da un altro mondo. Nel film di Hitchcock, una donna (ladra, bugiarda, frigida) guarisce quando,con un altro evento traumatico, riporta alla coscienza un terribile ricordo rimosso (da bambina uccise un uomo per difendere la madre); in K -Pax: da un altro mondo, il protagonista ritrova la sua identità grazie all’ipnosi (pensa di venire da un mondo extragalattico, in realtà gli hanno massacrato moglie e figlia). Comunque sia, in ogni film, classico o moderno, piccoli lampi provenienti dall’inconscio riescono sempre a filtrare, spesso in maniera involontaria. Ma non sono solo nella storia raccontata sullo schermo: la sala buia, secondo molti psicologi, invita lo spettatore a entrare in contatto con il proprio inconscio. Non a caso, il mondo della celluloide è stato paragonato a quello onirico. Spiega Senatore: «Guardando un film, grazie all’oscurità della sala, alla posizione rilassata sulla poltrona, all’irrealtà delle immagini, entriamo in un regime di “credenza” simile a quello di quando sogniamo. Questo effetto ci dà l’illusione di produrre l’immagine filmica e di “sognare” le immagini e la storia proiettata sullo schermo. Il dispositivo cinematografo diviene uno spazio virtuale dove immagine e immaginazione coincidono, dove la realtà e la finzione cinematografica si sovrappongono». Non c’è da stupirsi, quindi, se spesso all’uscita da un cinema il mondo ci sembra migliore. «Truffaut, che andava a vedere lo stesso film anche dodici volte facendosi inghiottire dal grembo materno e accogliente della sala buia, diceva che abbiamo bisogno di vedere immagini in movimento, proprio come abbiamo bisogno di sognare tutte le notti. Ed è così: se un film rievoca i nostri sogni, gusti, passioni, sentimenti, è benefico come una terapia, seppure momentanea», nota Lucilla Albano, professore ordinario di Interpretazione e analisi del film e Cinema e psicoanalisi all’Università Roma Tre. Naturalmente, tutto dipende dall’intensità della relazione: «funziona solo con chi ha le antenne per entrare nella storia e per provare emozioni », conclude Senatore. «Avvolti nel buio della sala, non si può guarire dall’ansia e dalla depressione, ma si può piangere e ridere, e lasciarsi andare liberandosi dalle preoccupazioni». Insomma, il cinema non potrà curare, ma può aiutarci a vivere meglio. Vi sembra poco?

Nevrotici, folli, incapaci, ciarlatani, seduttori incalliti. Spesso più disturbati dei pazienti che hanno in cura. «Da anni, nel cinema noi psichiatri veniamo messi in ridicolo e descritti come gente piena di problemi personali, e Woody Allen lo ha fatto meglio di tutti», dice Ignazio Senatore, autore de L’analista in celluloide. Come mai? Secondo l’esperto, è anche un modo per rassicurare lo spettatore: lo sceneggiatore non può (e non vuole) dirci di andare a curarci da uno psicanalista. Inoltre, per molti la psicoanalisi e la psichiatria non sono nemmeno scienza: ecco perché è più facile far ridere con uno psichiatra che con un cardiochirurgo. «Forse, uno dei pochi psichiatri seri e professionali visti nel cinema italiano è Nanni Moretti ne La stanza del figlio».

                                                                                                          Fabrizia Sacchetti – Focus Extra N. 66- 2015

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