Conversazione con Renato Carpentieri sul volume “Curare con il cinema ”

13 dicembre 2014 | Di Ignazio Senatore
Conversazione con Renato Carpentieri sul volume “Curare con il cinema ”
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 Conversazione con Renato Carpentieri sul volume “Curare con il cinema ” di Ignazio Senatore
Carpentieri: Quando ho letto il tuo libro (Curare con il cinema. n.d.r)  mi sono ricordato che negli ultimi tre anni sono stato in un paese del casertano… C’era un cinema che era un grande stanzone e ci si arrivava attraverso la campagna…E c’era un mio amico che si chiamava Pietro (poi è emigrato in Canada) detto Pedro oppure il secondo soprannome “Montone” (perché faceva il macellaio ed uccideva con un coltello senza fare soffrire pecore…e perciò “Montone”) ed ogni volta che andavamo al cinema con un gruppo di ragazzi, lui, tornando si ricordava tutte le battute, tutte le battute principali, i finali dei western, lui se le ricordava tutte e nel percorso di ritorno rifaceva queste scene con le battute del protagonista; quello là che moriva, quello che lasciava il testamento, il protagonista che chiudeva gli occhi in un momento di dolore… e lui faceva questo. Questo percorso al ritorno era una specie di sintesi… Allora questo libro mi ha ricordato Pedro Montone. Questa cosa dell’insistenza della citazione, allora ho detto: Ignazio avrà fatto anche lui dei percorsi…Chissà quando hai pagato per farti trascrivere le sceneggiature che hai riportato…
Senatore: No, le ho trascritte io, film per film…
Carpentieri: Ah, bellissimo…Allora questa é la prima cosa a cui si attacca tutta una serie di domande. La prima di domanda é che a Pedro Montone piacevano di più e si ricordava di più i film epici (i film western) e si ricordava di meno i film in cui c’era questo genere di discorso e di dialogo familiare. Invece in questo libro manca del tutto, in qualche modo, l’epica e il surreale ed insiste molto su questo tipo di dialogo familiare…Perciò in questo libro manca Kubrick, Kurosawa…
Senatore: Hai ragione…Nel volume non è citato un film di Kubrick… ma “Rashomon” di Kurosawa c’é…
Carpentieri: Quindi questa è la prima domanda…La seconda domanda che mi é venuta é questa: “Il cinema é veramente un “vizio” o é piuttosto il più facile tentativo di vivere con delle storie?”. Nel senso che non è vero che la televisione é il più facile tentativo…La televisione é il più facile tentativo, secondo me, di perdere tempo, di “far passare il tempo” ma di vivere con le storie, probabilmente, il cinema é il tentativo più facile… cioè uno normale vive con le storie, se ha voglia di vivere con le storie lo può fare più facilmente con il cinema. Ma se questo é vero, il problema è “curare con il cinema” o é “curare con le storie”?
Senatore: Non a caso, Hillman, un famosissimo psicoanalista junghiano, ha scritto un volume intitolato proprio “Le storie che curano”…
Carpentieri: Allora, il problema é che, probabilmente, si “cura” con le storie…E’ fondamentale… come diceva una volta lui e non solo lui… Mi ricordo una volta una conferenza di Wim Wenders (che é uno che una parte dei film lo fa “senza” storia ed un’altra parte lo fa “con” una storia, la sceneggiatura…. ed essendo uno di provenienza fotografo, una parte del film lo fa “senza “storia)…Quelli che fa “con” le storie li fa perché risponde, come dire, ad un bisogno fondamentale umano di non sentirsi piccolissimi nell’universo ed in un flusso continuo. La storia é indispensabile per riconoscersi come specie e per dare un senso a quello che facciamo… Allora, nasce un altro problema che, forse, attiene alla psicoanalisi: “Quando tagliare le scene?”. Perché uno dei problemi del cinema é quando tagliare le scene. Gli errori di montaggio si pagano amaramente perché alcune scene sono troppo lunghe ed altre scene sono troppo corte…Probabilmente nella vita succede lo stesso: “Quando tagliare le scene della vita?”…Ma se é vero questo, dopo questa serie di domande c’è l’ultima : “E’ vero o no, come diceva Benjamin che “l’arte di narrare si avvia al tramonto, perché gli uomini non fanno più esperienza?” E che, quindi, il nostro immaginario é tutto pieno di film ma noi non facciamo più l’esperienza necessaria a poter raccontare..facciamo i remake.. E se è vero, é vera anche quest’altra cosa (che riguarda cinema e psicoanalisi) che diceBenjamin : “Il narratore è persona di consiglio per chi l’ascolta. E se oggi quest’espressione ci sembra antiquata ciò dipende dal fatto che diminuisce la comunicabilità dell’esperienza per cui non abbiamo consiglio né per noi, né per gli altri. “Consiglio”, infatti, é meno la risposta alla domanda che la proposta relativa alla continuazione di una storia che é in atto di svolgersi. Per riceverlo (Il consiglio) bisogna innanzitutto saperla raccontare (la storia) a prescindere dal fatto che un uomo si apre a un consiglio solo nella misura in cui sa far parlare la propria situazione.”
Senatore:  I film epici di cui parlavi tu, il film di Ercole, Maciste, i film western…sono forse più evocativi di altri ma ci tengo a difendere la scelta dei film che ho fatto…Certo in un libro sul cinema è sempre un opera “mutilata” perché  non è possibile mettere su carta le immagini…e ciò ti costringe a fare delle scelte…
Carpentieri: Probabilmente questo tipo di film che hai scelto é più attinente alle possibilità di intervenire nelle forme del discorso del paziente. Ma noi stiamo parlando del bisogno generale di flusso di storie, in questo senso…Ma abbiamo bisogno di storie? Senza dubbio l’epica ha il suo posto…. E’ difficile estrapolare un dialogo di “Barry Lindon” ma non mi puoi dire che non ti lascia nulla…”I sette samurai” é un film straordinario…Se uno immagina una battaglia del passato, non puoi non pensare a questi invincibili, sotto la pioggia…Faccio una digressione…Ci fu un saggio sull’Iliade e sull’Odissea, indicati come due forme primitive da cui nascono tutte le altre. “L’Iliade” come il poema dell’assedio, in cui Achille uccide se stesso, fa una battaglia sapendo che questo significa la sua morte, uccide se stesso perché Ettore é vestito delle sue armi, quindi in quel momento sono tutti e due uguali. E “L’Odissea”, il ritorno, le peripezie per una casa dove poi morirà…L’assedio e il ritorno, sono le due forme archetipiche della vita…Ora alzando la metafora, se uno é per l’assedio, queste battaglie non li dimentica,  il concetto di lotta…Se uno é per la peripezia, alcuni film di peripezia gli restano in testa…Questo é quello che volevo dirti…Pedro Montone era per l’assedio… “
 

Napoli 31.1.2002

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