Se una notte d’inverno un viaggiatore…

31 Agosto 2016 | Di Ignazio Senatore
Se una notte d’inverno un viaggiatore…
Scritti di Ignazio Senatore sui rapporti tra Cinema e psiche
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Se il vagabondare è il viaggiare senza meta di chi non ha una casa e può mettere in moto fantasie raminghe, la parola turista, deriva dal francese “tour” (giro), ed evoca, specie nell’accezione corrente, un nonché di negativo.
Il turista, generalmente, è considerato colui che visita distrattamente una città o un paese straniero ed, invece, di “uscire da sé” e lasciarsi travolgere dal fascino dell’estraneo e dell’insolito, si limita, frettolosamente, a scattare qualche foto, a comprare qualche souvenir ed a spedire qualche cartolina. Con superficialità, osserva usi, i costumi di un popolo a lui distante, presta orecchio a leggende, tradizioni e miti locali a lui sconosciuti, ma nulla lo attraversa, lo perfora e liquida ciò che per lui è estraneo, come superfluo, banale ed insignificante.
Nel magico Il the nel deserto di Bernardo Bertolucci (1990), nelle prime battute del film, Kit, la giovane protagonista propone all’amico George un’illuminante sottolineatura: “Noi non siamo turisti, siamo viaggiatori. Un turista è quello che pensa il ritorno a casa fino dal momento che arriva, laddove un viaggiatore può anche non tornare affatto.”
Il grande regista parmense, nel trasportare sullo schermo l’omonimo romanzo di Paul Bowles, ci mette così di fronte a due diverse concezioni mentali; quella del turista, sbrigativa e superficiale, e quella del viaggiatore, desiderosa di essere sorpreso e disposta ad accogliere il nuovo. Come, infatti, afferma Robert Walser, “il viaggio presuppone una scoperta, un conoscere. Senza una trasformazione non c’è viaggio, senza un distacco, un lasciare da ciò che si ha. Il viaggio presuppone la libertà di permettere al mondo di entrare dentro noi stessi.”
Queste riflessioni preliminari sui termini di “turista” e “viaggiatore” sono prese a pretesto per rimarcare uno dei rischi più diffusi della nostra professione; per non rimettere in gioco le nostre certezze ormai acquisite nel tempo, vestiti i panni del “turista”, lasciamo spesso che l’impenetrabile, l’indecifrabile, l’inesplicabile resti fuori la stanza della terapia.
In Turista per caso, capolavoro del regista Lawrence Kasdan (1988), Macon Leary, il protagonista della pellicola, interpretato da un monumentale William Hurt è uno scrittore di guide turistiche ed il suo obiettivo è quello di suggerire, a chi è in viaggio per affari, come affrontare, con i minori contraccolpi emotivi possibili, gli imprevisti cui va incontro mentre si sposta da un capo all’altro degli States. Non a caso, l’incipit del film si apre con la voce off del protagonista che snocciola alcuni preziosi consigli: “Chi viaggia per affari dovrebbe portarsi dietro solo quello che entra in una borsa a mano perché dire bagaglio significa andare in cerca di guai. Portatevi anche qualche bustina di detersivo formato viaggio, così non cadrete nelle mani di lavanderie sconosciute. Sono poche a questo mondo le cose che non esistono in formato viaggio. Un vestito è sufficiente, se vi portate dietro qualche confezione formato viaggio di smacchiatore. Il vestito dovrà essere grigio; il grigio non solo nasconde lo sporco ma è perfetto per un funerale imprevisto. Mettetevi sempre in borsa un libro per proteggervi dagli estranei; le rivista finiscono subito ed i quotidiani stranieri vi ricorderebbero che non siete a casa, ma non vi portate più di un libro. E’ un errore assai comune sopravvalutare l’eventuale tempo libero e caricarsi più del necessario. In viaggio, come d’altronde nella vita, il meno è quasi sempre meglio. Ah, la cosa più importante; non vi portate in viaggio niente di così prezioso o a voi così caro che la sola perdita possa gettarvi nella disperazione.”
Lontano mille miglia da quegli approcci improvvisati, pittoreschi e sensazionalistici che spesso sono utilizzati impropriamente in seduta e, fedele all’idea che bisogna ispirarsi ad un modello rigoroso, disciplinato e scientificamente validato, frutto di una consolidata esperienza clinica, credo che all’opposto di Macon Leary, il nostro obiettivo debba aderire il più possibile a quanto suggerito dal grande regista Jean Renoir: “lasciare sempre una porta aperta sul set perché è attraverso quello che l’inatteso arriverà.”
Seguendo questa scia, ancora una volta il cinema ci viene in soccorso, nelle ultime battute del film Un tocco di zenzero di Tassos Boulmetis (2003), il protagonista ci fornisce un altro prezioso elemento di riflessione: “Nella vita esistono due tipi di viaggiatori; quelli che guardano le carte nautiche e quelli che invece gli specchi. Chi guarda le carte nautiche è in partenza; quelli che guardano lo specchio stanno tornando a casa.”
Che tipo di terapeuti siamo? Siamo disposti a “prendere il largo” e ad affrontare insieme alla famiglia nuove avventure o con le nostre domandine standard ed i nostri seriali interventi, stiamo frettolosamente facendo rotta verso lidi affollati fin troppo poco suggestivi?
Il blob che proporrò avrà come fil rouge il film Fitzcarraldo di Werner Herzog (1982). Interpretato da un superlativo Klaus Kinski, narra di Fitzcarraldo, grande amante della lirica che, accecato dall’idea di voler costruire un teatro dell’Opera in Amazzonia, individuata una regione ricca di piante caucciù, s’imbarca in un’impresa da tutti definita folle; scendere con una nave lungo le rapide di un fiume, popolato da indigeni, trasportarla sulla vetta di una montagna e farla ridiscendere dal lato opposto del fiume, così da poter caricare il caucciù.. Giocando su una vecchia leggenda, cara agli indigeni, che narrava di un dio biondo che sarebbe apparso loro e, grazie all’incanto della voce di Enrico Caruso, Fitzcarraldo convince gli indigeni a compiere la “folle” impresa. Un film che ci ricorda come ogni terapeuta, quando è in seduta, al pari di Fitcarraldo, deve essere un po’ “visionario” e percorrere, con la famiglia (senza mai metterla a rischio) sentieri e percorsi mai esplorati prima. Un film dedicato a quei “folli” che credono nelle imprese impossibili ed a chi, pur facendo riferimento a bussole, a cartine nautiche e ad altri collaudati strumenti di navigazione, crede, come affermava Patrick Brydone, viaggiatore e scrittore inglese del Settecento, che “un viaggio per mare non vale nulla senza una tempesta.”

Articolo pubblicato sulla Newsletter SIPR Luglio 2016

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