“Senza un battito di ciglia: lo sguardo degli alieni, la Sindrome di Capgras ed altro ancora…”

19 Dicembre 2014 | Di Ignazio Senatore
“Senza un battito di ciglia: lo sguardo degli alieni, la Sindrome di Capgras ed altro ancora…”
Scritti di Ignazio Senatore sui rapporti tra Cinema e psiche
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“Dica a questi idioti che non sono matto…Dottore, almeno lei, mi ascolti, mi dia retta, la prego…Non sono matto, dottore…(Da “L’invasione degli ultracorpi”)

“Stanno arrivando dei pazienti in infermeria affetti da gravi fissazioni allucinatorie. Persone che hanno paura di dormire, di avere a che fare con i loro familiari e che mostrano paranoia verso gli altri, verso l’identità degli altri. Persone che hanno paura di se stesse. Io sono circondato da persone mentalmente disturbate…” (Da “Ultracorpi”)

“Non abbiate paura. E’ nella nostra facoltà di assumere le sembianze sia vostre che di chiunque altro. Per qualche tempo questo sarà necessario…Non possiamo, né lo vorremmo prendervi l’anima o il corpo. Non abbiate paura…Lasciateci stare….Non avvicinatevi, non vi turbate…Noi non vogliamo farvi del male…Dateci tempo, se no potrebbero succedere cose terribili…”(Da “Destinazione Terra”)

 

Introduzione

La lettura di un testo ti lascia dentro, il più delle volte, solo un ricordo sbiadito. Annoti nella tua mente qualcosa (una frase, un’immagine, un gustoso aggiornamento bibliografico) e, senza alcuna fatica, spazzi via, tutto il resto. Ma quello scritto di Walter Murch, continuava, invece, a frullarmi, senza sosta, nella mia mente…

“Ho cominciato a osservare la gente, a vedere quando batteva gli occhi, e ho cominciato a scoprire qualcosa di molto diverso da quello che s’impara nelle classi di biologia al liceo, cioè che il batter d’occhi sarebbe semplicemente un mezzo per inumidire la superficie dell’occhio. (…) Quindi mi pare che il ritmo del battere gli occhi sia legato ai nostri stati emotivi e alla natura e frequenza dei nostri pensieri, più che all’ambiente atmosferico in cui ci capita di trovarci. Anche se non c’è un movimento della testa (…) il batter d’occhi è quale non diremo cosa che aiuta la discriminazione interiore dei pensieri, oppure un riflesso involontario che accompagna quel processo mentale. E non solo la cadenza, ma anche il momento preciso del batter d’occhi è significativo. Cominciamo una conversazione con qualcuno e osserviamo quando questi batte gli occhi. Io credo che scopriremo che l’ascoltatore batterà gli occhi nel momento preciso in cui si sarà “fatto un’idea” di quello che stiamo dicendo, né prima, né dopo.(…) Il batter d’occhi avviene quando l’ascoltatore si rende conto che la nostra “introduzione” è finita e adesso diremo qualcosa di significativo, oppure quando sente che ci stiamo “scaricando” e non diremo più nulla di significativo per il momento. (…) Quando abbiamo un’idea o una sequenza d’idee collegate, battiamo gli occhi per puntualizzare e separare quell’idea dal resto. Analogamente nel film, un’inquadratura ci presenta un’idea, o una sequenza d’idee, e lo stacco è un “batter d’occhi” che le separa e puntualizza.”

Eppure, pensavo tra me e me, Walter Murch, (vincitore di tre premi Oscar, ha montato numerosi film. Tra gli altri “Apocalipse Now”, “La conversazione”, “American Graffiti”, “Il talento di Mr Ripley”) non era stato l’unico a ribadire la centralità dello “sguardo” nella finzione filmica. Prima di lui, Sandro Bernardi ci aveva ricordato che:

“All’inizio degli Anni Ottanta, Stephen Heath e Teresa De Lauretis si sono a lungo occupati del testo filmico dal punto di vista del “regime dello sguardo”.  Per Heath e De Lauretis il film narrativo classico si costruisce su una dialettica di sguardi che esprime la dialettica del desiderio; i racconti delle inquadrature hanno soprattutto il compito di organizzare gli sguardi dei personaggi fra loro e di collegare quello della macchina da presa con gli sguardi dei vari personaggi. Infatti, attraverso la dialettica degli sguardi, non solo si definisce la posizione dello spettatore nei confronti di ciò che sta guardando, ma si costruiscono anche i rapporti fra i personaggi, dentro il film; i movimenti interiori, amore, odio, rivalità, emulazione, simpatia, antipatia e così via, tutte le storie che il cinema classico racconta sono costruite sulla base di una drammaturgia dello sguardo che unisce o divide i personaggi e, conseguentemente determina i raccordi fra le inquadrature, che funzionano da vettori per questi sguardi.(…) I racconti narrativi sono prevalentemente racconti di sguardi.”

E successivamente anche Nuria Bou, sullo stesso tema, aveva affermato:

“Tutto il dispositivo cinematografico potrebbe essere letto, in questo momento, sotto forma di un infinito piano-contropiano tra lo spettatore e lo schermo in cui viene evocata la passione attraverso lo scambio di sguardi.”

In un attimo, compresi che, queste riflessioni sul tema dello “sguardo”, che a prima vista potevano apparire interne solo allo specifico filmico, mi avrebbero aiutato a declinare il tema propostomi. Scopo di questa mia relazione sarebbe stato quello di “dimostrare” che al cinema (grazie alla presenza di alcuni codici iconografici seriali; la fissità dello sguardo, l’assenza di emozioni….) un certo tipo di rappresentazione “dell’alieno” era sovrapponibile a quello “dell’alienato”, del “folle”. Due film cult degli Anni Cinquanta e Sessanta (“Il villaggio dei dannati” e “L’invasione degli ultracorpi”) mi avrebbero tenuto compagnia in questo avventuroso viaggio.

Senza un battito di ciglia

Ne “Il villaggio dei dannati”, la trama si tinge subito di mistero. In una cittadina inglese, nove mesi dopo uno svenimento collettivo, nascono nove bambini. Passano gli anni e questi alieni-bambini dall’aspetto inquietante (si somigliano l’uno all’altro come due gocce d’acqua, vestono uguali, hanno tutti i capelli biondo pallido, tagliati a caschetto e mostrano una fissità dello sguardo) mostrano di possedere delle straordinarie caratteristiche; non solo hanno la capacità di guidare la volontà degli adulti ma comunicano telepaticamente tra loro e sono in grado di leggere il pensiero degli altri (1).

Alley: Buon giorno bambini… Mara perché sorridi?

Mara: Tu provi a nasconderci i tuoi pensieri

Alley: E tu puoi leggere tutti i miei pensieri?

Mara: Qualunque cosa ci sia nella tua mente…Ma il processo che vi porta ad esprimervi a parole ci sfugge…Per quali motivi manifesti certi pensieri ed altri no?

Il loro timbro di voce, gelido, metallico ed impersonale, simile ad un disco meccanico, tradisce la loro assoluta assenza di emozioni e “l’annichilimento del loro sentire”.

 David: (si rivolge alla madre che vuole aiutarlo) I tuoi slanci emotivi non hanno il minimo senso…Ormai sono grande abbastanza da fare le cose da solo…

Madre: Ehi, David, mi puoi dire che cosa è successo oggi alla clinica?

David: Per quale motivo dovrei provare delle emozioni in questo momento? Cosa vuol dire la parola che stai pensando?…Empatia…Ah, ho capito…Se io ho provato dolore, dovrei essere in grado di identificarmi con altri che ora provano dolore….

Madre: Si, David, si…Buona notte, David…

 Alan: Voi non provate sentimenti! Senza sentimenti siete nulla!…

Mara: Le emozioni sono irrilevanti, fuori della nostra natura…

In questa pellicola (e nei suoi successivi remake) l’oscura minaccia per l’uomo non proviene da creature mostruose (generalmente di colore verde, con le antenne sulla testa, le braccia tentacolari, la voce sepolcrale e con più occhi) ma da “innocenti” e “normali” bambini. Ma al di là di queste forti cifre stilistiche, quello che “acceca” e “calamita” di più lo sguardo dello spettatore è “l’artificialità” e la fissità dello sguardo dei piccoli protagonisti, del tutto privi di quel “batter d’occhi”, specchio del pensare e rivelatore di una discriminazione interna di pensieri di un soggetto. (2)

Alley, Alan e tutti gli altri personaggi del film, ogni qual volta s’imbattono in queste strane creature, “derubati” di quel godimento che è il rimando speculare nello sguardo dell’altro, ci appaiono “spaesati”, “frastornati, “incerti”. Come ci ricorda Silvio Alovisio, non sempre il “vedere” è uno strumento di conoscenza:

 “Sartre sostiene la non riducibilità dello sguardo all’attività dell’occhio e la sua indipendenza dagli organi sensoriali visivi. (…) Vedere con l’occhio significa percepire un oggetto, mentre guadare con lo sguardo significa confrontarsi con un’alterità che a sua volta ci guarda, ci scuote, ci ferisce: l’oggetto diventa un soggetto pronto a sorprenderci, capace di ridurci a oggetto della sua visione, compromettendo la nostra identità. Lo sguardo, secondo Sartre, nasce quindi da sempre nella relazione con un’alterità. E’ proprio questo l’orizzonte di “The Thing” istituito dall’incipit. Le marche di soggettività in apertura (…) ci rendono più coscienti del fatto che stiamo vedendo qualcosa, ma soprattutto ci fanno avvertire la presenza nel nostro campo percettivo di uno sguardo non conoscibile che non ci appartiene e che, paradossalmente, vede con noi: mentre ci consente di vedere questo sguardo, questo sguardo circoscrive la libertà della nostra percezione, istituisce i limiti del nostro essere.”

E proprio queste inquietanti caratteristiche (l’incapacità di confrontarsi con un’alterità, l’assenza di questa dialettica di sguardi…) diverrà la marca distintiva di altri film di fantascienza (“Gli invasori spaziali”, “Invaders”, “Terrore della sesta luna”, “Destinazione Terra”…). In queste pellicole, infatti, non ci saranno solo gli alieni a fissare con i loro sguardi vacui nel vuoto; gli umani, impossessati da queste creature antropomorfiche (per lo più grazie ad un foro praticato loro alla base della nuca), privati della loro personalità, saranno condannati, per tutto il resto del film, a diventare simile ad uno “specchio” opaco, privo di qualsiasi riflesso. (3) E questi sfortunati eroi non sono forse gli antesignani di McMurphy, il paziente lobotomizzato in “Qualcuno volò sul nido del cuculo…”?

Come ricorda Nuria Bou:

 Ogni primo piano è, prima di tutto, traccia di una fisionomia e di uno sguardo: è, specialmente l’immagine di un volto.”

 E non è forse un caso che, nelle pellicole citate, il primo piano degli alieni è bandito del tutto? (3)

 

 Gli alieni e la Sindrome di Capgras

Ne “L’invasione degli ultracorpi” (6) il dottor Miles Bennell, appena rientrato da Boston, riceve un’amica Becky Driscoll, preoccupata per la salute di sua cugina Wilma; quest’ultima è convinta che lo zio Ira non sia più la stessa persona. 

 Becky: Miles, credo che Wilma soffra di allucinazione…Conosci suo zio? Beh, lei è convinta che non sia suo zio…Crede che si tratti di un impostore, di qualcuno che abbia solo l’aspetto di suo zio…

Miles:  (dopo aver parlato con lo zio Ira si rivolge a Wilma) Wilma, è lui….E’ proprio tuo zio Ira…

Wilma: Non è lui…Non che è sia tanto diverso…anzi esteriormente sembra identico…Ha la voce, i gesti, l’aspetto, proprio tutto dello zio Ira

Miles:   Ma allora è davvero lo zio Ira….Dai retta a me, mettiti il cuore in pace…

Wilma: Ma non è lui…E’ da bambina che lo conosco…E’ stato come un padre per me…Quando mi guardava nei suoi occhi ho sempre visto come una luce accendersi dentro…Ma adesso non la vedo più….

Miles:  Dimmi un po’ Wilma, ci devono essere delle cose che solo tu e lui potete sapere…

Wilma: Oh si, certo…Gli ho fatto mille domande…Rammenta tutto con una precisione sbalorditiva…come se fosse veramente lo zio Ira…Ma Miles, in lui non c’ emozione…Niente!…Finge di provare qualcosa. Le parole, i gesti, il tono dellavoce…Tutto è identico…ma non i sentimenti! No ne sono certo…Non è lo zio

 Ira…Sto diventando pazza?

Miles:   Ti farò vedere da un dottore mio amico…

Wilma: Uno psichiatra? Se vuoi….Ma vedrai che sarà tempo sprecato….

 Poco dopo Miles visita un bambino che ha lo stesso problema nei confronti della madre. Lo psichiatra Mannie Kaufman la definisce una psicosi collettiva… Nel corso del film si scoprirà che gli alieni provenienti dallo spazio “copiano” il corpo umano durante il sonno dei protagonisti e lo riproducono fedelmente all’interno di baccelli giganti, per poi prenderne il posto in seno alla società. Sul finale del film, il dottor Miles riuscirà a salvare l’umanità da questo flagello. Tralasciando gli aspetti legati al plot narrativo quello che colpisce lo spettatore è che, anche in questa pellicola, la “messa in scena” dell’alieno è basata su dei codici iconografici seriali: la fissità dello sguardo (4), l’assenza di emozioni, l’eloquio rallentato, l’amimicità del viso… (5).

Come afferma Silvio Alovisio:

“I replicanti (…) sono copie che riproducono perfettamente l’essere umano (…) e restano organismi viventi che scuotono i fondamenti dell’ontologia: l’essere non è più una sostanza ma una forma, peraltro non distinguibile dall’originale. Ne consegue una profonda crisi del concetto d’identità: se infatti la relazione del soggetto con se stesso definisce la sua unicità e i suoi limiti a partire dall’esperienza di ciò che è altro diverso da sé, le equazioni io= altro e identità provocano un decentramento nei legami fra l’io e il mondo, una fuoriuscita illimitata del soggetto dal suo sé.”

Al di là della presenza enigmatica ed inquietante sullo schermo di una “copia” di un essere umano, (nella quale la vittima dell’invasione aliena è obbligato a specchiarsi) quello che sorprende ancora di più in questo film è l’assoluta aderenza a quella particolare sindrome descritta, per la prima volta nel 1923, dallo psichiatra francese Jean Marie Joseph Capgrass, che la definì “l’illusion des sosies”.

Come riportano Kaplan, Sadok e Grebb

“Il sintomo caratteristico della Sindrome di Capgras è il delirio che un’altra persona, solitamente strettamente legata al paziente, sia stata sostituita con un sosia identico che è un impostore. Gli impostori assumono i ruoli delle persone sostituite e si comportano in modo identico. La rara sindrome si manifesta più nelle donne che negli uomini. Talvolta l’affezione viene classificata come un disturbo delirante, anche se in alcuni casi può essere un sintomo della schizofrenia. Capgras spiegò la natura del delirio come la conseguenza di sentimenti di estraneità, associata a una tendenza paranoide alla sfiducia.”

 Conclusioni

“Sotto le spoglie dell’avventura, della commedia, del dramma, c’è sempre lo sguardo che cerca, che solca l’atmosfera luminosa delle immagini alla ricerca di uno sguardo che dia un senso al suo itinerario”.

Come non concordare con queste affermazioni di Gino Frezza? Dopo aver condotto per mano il lettore in questo breve “viaggio”, spero di aver “suggerito” che il vero volto della follia nel cinema non è da ricercare in quel “registro dell’eccesso”, caro ad un certo tipo di cinema hollywoodiano. (7) Mi auguro che il “genere” fantascientifico, (6) che ha saputo così sapientemente declinare quel senso di deriva e di “sottrazione” che ci assale ogni qual volta incrociamo lo sguardo “gelido”, “artificiale” e “fisso” di un “alieno”, non resti ancora sepolto per molto tempo nelle menti degli spettatori (8). Del resto, come ci ricorda Alan J.J. Cohen: “I replicanti sono figure dell’inconscio, oggetti misteriosi in un ambito di proiezioni.”

Note

1)  Il primo brano che riporto è uno scambio tra Alley, una ricercatrice e Mara, una delle bambine aliene. Il secondo è tra David, un alieno “imperfetto” (e quindi in grado di sentire le emozioni) e sua madre. Nel brano, la donna fa riferimento ad un incidente accaduto nella clinica; una dottoressa, colpevole di aver inoculato, per sbaglio, un collirio irritante ad una bambina aliena, sarà “indotta” dagli stessi bambini ad inocularselo. Il terzo frammento è uno scambio tra Alan e sua figlia Mara.

2) Come ricorda Roy Menarini in “Hollywwod 2000”:

“L’appiattimento della personalità e l’annichilimento del sentire propriamente umano si prestano almeno a due letture metaforiche: da un lato come la raffigurazione dello spettro comunista, dall’altro come accusa verso il fanatismo e le delazioni innescate dalla “caccia alle streghe” (…) E’ nota la teoria secondo cui il cinema degli alieni degli anni Cinquanta, altro non è che una gigantesca metafora dei terrori postbellici, indotti dagli scenari della guerra fredda e dal terrore della bomba (…) Anche in questo caso, più che della fantascienza di invasione sembra contare l’orrore della perdita di identità, la paura di essere contagiati, la sfiducia  irrimediabile verso il vicino o il prossimo.”

3) Ad un’analisi più approfondita sul tema dello “sguardo”, non ci sorprenderà come il filone fantascientifico abbia fondato più d’ogni altro il proprio statuto interno sull’opposizione binaria sguardo/vista.

“L’occhio” è, inoltre, il focus da cui si dipanano le trame narrative di numerosi film.

Ne “Il giorno dei trifidi” la popolazione mondiale, a seguito di una pioggia di meteoriti, è resa cieca; ne “L’uomo dagli occhi ai raggi X” un medico sperimenta su se stesso un farmaco per potenziare le proprie capacità visive; ne “L’uomo che cadde sulla terra” il protagonista della pellicola è un alieno dai poteri extrasensoriali ed una vista a raggi X; ne “Il vampiro del pianeta rosso” un alieno, con la vista perforante, dissangua le vittime e spedisce la preziosa emoglobina nel suo pianeta; in “Essi vivono” un uomo, grazie ad un paio di lenti da sole scoprirà, per caso, che l’umanità è dominata da una razza aliena che, pur avendo assunto in apparenza le sembianze umane, ipnotizza le masse attraverso messaggi semplici e ripetuti (Dormite!, Guardate la TV, Obbedite…); in “Blade runner” la distinzione fra replicanti ed umani è determinata dal test di Voight-Kampff che prevede la determinazione delle reazioni emotive mediante l’esame ravvicinato dell’iride e della pupilla. Nelle prime sequenze di “Men in black”, un poliziotto insegue un teppista. Comprenderà di trovarsi di fronte ad un alieno solo quando “l’uomo” che ha di fronte, gli mostrerà la sua capacità di aprire e richiudere gli occhi, di scatto, ed in senso orizzontale.

Ma tralasciati questi esempi, come non sottolineare che, i protagonisti di tante pellicole di fantascienza, con i loro giganteschi cannocchiali, scrutano gli astri alla ricerca di qualcosa da scoprire? 

4) Come riporta Luigi Cozza: “L’invasione degli ultracorpi” si intitolava originariamente “The body snatchers” ovvero “I ladri di corpi”, come il romanzo dal quale è tratta. Il regista Donald Siegel propone invece il titolo “Sleep no more” (un verso estremamente poetico tratto dal celebre monologo dio Amleto scritto da Shakeaspeare; lo si può tradurre con qualcosa come…”E senza più dormire” oppure “E non dormirai più”, differendolo ovviamente dal fatto che nel film, se si cede al sonno, si rischia di diventare dei “mostri”.

5) “Nello sviluppo emozionale del bambino il precursore dello specchio è la faccia della madre…Che cosa vede il lattante quando guarda il viso della madre? Secondo me di solito ciò che il lattante vede è se stesso. In altre parole la madre guarda il bambino è ciò che essa appare è in rapporto con ciò che essa scorge….Questo rapido sguardo del lattante e del bambino che vedono il sé nella faccia della madre, ed in seguito in uno specchio, fornisce un modo di guardare all’analisi ed al compito psicoterapeutico.” Queste riflessioni di Winnicot, tratte dal suo volume “Gioco e realtà” ci ricordano come sia fondamentale per lo sviluppo infantile la funzione di specchio, non rimarcano ancora più la centralità della funzione dello sguardo nell’incontro con l’altro?

6) “Il conquistatore del mondo”, “Assedio alla terra”, “Destinazione terra”, “Ho sposato un mostro venuto dallo spazio” e “Totò nella luna” sono pellicole che hanno ripreso i temi evocati ne “L’invasione degli ultracorpi”, film che vanta, inoltre, due remake “Terrore dello spazio profondo” e “Invasione degli ultracorpi”.

7) Fatta eccezione per alcuni film autoriali (“Images” di Robert Altman, “Repulsion” di Roman Polanski….) la spettacolarizzazione della follia è stato per decenni un filone d’oro per il cinema hollywwodiano. Dai numerosi film incentrati sulla disumanizzazione delle istituzioni manicomiali (“Il corridoio della paura” di Samuel Fuller, “La fossa dei serpenti” di Anatole Litvak …) si è passato, sulla scia di alcuni film (Marnie, Psyco…) di Alfred Hitchcock, ai personaggi affetti da “doppia personalità”.

ll filone fanta-horror meglio di ogni altro genere, ha, invece, raccolto proseliti “ipertrofizzando”, le allucinazioni e i deliri di soggetti affetti da crisi dissociative o da bouffé delirante.

I film etichettati come “psico-thriller”, si sono nel tempo, invece, “specializzati”, nel tempo, nella traduzione in immagine, di soggetti, affetti da gravi disturbi ossessivi ed incubi notturni.  E che dire dei tic, dei ghigni e degli sguardi satanici degli immancabili serial killer di turno?

 

8) Il filone fantascientifico (per il suo statuto sempre in bilico tra sogno e realtà, tra simulazione e dissimulazione del reale, tra ciò che è pensabile ed impensabile) forse più di ogni altro “genere” cinematografico si è interrogato su alcune tematiche esistenziali: “Chi è l’altro?”, “La follia è dentro o è fuori di me?”, “Cosa divide l’umano dal non umano?”, “Si possono manipolare i ricordi?”, “Quali sono le possibilità di trasformazione fisica e mentale del genere umano?”, “La realtà che mi circonda è frutto della mia immaginazione?”, “Come posso essere certo che lei non è “manipolato” da nessuno”…

E questi interrogativi non sono, forse quelli che i nostri pazienti psicotici ci/si pongono?

 

9) Non vanno dimenticate, infatti, le suggestive ossessioni legate all’impossessamento dei corpi degli umani, da parte degli alieni, durante il sonno (“L’invasione degli ultracorpi”, “Invaders”, “Invasori spaziali”….)

Va ricordato, inoltre, il costante riferimento in alcuni film di fantascienza (“Blade runner”, “Dark city”…) al tema dei ricordi (cancellati, mescolati o modificati) e alle fotografie, testimonianza di un passato “non vissuto” dai protagonisti delle pellicole e ricreato artificialmente dal Potere dominante.

 

 

Bibliografia

 

Silvio Alovisio: “L’occhio scuro degli Eighties” da Paolo Bertetti- Carlos Scolari: “Lo sguadegli angeli” – Testo&Imagine ( 2002)

Sandro Bernardi: “Introduzione alla retorica del cinema” – Le Lettere – (1995)

Nuria Bou: “Sguardi nel tempo” – Editori Riuniti (2002)

Alain J.J. Cohen: “Blade runner. Una critica cinematografica del giudizio postmoderno” da “Lo

                         sguardo degli angeli” – Testo&Imagine ( 2002)

Luigi Cozza: “Il cinema dei mostri” – Fanucci (1987)

Gino Frezza: Introduzione a “Sguardi nel tempo” di Nuria Bou – Editori Riuniti (2002)

  1. Kaplan, B. Sadok e J. Grebb: “Manuale di scienze del comportamento e psichiatria clinica”

                                               Centro Scientifico Editore – (1995-1997)

Leonardo Gandini – Roy Menarini: “Hollywood 2000” – Le Mani (2001)

Walter Murch: “In un batter d’occhi” – Lindau (2000)

Ignazio Senatore: “L’analista in celluloide” – Franco Angeli (1994)

Ignazio Senatore: “L’atterraggio fu dolce come una caramelle al latte” – Lettere Italiane (1998)

Ignazio Senatore: “Curare con il cinema” – Centro Scientifico Editore (2002)

Ignazio Senatore: www.cinemaepsicoanalisi.com

Filmografia

 

Assedio alla terra di John Krish – G.B (1962)

Blade runner di Ridley Scott – USA (1982)

Il conquistatore del mondo di Roger Corman (1956)

Dark city di Alex Proyas – USA (1997)

Destinazione terra di Jack Arnold – USA (1953)

Essi vivono di John Carpenter – USA (1988)

Il giorno dei trifidi di Steve Sekely – G.B (1962)

Ho sposato un mostro venuto dallo spazio di Gene Fowler jr – USA (1956)

Invaders di Tobe Hooper – USA (1986)

L’invasione degli ultracorpi di Donald Siegel – USA (1956)

Gli invasori spaziali di William Cameron Mitchell – USA (1953)

Men in black di Barry Sonnenfeld – USA (1997)

Terrore della sesta luna di Stuart Orme – USA (1995)

Terrore dallo spazio profondo di Philip Kaufman – USA (1978)

The thing (La cosa) di John Carpenter – USA (1982)

Totò nella luna di Steno – Italia (1958)

Ultracorpi – L’invasione continua di Abel Ferrara – USA (1993)

L’uomo che cadde sulla terra di Nicolas Roeg – G.B (1976)

L’uomo dagli occhi ai raggi X di Roger Corman – USA (1963)

Il vampiro del pianeta rosso di Roger Corman – USA (1957)

Il villaggio dei dannati di Wolf Rilla – G.B (1960)

Il villaggio dei dannati di John Carpenter – USA (1985)

 

Articolo pubblicato su Psychomedia -2010

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