Ti amerò fino ad ammazzarti: il cinema ed i delitti passionali

19 Dicembre 2014 | Di Ignazio Senatore
Ti amerò fino ad ammazzarti: il cinema ed i delitti passionali
Scritti di Ignazio Senatore sui rapporti tra Cinema e psiche
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Introduzione

 Chi non ricorda le vicende di Assunta Spina, l’eroina del romanzo di Salvatore Di Giacomo e quelle non meno tragiche dell’infelice protagonista de Il marchese di Roccaverdina? Generalmente, chi uccide per amore, è un soggetto disperato che ha idealizzato fortemente l’oggetto amato fino a fargli perdere i connotati concreti e reali. Come è noto, il termine “passione” deriva dal greco “pascheia” e dal latino “pati”, “soffrire, patire” e chi si macchia di un delitto passionale rimane vittima di cortocircuiti mentali che lo spingono, erroneamente,  a pensare che l’oggetto amato voglia punirlo, allontanandosi da lui. Il più delle volte, più che rimarginare ferite ed estinguere la sete di vendetta, il delitto acuisce solo il senso si solitudine e di frustrazione del reo che, quando raggiunge la consapevolezza di sentirsi separato, per sempre, dall’amato/odiato oggetto d’amore, sceglie spesso la via del suicidio o dell’autodistruzione. (…)

L’universo della celluloide non poteva non essere attratto da un tema così affascinante e negli anni numerosi registi e sceneggiatori, appartenenti a diverse cinematografie, hanno inondato lo schermo con storie appassionate ed appassionanti.  Siano essi noir (Schiava del male) o commedie (Ti amerò fino ad ammazzarti, Divorzio all’italiana) soft erotici (La gabbia) o B-movie (Una lucertola con la pelle di donna) non c’è amante che non cova nella cenere la propria rabbia e che, sul finale, scateni la propria furia vendicatrice.

Non potendo, per ragioni di spazio, trattare tutte le pellicole incentrate sul tema, ne analizzerò solo alcune tra quelle che mi sembrano le più significative. (…)

Il delitto passionale nella cinematografia internazionale

Messi da parte Il diavolo nell’abisso e Delitto senza passione, due film cult degli Anni Trenta ed i magnetici Ombre malesi (1940), Schiava del male (1944), Turbine d’amore (1946) in Anime in delirio una donna Louise Howell (Joan Crawford) vaga per strada, in uno stato confusionale, chiedendo ai passanti notizie di un certo David. Ricoverata in un reparto psichiatrico è visitata da due dottori che le chiedono di raccontarsi. Flashback. Lousie è un’infermiera ed accudisce Pauline, una donna sofferente di una grave forma di depressione. Louise ama David Sutton (Van Heflin) ma lui non vuole avere legami stabili ed, immerso nel lavoro, non pensa ad altro che alla prossima partenza per il Canada. Pauline si suicida e suo marito Dean (Raymond Massey), divenuto vedovo, inizia a fare una corte discreta a Louise che accetta di sposarlo. Ma lei è ancora rapita dalla passione per David che, ritornato dal Canada, fa gli occhi dolci a Carol (Geraldine Brooks) la giovane e bella figlia di Dean. Louise inizia a delirare; non solo è convinta di aver ucciso Pauline ma crede che qualcuno stia complottando contro di lei. Dean vuole ricoverarla in un clinica ma lei, rosa dalla gelosia, va a casa di David e lo uccide.

Melodramma a forti tinte che deve gran parte del proprio fascino alla splendida fotografia di Joseph A Valentie ed ai continui flashback che ci riportano al tormentato passato della protagonista. Il regista è attento a confezionare una storia romantica e disperata e mette in scena una donna che, per tutto il film, prova, invano, a far breccia nel cuore di David ma, quando scopre di averlo perso definitivamente, divorata dalla gelosia, finisce per perdere se stessa.

Ne La strada scarlatta, Cristopher Cross (Edward G. Robinson) è uno stimato cassiere di mezza età. Sposato con una megera, di domenica coltiva l’hobby della pittura. All’uscita di una festa, organizzata in suo onore dai colleghi di lavoro, mentre è da solo in strada, soccorre una donna Kitty March (Joan Bennett) schiaffeggiata da un malvivente. Kitty, convinta che Cris sia un pittore ricco e quotato, inizia a fargli le fusa. La donna, su suggerimento di Johnny (Dan Duryea) il suo uomo, inizia a spillargli sempre più quattrini che l’ingenuo cassiere è costretto a sottrarre dei fondi dalla banca. L’uomo, follemente innamorato, crede di essere ricambiato dalla donna e non dà peso al fatto che Kitty venda, a sua insaputa, i suoi quadri (molto apprezzati da un critico di grido) e che la stessa firmi con il suo nome, le sue opere. Ma quando Cris scopre che la donna si è preso gioco di lui, l’ammazza, facendo ricadere la responsabilità del delitto sul perfido Johnny. Dopo aver tentato il suicidio, il povero cassiere, divenuto un barbone, vagherà per la città, senza meta, auto-accusandosi del delitto ma non verrà creduto.

In questo capolavoro noir, remake de La chienne, film  diretto da Jean Renoir nel 1931 e tratto da una pièce di George de la Fouchardière, Laing mette in scena la classica dark-lady che prende al laccio l’ingenuo americano della Middle class che (come al solito) ci lascia il cuore, il portafoglio e le penne. Ma la bellezza di questo film non è solo nello sviluppo della trama (in qualche modo prevedibile e scontata) quanto nella sua spettacolare ambientazione onirica e suggestiva. (…)

Ne L’altalena di velluto rosso, il famoso architetto Stanford White (Ray Milland) all’età di cinquanta anni s’innamora perdutamente di Evelyn Nesbit (Joan Collins) una giovane ballerina di Broadway che diventa, ben presto, la sua amante. Stanford è sposato ma non sopporta l’idea che Evelyn continui ad esibirsi nei locali notturni e, dopo averla coperta di gioie e di vestiti, le impone di ritirarsi dalle scene e di andare a vivere in un collegio femminile. Lei accetta senza battere ciglia ma entra in uno stato depressivo e finisce per accettare la corte discreta di Harry Thaw (Farley Granger) un giovane milionario, mite e passivo, che l’invita a fare un giro in con lei in Europa. Durante le loro peregrinazioni per il Vecchio Continente i due s’innamorano ed, al ritorno in America, si sposano. Divorato da un’insana gelosia nei confronti di Stanford, Harry è convinto che il suo rivale, in passato, abbia fatto bere ad Evelyn del vino contenente un potente sedativo ed abbia poi abusato di lei. Incapace di scacciare dalla propria mente questa ossessione, uccide Stanford con un paio di colpi di pistola ed ai presenti che hanno assistito al delitto urla: “L’ho ucciso perché ha rovinato mia moglie!” Nel corso del processo la giuria è orientata a condannarlo a morte ma sua madre (Cornelia Otis Skinner) convince Evelyn a deporre in tribunale e ad avallare le farneticante ipotesi del marito che, giudicato, infermo di mente, è ricoverato in manicomio e condannato ad una pena più lieve. Evelyn riceve il benservito dalla suocera e riprende a calcare le scene come ballerina. Pellicola dai colori fiammeggianti che non sarebbe dispiaciuta a Douglas Sirk e che mette in scena una tragica storia d’amore, avvenuta agli inizi del Novecento, ispirata alla vicenda di Stanford White, famoso architetto che aveva realizzato il Madison Square Garden di New York. Il regista mescola più generi (dal melò al sentimentale al musical) e lascia che la vicenda, abbastanza piatta, deflagri nel finale con il deliro di gelosia di Harry.

Ne La signora della porta accanto Bernard (Gérard Depardieu) e Mathilde (Fanny Ardant) un tempo si amavano. Dopo le solite incomprensioni si perdono di vista ed otto anni dopo, lei, per caso, va ad abitare con il marito Philippe (Henri Garcin) nella villetta di fronte a quella di Bernard, sposato con Arlette (Michèle Baumgartner) e padre del piccolo Thomas. Basta uno sguardo e Bernard e Mathilde ridiventano amanti. Scoperti, Bernard ritorna con la coda tra le gambe dalla moglie in attesa di un secondo bambino; Mathilde, invece, piomba in un grave stato depressivo ed è ricoverata in una clinica per malattie mentali. Con il passare dei giorni Mathilde non migliora e, nel tentativo estremo di scuoterla, Philippe chiede a Bernard di andare a trovarla in clinica. Ma Mathilde ha intuito che il suo amante non l’ama più ed, una volta dimessa, gli chiede un ultimo incontro e dopo aver fatto l’amore con lui, lo ammazza e poi si suicida, sparandosi un colpo alla testa. Truffaut impagina una delle storie di “amor fou” più intense della storia del cinema e lascia che la passione dei due amanti trasudi da ogni inquadratura. Incapace di accettare compromessi, dimentica della rispettabilità borghese, Mathilde, piuttosto che seppellire sotto la cenere l’amore che nutre per Bernard, si lancia a capofitto in una storia che, inevitabilmente, finirà per travolgerla. Al suo confronto Bernard impallidisce ed appare come un uomo meschino, mediocre ed emotivamente troppo controllato. Sul finale, il regista francese lascia ad Odile Jouve (Veronique Silver), una donna divenuta zoppa, costretta a camminare con l’ausilio di un bastone perchè anni prima aveva tentato il suicido per amore, il compito di fungere da voce narrante e di sintetizzare la travagliata ed infelice storia d’amore dei due protagonisti: “I corpi di Matilde e di Bernard temo proprio che non saranno tumulati insieme. Se dovessi scegliere un epigrafe funeraria per quei due, so bene cosa scrivere: Né con te, né senza di te”. Ma nessuno chiederà il mio parere.” (…)

In Ballando con uno sconosciuto, Ruth Ellis (Miranda Richardson) è una prostituta che lavora in un locale di gran classe di Londra. Con il suo gelido fascino attira le attenzioni di Desmond Cussen (Ian Holm) un uomo di mezz’età premuroso e gentile che si prende cura di lei e del suo bambino malaticcio di dieci anni. Ma lei non ha occhi che per David Blakely (Rupert Everett) un giovane ed atletico corridore automobilistico che appartiene ad una nobile famiglia londinese ed è fidanzato con Cristina (Joanne Whalley) un’elegante rampolla dell’aristocrazia. Ruth e David ben presto diventano amanti ma la loro relazione è costellata da continue scenate e da qualche schiaffo di troppo. Ruth è incinta ma abortisce e va a vivere con Desmond. Ma il suo cuore è ancora in tumulto per David e la gelosia la divora sempre più al punto da esplodere nel finale con l’assassinio di David. 

Il film, remake de Gli uomini condannano diretto da Jac Lee Thompson nel 1956, non è solcato da lampi o da colpi di scena ma l’ambientazione è elegante e raffinata ed il regista regala un grande affresco d’epoca della Londra alla metà degli Anni Cinquanta. Ruth è descritta come una donna isterica che, invece, di sprizzare sensualità da tutti i pori ed essere dolce ed affettuosa con David, è all’opposto, dura, tagliente, volgare ed in più occasioni lo insulta e lo umilia in pubblico. Accecata dall’amore per lui, però non fa calcoli e mette a repentaglio la propria sicurezza economica che il fido e servile Desmond le garantisce. David, dal suo canto, è descritto come un ragazzo violento e manesco, che alza spesso il gomito e, privo di spina dorsale, non sa scegliere se troncare definitivamente o legarsi a Ruth. In questo perverso gioco ad incastro i due non possono che scivolare nel baratro e la rabbia e la vendicatività di Ruth faranno il resto. A chiudere il cerchio la figura fin troppo passiva di Desmond che, nel timore di perdere Ruth accetta in silenzio i suoi tradimenti e la segue per tutto il film come un cagnolino con la coda perennemente tra le gambe. Ispirato ad una storia autentica: Ruth Ellis fu riconosciuta colpevole ed impiccata nel luglio del 1955.e l’ultima donna giustiziata in Inghilterra. (…) 

 

  1. Il delitto passionale nella cinematografia italiana

Tralasciate Riso amaro,l’indiscusso capolavoro di Giuseppe De Santis, il noioso ed imbarazzante La gabbia, numerose sono le pellicole sul tema prodotte dalla cinematografia italiana. (…) In Gelosia. il marchese di Roccaverdina (Erno Crisa), ricco proprietario terriero, s’innamora di Agrippina Solmi (Marisa Belli) una giovane contadina e, dopo averla accolta nel proprio palazzo, la tratta come una sposa e prova a trasformarla in una donna signorile e di alta classe. In paese i benpensanti mormorano e lo scandalo giunge alle orecchie dell’arcigna zia (Paola Borbone) che piomba come un falco a palazzo e minaccia di interdire il nipote e di cancellarlo dal testamento. Per non infangare il prestigio e l’onore della famiglia, il marchese finge di accettare la corte discreta di Zosima (Liliana Geraci) la sua dolce cugina. Ma il suo cuore è in fiamme e, non riuscendo a stare lontano dalla sua amata, propone a Rocco (Vincenzo Musolino), il suo fidato fattore, di sposare Agrippina e di simulare un matrimonio di facciata. Accecato dalla gelosia e divorato dal timore che Rocco possa non tenere fede al patto, al termine della cerimonia nuziale, lo uccide a colpi di lupara. Neli Casaccio (Gustavo De Nardo) un povero contadino è incolpato dell’omicidio e condannato a trenta anni di prigione. Divorato dai sensi di colpa il marchese confessa a Don Silvio (Alessandro Fersen), il parroco del paese, di essere l’autore del delitto ed, invano, il prelato prova a convincerlo a costituirsi. Il marchese prova a scacciare via i propri fantasmi e sposa Zosima ma Neli Casaccio fugge dalla prigione ed è ucciso dalle forze dell’ordine. Il marchese precipita nella follia e muore tra le braccia di Agrippina che lo consola e gli ripete che non l’avrebbe mai tradito.

Germi traspone fedelmente il romanzo omonimo di Luigi Capuana e regala un affresco verista della Sicilia, descritta come una terra governata da atavici pregiudizi e dalla disparità di classe. Impossibilitato a coronare il proprio sogno d’amore, il marchese deve piegarsi al volere della zia e, dopo aver stretto il patto scellerato con Rocco, impazzisce. Con grande maestria Germi ci mostra la graduale ed inarrestabile discesa nella follia del protagonista che, divorato dai sensi di colpa, fa togliere un enorme crocifisso di legno che campeggiava nel suo palazzo e, prima di morire, allucina dei fantomatici nemici e sente degli spari e dei canti in lontananza.

Ne Una lucertola con la pelle di donna ,Carole Hammond (Florinda Bolkan) è tormentata da incubi che vedono come protagonista Julia Dürer (Anita Strindberg), una vicina di casa dalla vita sessuale sfrenata e disinibita. Carole riferisce al dottor Kerr (Georges Rigaud), il suo psicoanalista, di averla pugnalata, in sogno, con un tagliacarte. Julia viene uccisa con le stesse modalità e Carole è incolpata dell’omicidio perché sul luogo del delitto vengono rinvenuti una pelliccia, una sciarpa bianca e un tagliacarte che le appartengono. Grazie all’intervento del padre, lord Hammond, Carole viene scarcerata e ricoverata in una lussuosa clinica privata. L’ispettore Corvin (Stanley Baker) continua a indagare sul misterioso delitto e scopre che Carole, su consiglio dell’analista, prendeva nota dei suoi sogni. E se qualcuno fosse venuto in possesso degli appunti e avesse compiuto il delitto per incolpare Carole? I sospetti ricadranno a turno su Frank (Jean Sorel) suo marito, su Joan la figliastra, su Deborah l’amante di Frank e su due giovani hippy.  Sul finale si scopre che Carole, aveva ucciso Julie, la sua amante, perché non tollerava i suoi continui tradimenti

Fulci confeziona un giallo d’alta classe, avvincente e pieno di colpi di scena che affascina per l’atmosfera onirica e psichedelica che lo attraversa. La  bollente relazione tra Julie e Carole fa da sfondo alla vicenda ed il regista la arricchisce con inseguimenti mozzafiato, soffitte buie popolate da pipistrelli che svolazzano sul viso terrorizzato della protagonista e con oscuri e labirintici sotterranei. Carole è descritta come una creatura gelida, fredda e calcolatrice che, per tutta la durata del film, non solo non si pente per l’omicidio commesso ma, nel corso della vicenda, depista sapientemente gli investigatori e mente finanche all’analista a cui si rivolge.

In Quale amore  Andrea (Giorgio Pasotti) è ricoverato in un manicomio criminale ed ha ottenuto due giorni di permesso per rivedere i propri figli. In un anonimo aeroporto svizzero, bloccato dalla neve, racconta ad uno sconosciuto (Arnoldo Foà) la propria vita inquieta e tormentata funestata dalla sua incontrollabile gelosia che lo ha spinto ad uccidere la moglie, la bella ed affascinante Antonia (Vanessa Incontrada) una valente pianista che aveva rinunciato ad una brillante carriera per accudire i bambini nati dalla loro unione. Giovane rampollo di una coppia divorziata dell’alta finanza, Andrea ripercorre a ritroso le tappe salienti del matrimonio e descrive Antonia come una donna spenta ed annoiata che, grazie all’incontro con Daniel (Andoni Gracia) un valente violinista, rinasce e riscopre la passione per la musica. Escluso da un piacere che non può condividere con la moglie, divorato dalla gelosia e dall’idea di averla persa per sempre, Andrea la uccide.

Il film è un lungo flashback e rispetto all’intenso Sonata a Kreutzer, il romanzo di Lev Tolstoi da cui è tratto, il regista trasporta la vicenda dagli inizi dell’Ottocento ai giorni nostri e dalla Russia alla gelida ed impersonale Lugano. Sciarra lima eccessivamente l’importanza della musica che, nel testo originale, funge da elemento legante tra i due amanti e tradendo ancor di più lo scritto originale, dona all’affascinante Antonia un atteggiamento fin troppo disinibito che lascia dei dubbi sulla sua reale fedeltà al marito. L’ambientazione nel freddo aeroporto, isolato dalla neve, amplifica ancor di più la solitudine che attanaglia il protagonista che, dopo aver scontato parte della pena, deve volare negli Stati Uniti per incontrare i figli. (…)

Non si può concludere questa rapida carrellata sulle pellicole italiane che ruotano intorno al tema dei delitti passionali senza citare Divorzio all’italiana, ironico, caustico ed irresistibile capolavoro di Pietro Germi. Come è noto la vicenda era un chiaro attacco all’allora vigente Articolo 587 del Codice Penale che prevedeva una pena minima per chi, colto in fragrante il coniuge, si fosse macchiato di un “delitto d’onore”. Germi inonda la pellicola di scene gustose che ruotano intorno a Marcello Mastroianni, che interpreta un pittoresco barone siciliano, invaghito della cugina sedicenne (un’irresistibile Claudia Cardinale) che trama affinché la moglie lo tradisca con un timido pittore, per poi ucciderla. (…)

 

  1. Conclusioni

 

Da questo breve excursus sulle pellicole prodotte sul tema, emerge che registi e sceneggiatori,  ognuno con le proprie specifiche cifre stilistiche, hanno tradotto sullo schermo, illusioni e delusioni amorose, incubi e passioni, lacrime e tradimenti.

Pur senza generalizzare, le protagoniste femminili sono mostrate sullo schermo come delle creature che provano a legare per sempre l’amato a sé ma, quando scoprono che ogni loro tentativo è vano, s’infiammano d’un colpo e compiono la loro disperata vendetta (La seduzione, La calda amante…) utilizzando per lo più armi da fuoco. I  registi indugiano a lungo, con la macchina da presa, sul volto amimico e disperato della protagonista che, vittima, di un amaro, tragico ed ineluttabile destino, dopo aver commesso il delitto, con lo sguardo perso nel vuoto, sono divorate da un senso di profondo spaesamento per aver ucciso, insieme all’amato, una parte del Sé. 

Nelle pellicole dove compaiono, invece, i protagonisti maschili la gelosia trasuda da ogni immagine ed il tragico epilogo, che esploderà nel finale, incombe sin dalle prime scene. Dopo essersi dannati l’anima per aver covato a lungo nella cenere i loro propositi criminali, gli autori del delitto finiranno anche loro per perdere se stessi.

 

 

Articolo pubblicato su Psychomedia  13-11-2010

Stralcio della relazione presentata al XII Convegno Nazionale di Studi “Crimini e delitti” – Ospedale Psichiatrico Giudiziario d’Aversa – 2009

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