L'adolescente di fronte alla crisi dell'istituzionale
della famiglia
Era una tranquilla giornata di riposo: l'ideale, pensavo, per
poter mettere su carta alcune riflessioni sul tema propostomi. E
mentre attendevo che i ricordi delle pellicole emergessero dagli scantinati
della mia memoria, riflettevo su come il cinema riproponeva immancabilmente il
tema della separazione. Pensavo a quando,
all'improvviso, il flusso delle immagini cinematografiche veniva interrotto
dalle luci, in sala, a quell'attimo in cui lo spettatore percepiva che la
madre-schermo lo avrebbe abbandonato per sempre.
Ricordavo come in maniera struggente Roland Barthes aveva
descritto lo smarrimento dello spettatore che, abbandonata la sala, si ritrovava
poi, nella strada illuminata e deserta, intorpidito, goffo ed infreddolito. Ma
forse mi ero spinto troppo in là.
Era forse preferibile percorrere sentieri più sicuri e
ripensare a quanto avevo già scritto, in precedenti articoli, sulla
rappresentazione stereotipata e seriale della famiglia nel cinema. Riflettevo
su come negli ultimi anni, fatta eccezione per quei film di "genere",
non mancava mai, in un film, l'immagine di un televisore acceso che rimandava i
fotogrammi di un altro film. Ero confuso. Che legame c'era tra la presenza sempre
più massiccia del mezzo televisivo nei film ed il tema che dovevo trattare?
L'uso del proporre dei
vecchi spezzoni di film, all'interno della trama narrativa di una pellicola, per
quanto ricordavo, era da considerare come un omaggio di giovani registi, spesso
alle prime armi, ad un vecchio Maestro del cinema. Questi frammenti di vecchie
pellicole, per lo più tutte in bianco e nero, non erano che delle dotte
citazioni, che testimoniavano il desiderio del cineasta di rifare il verso ad un
preciso stile o ad una specifica corrente cinematografica.
Era d'altronde
innegabile come, nel tempo, il televisore, da mero oggetto d'arredo o da comodo
espediente per magiche soluzioni a trame traballanti, veniva usato sempre più
come il simbolo per antonomasia del consumismo, come la testimonianza più
eclatante del potere sordido e narcotizzante dei media sullo spettatore. Mentre
ero sul punto di ritenere che queste considerazioni erano del tutto
inappropriate, mi vennero in mente alcune immagini di "Pomodori verdi fritti
alla fermata del treno".
In questo film, il regista
mostrava come una delle protagoniste, nel disperato tentativo di risollevare il
proprio matrimonio in crisi, cercava di sedurre il marito con dei deliziosi
manicaretti. Ma l'uomo, noncurante delle prelibatezze che gli venivano offerte,
non trovava di meglio che piazzarsi davanti al televisore, senza degnare della
minima attenzione la sua sconsolata consorte. Non era l'unico film, pensavo che,
riproponeva la medesima situazione.
Compresi solo allora che
il televisore assurgeva a simbolo, a simulacro della distruzione dell'unità di
coppia, a testimone silenzioso della morte della famiglia. Ma al di là della
validità delle mie considerazioni sull'uso del mezzo televisivo nel cinema, non
era forse vero che, in questi ultimi anni, sono entrati in crisi molti di quei
capisaldi su cui si reggeva la cosiddetta famiglia "borghese"?
Crollato il dogma
dell'indissolubilità del matrimonio ,le nuove famiglie non sono sempre più
costituite da genitori separati o da coppie di divorziati? L'affitto
dell'utero, l'inseminazione artificiale, le banche del seme non offrono alla
donna la possibilità di poter programmare l'evento gravidico al di là dei
rigidi confini coniugali? Il corpo umano,
levigabile con operazioni di chirurgia estetica, non può essere femminilizzato
o masconilizzato, a seconda dei desideri del singolo individuo, che una volta
cambiato sesso, azzerati i precedenti legami coniugali può risposarsi con un
altro partner? Non é un caso che in questi
ultimi anni, molti studiosi dell'universo relazionale (Olson, Beavers, Andolfi,
Scabini, Donati...) si siano interrogati sul temine stesso di
"famiglia" producendo sempre più nuove e complesse classificazioni
del gruppo familiare.
Mentre ero alle prese con questi riferimenti teorici, ecco
d'un tratto cascarmi tra le braccia un'affermazione di Wim Wenders:
"Ripensando a cosa era la famiglia per i nostri genitori
o per i nostri nonni credo proprio non sia possibile più ripristinarla, perché
quest'immagine della coesione familiare appartiene, forse più irrevocabilmente
al passato. Perlomeno la realtà odierna ce
lo suggerisce con la sua diversità dal secolo scorso o dalla prima metà del
Novecento. Forse, proprio per questo, è anche importante e in definitiva più
proficuo non inseguire le vecchie immagini, non cercare di restaurarle bensì
muoversi nella situazione attuale e realizzare qualcosa d'altro".
Il regista tedesco voleva forse ricordarmi come il cinema,
attento a tutte le grandi trasformazioni sociali, aveva raffigurato, in maniera
del tutto originale, questi nuovi scenari familiari. Ripensavo
a come, con semplicità e crudezza, la madre veniva collocata sempre più ai
margini della trama narrativa, fino a scivolare via, in una sorta di oblio, in
compagnia degli altri membri della famiglia allargata (i nonni, gli zii, i
cugini, i nipoti). L'universo della
celluloide ci mostrava sempre più un gruppo familiare scompaginato, privo della
sua compattezza e coesione, come se quei fili che tenevano un tempo unita la
famiglia si fossero irrimediabilmente spezzati. All'immagine
della famiglia "unita" che, aveva dominato per anni lo schermo, il
cinema ne sostituiva un'altra; quella di un nucleo familiare lacerato da divorzi
e separazioni, che si assottigliava sempre più fino a diventare spoglio e
sfilacciato. Di fronte a questi nuovi
sconvolgimenti familiari i figli reagivano per lo più con un sentimento misto
di rabbia e di delusione, come testimoniava una delle protagoniste di "Giovani-carini
e disoccupati":
"I miei genitori hanno
divorziato quando avevo quattordici anni e mio padre si é risposato sei mesi
dopo il divorzio. Mia madre voleva suicidarsi davanti a me e Patty si è
ubriacata di nascosto tutte le mattine, fino a che non é andata al liceo, ed
io...Sai qualcuno doveva portare fuori la spazzatura, firmare le pagelle,
comprare il latte, così tutte quelle cose sono toccate a me."
Il cinema ci mostrava come fossero variegate e complesse le
reazioni di chi percepiva il disgregarsi dell'unità familiare. Alcuni
fingevano di non voler comprendere quello che succedeva all'interno delle mura
domestiche ("Il principe delle maree", "Antonia e Jane"...),
altri reagivano "positivamente", mostrando di aver assorbito tutti i
contraccolpi psicologici legati a quest'evento ("Mrs Doubtfire",
"A scuola con papà", "Cugini"...). Non
mancava chi disapprovava apertamente il genitore "traditore" ("Due
volte nella vita"...) e chi veniva impunemente triangolato da uno dei due
componenti della coppia genitoriale ("Le ragioni del cuore", "Fratelli-fratelli"...).
In "Parenti,amici e tanti guai", il figlio dopo un
ennesimo rifiuto del padre ad una sua richiesta affettiva, scaricava la sua
rabbia distruggendo lo studio del genitore che, dopo il divorzio, non si era
più preso cura di lui. Ma forse la
testimonianza più drammatica di questa dispersione affettiva, nella quale
questi ragazzi erano costretti a vivere, ci veniva offerta dalla piccola di
"Papà sei una frana" disperata perché i suoi genitori divorziati si
erano risposati con dei partners che avevano altri figli:
"Non ne posso più di questo via vai. Lo sapevi che ho
una sorella naturale, sette fratellastri e sette sorellastre? Lo sapevi che ho
più di venti zii e di ventisei zie? Ed io non esagero per niente. Ormai sono
arrivata ad aver più di nove nonni e cinque bisnonni. Mi ritrovo con più di
duecento cugini, soltanto in America. Come si fa a tornare indietro?"
Di fronte allo sfascio della propria famiglia, questi novelli
cavalieri erranti, alla ricerca disperata di comprensione e di calore umano, non
possono fare altro che fuggire di casa, cercando di cancellare le violenze di
cui erano state vittime nel chiuso delle mura domestiche. Un
esempio? Ecco come l'adolescente di "Parenti, amici e tanti guai"
descriveva il rapporto con suo padre:
"Io ce l'ho avuto in casa un uomo: mi svegliava tutte le
mattine tirandomi una cicca accesa sulla mia testa e mi diceva: Ehi, stronzo,
alzati e preparami la colazione. Ti
richiedono una licenza per comprare un cane o per guidare una macchina o per
andare a pesca e poi non gliene frega niente se un pezzo di merda ti fa da
padre".
Ma come spesso accade il cinema è fatto più che di parole
essenzialmente di immagini; come dimenticare il poetico e struggente sguardo del
ragazzo di "Smoke" che, abbandonato dal padre, una volta ritrovatolo,
celando la propria identità l'osservava silenziosamente per ore? Il
cinema, in altre pellicole, sembrava indicare ai figli che, per sopravvivere
agli urti della vita, dovevano abbandonare i sogni di regressione infantile e
crescere in fretta, fino ad adultizzarsi precocemente. Tanti
film, prodotti in questi anni ("Tesoro mi si sono ristretti i
ragazzi", "Mamma ho perso l'aereo", "Mamma ho riperso
l'aereo", "Non dite a mamma che la babysitter è morta"...)
testimoniavano che era preferibile, sin dalla tenera età, affrontare da soli,
senza il supporto dei propri genitori, l'insidioso e sconosciuto mondo degli
adulti.
Anche "Da grande" e "Big" rimarcavano
questa triste scoperta del mondo infantile. In
entrambi i film il piccolo protagonista, solo e triste, stufo di essere
dipendente dai "grandi" incapaci di prendersi cura di lui, dopo aver
assunto le sembianze fisiche di un adulto, si costruiva una nuova vita, lontano
dai suoi affetti familiari. Ma a
controbilanciare lo smarrimento dei figli, il cinema ci mostra come anche gli
adulti, confusi e disorientati, siano persone fragili ed insicure.
In "Sirene" non è forse la madre che dichiara a
sua figlia la propria incapacità a promuoversi come genitrice affidabile?:
"Lascia che ti dica una
cosa. Sai a volte essere madre è un compito del cavolo. Io non sempre so quello
che faccio. Voi due non siete arrivati con il libretto delle istruzioni...Io ce
la metto tutta, ma non posso fare altro."
Ed in "Little Odessa" il padre, sentendosi
inadeguato a ricoprire un ruolo così delicato, confessa :
"Avevo due figli una volta. Ho sempre cercato di
educarli, ho sempre cercato di fare del mio meglio. Gli ho fatto imparare la
musica, strimpellavo Mozart per loro, quando avevano solo cinque anni. Poi ho
comprato loro un pianoforte, facevo pratica con loro. Tutte le sere, sono stato
stupido, credo; sai leggere ad un bambino di neanche due anni Delitto e Castigo,
trovo che sia stupido. Non ho mai obbligato i miei figli. .Sai c'è un detto:
Quando un bambino ha sei anni, dice che suo padre può fare
tutto; quando arriva a dodici anni, dice che suo padre può fare quasi tutto; a
sedici anni dice che, suo padre è un idiota e quando ha ventiquattro anni dice
che, il padre non era magari tanto idiota e poi a quarant'anni dice: Se
potessi
chiedere a mio padre...Ma ho paura che i miei figli non diranno mai a se stessi
questo".
Inondato da tutte queste immagini, sentivo da qualche parte
il bisogno di premiarne una. La scelta mi sembrava proibitiva. Mentre
ero sul punto di rinunciare sbucarono fuori, non so da dove, due immagini chiare
e nitide, simili tra loro: le foto sbiadite di Rachel, la replicante di "Blade
runner" e la fotografia che compariva nella mente di "Johnny Mnemonic".
Entrambe ritraevano i due protagonisti, in tenera
età ed in compagnia della loro madre. Dietro
queste due immagini si celava forse il sottile messaggio che il cinema voleva
rimandarmi: il pericolo maggiore che l'uomo prefigura nel proprio futuro è
proprio quello di perdere la memoria del proprio passato, di separarsi dai
ricordi legati alla propria famiglia.
Forse era giunto il momento di arrestare qui il mio viaggio.
Articolo
pubblicato su
"Disagio giovanile" a cura di Luigi
Acanfora - Edizioni
Scientifiche Magi (1999)
Torna
al menù precedente
