La famiglia: gialla, nera, vermiglia

 

 1. Introduzione

Il cinema è fatto di sguardi. Quelli che si scambiano i protagonisti dei film e non solo. Comunemente, il popolo di cinefili intende per “sguardo” la cifra stilistica del regista (il tipo d’inquadratura, l’uso del rallenti, la scelta della fotografia…) la sua “poetica”, la sua visione del mondo. Rimandando ad altra sede il commento sulla complessità della scrittura filmica e sui  diversi linguaggi utilizzati dai maestri del cinema, nella prima parte dello scritto, segnalerò quei film italiani, divenuti “simbolo” dei cambiamenti antropologici e sociologici, avvenuti nell’istituzione famiglia, nel corso di decenni.

2. Il cinema italiano: dal Neorealismo ai giorni d’oggi

Ogni regista è immerso nella realtà socioculturale in cui vive ed è necessariamente influenzato da essa. De Sica e Rossellini, “padri” del Neorealismo, non potevano che rappresentare le macerie del dopo-guerra e le rappresentazioni familiari che affollavano lo schermo non potevano che essere melanconiche e desolanti. La fame, la miseria, la disoccupazione, in quegli anni regnavano sovrane ed, inevitabilmente, finivano per influenzare gli scambi emotivi e le dinamiche interpersonali dei protagonisti. “Ladri di biciclette”, diretto nel 1948 da Vittorio De Sica ne è forse il più fulgido esempio. Come è noto la vicenda si dipana dal furto di una bicicletta ai danni di un povero operaio. Ma il vero protagonista della vicenda è l’intenso rapporto tra Antonio (Lamberto Maggiorani) un padre spezzato dall’inesorabile durezza della vita e suo figlio Bruno (Enzo Stajola) un ragazzino precocemente adultizzato e costretto, in tutto il film, a sorreggere e a sostenere il suo sfortunato genitore. I melodrammi “strappalacrime” di Raffaello Matarazzo, pur diretti in quegli anni, interpretati da Ivonne Sanson ed Amedeo Nazzari, affrontano poetiche diverse da quelle “neorealiste”.

In “Catene” (1949) per scagionare il marito geloso ed autore di un delitto d’onore, Rosa confessa, in un aula di tribunale di aver avuto una relazione (che non ha mai avuto) con la vittima. In “Tormento” (1950) dopo l’arresto del marito, Anna si sacrifica per il bene della figlia e lascia che la piccola venga allevata da una suocera insensibile ed anaffettiva. Ne “I figli di nessuno” (1951) Luisa è una dipendente e Guido, il proprietario di una cava. Il loro amore è contrastato dalla madre di lui che non tollera le differenze sociali. Luisa, in segreto, dà alla luce un bambino che le viene rapito dalla madre di Guido. La donna decide di prendere i voti e diventa Suor Addolorata. Nel tragico finale,  i due si ritroveranno al capezzale del figlio morente. Dalle trame appena citate appare evidente come i personaggi interpretati da Ivonne Sanson siano il vero cuore pulsante di ogni pellicola di Matarazzo.  Impegnata nel duplice e complesso ruolo di sposa e di madre, sarà lei che abdicherà alla propria felicità, in nome dell’intero gruppo familiare.

Questi melò, definiti “neorealisitici-popolari” erano la faccia appassionata e pulita della famiglia tradizionale e l’enorme successo che il pubblico decretò loro fu l’inequivocabile testimonianza del bisogno, imperante nel popolo italiano, di sentirsi partecipe di emozioni elementari e genuine.

Nel 1955 Pietro Germi gira il “Il Ferroviere”, film incentrato sulla storia di Andrea Marcocci, un capofamiglia vecchio stampo, un po’ burbero ed un po’ guascone, che vede scompaginarsi, a poco a poco, davanti ai suoi occhi, il proprio nucleo familiare. Giulia e Marcello, sono i figli inquieti che cercano di ribellarsi al suo dispotismo (più di facciata che di sostanza). Giulia (Silvia Koscina) ha una relazione extraconiugale e manda a monte il proprio matrimonio; Marcello (Renato Speziali) è uno sbandato, frequenta cattive compagnie e non sembra intenzionato a trovare lavoro. Sara (Luisa Della Noce) la moglie di Andrea è descritta come il classico “angelo del focolare”, silenzioso e passivo. Come nel citato capolavoro di De Sica, sarà Sandro (Edoardo Nevola) il figlio più piccolo di Andrea a restare accanto al padre nei momenti di sconforto e a riportarlo a casa, dopo una sua tormentata fuga.

Il “Neorealismo” è già alle spalle ma lo sguardo del regista (caldo e partecipe) lascia però intendere che la famiglia italiana sta già (inevitabilmente) cambiando pelle. Vennero poi gli anni della “commedia all’italiana” e di quei “piccoli” capolavori firmati da Dino Risi. “Poveri ma belli” (1956) ed i sequel “Belle ma povere” (1957) e “Poveri milionari” (1959) offrivano uno spaccato del cosiddetto “boom economico italiano” degli Anni Cinquanta.  I protagonisti di questa pellicole scansonate e divertenti, sono Romolo (Maurizio Arena) e Salvatore (Renato Salvatori) due giovani “vitelloni” che, dopo aver fatto (inutilmente) la corte alla splendida Giovanna (Marisa Alassio) si fidanzano l’uno con la sorella dell’altro, pianificano il loro futuro e mettono su famiglia. Le loro giovanissime mogli, Anna Maria (Alessandra Panaro) e Marisa (Lorella De Luca) sembrano non solo più assennate e più adulte dei loro mariti ma in grado di cavarli, in più occasioni dagli impicci. Non siamo ancora alla parità dei diritti tra marito e moglie ma, nei suoi film, Risi segnala che nella società italiana qualcosa sta lentamente cambiando. Qualche anno dopo la rappresentazione del mondo proletario e sottoproletario invade prepotentemente lo schermo.

Nel 1960 Visconti ci abbaglia con “Rocco ed i suoi fratelli” (una storia di una famiglia del profondo Sud costretta ad emigrare per lavoro al Nord) e l’anno successivo, Pasolini con il suo indimenticabile “Accattone”, ci descrive “l’innocenza” sottoproletaria delle borgate romane. Ma è la decadenza del mondo borghese ad attrarre sempre più i registi e gli sceneggiatori. Nel 1964 Francesco Maselli porta sullo schermo “Gli indifferenti”, tratto dal romanzo-capolavoro di Alberto Moravia, dolente e disperato affresco sulla crisi d’identità e sullo spaesamento dell’alta borghesia italiana. Carla (Claudia Cardinale) e Michele (Thomas Milian) sono due adolescenti inquieti ed alla ricerca della loro identità. La loro madre ha per amante Leo (Rod Steiger), un uomo senza scrupoli e che specula sulle loro ricchezze. Per “noia” e per “indifferenza”, Carla cadrà tra le braccia di Leo e Michele tra quelle di Lisa (Shelley Winter) una vecchia amica della madre.

Giungono poi gli anni della contestazione e, nel 1965, l’allora giovanissimo Marco Bellocchio, filma “I pugni in tasca”. La storia narra di Alessandro (Lou Castel) un adolescente “epilettico” e tormentato che si ribella alla falsità dell’ideologia borghese e che, in una scena diventata “cult”, getta la madre cieca da un dirupo. Il film scatenò le ire dei benpensanti ed inaugurò quel filone “ribellista” del cinema italiano ripreso poi nel 1968 da Salvatore Saperi con il suo “Grazie zia”. Questo altro film-scandalo (interpretato dalla seducente Lisa Gastoni e da Lou Castel) narra del rapporto “particolare” tra una dottoressa e suo nipote Alvise. Il ragazzo è il figlio ribelle di ricchi industriali e per protestare contro i falsi miti della società, finge di essere paralitico. Il finale tragico diviene, per il regista, la chiara metafora del destino cui andrà incontro la borghesia italiana.

Di taglio completamente diverso dai precedenti “Signore & Signori”, impietoso ritratto sulle ossessioni moraliste della provincia italiana, girato da Pietro Germi nel 1965.  Il film, caustico e velenoso, è la naturale continuazione di quel processo di dissacrazione contro i falsi miti borghesi, iniziato dallo stesso regista nel 1961, con lo strepitoso “Divorzio all’italiana”. Come è noto, in questa ultima pellicola, il protagonista è il barone Fefè (Marcello Mastroianni) un uomo sposato ed innamorato di Angela, la giovanissima cugina (Stefania Sandrelli). Per realizzare il suo sogno, l’uomo spinge sua moglie Rosalia nelle braccia di un suo spasimante e dopo averla ammazzata, confessa di aver compiuto il delitto per “onore”.  La commedia fu un successo al botteghino e favorì l’abolizione dell’articolo 587 del codice penale che garantiva una pena minima a chi si macchiava di un delitto passionale per motivi d’onore.

Tratto dal racconto “Tema del traditore e dell’eroe” di Jorge Luis Borges, Bernardo Bertolucci nel 1970 dirige “La strategia del ragno”. Il film narra di un figlio che ritorna nella città dove molti anni prima, suo padre era stato ammazzato dai fascisti. Nel corso delle indagini, scoprirà che il genitore non solo non solo non era stato un eroe ma che era stato, addirittura, una spia di regime. Il dado è tratto. Abbattute le statue dei padri, delle madri, il cinema italiano deve fare i conti con le ceneri di quell’istituzione che un tempo veniva nominata “famiglia”.

Dopo l’irridente “Fantozzi” di Luciano Salce del 1975, interpretato dal vulcanico Paolo Villaggio, l’anno successivo Ettore Scola, con il suo “Brutti, sporchi e cattivi” si stacca dal coro e ci fornisce un’altra grottesca e  dissacrante descrizione di un nucleo familiare. Giacinto Manzella (Nino Manfredi) è un emigrante pugliese che vive in una baracca, nei sobborghi di Roma. Dapprima spara ad uno dei suoi figli, poi, per far dispetto alla moglie, si porta in casa una prostituta e la fa dormire con lui. I suoi familiari, nel contempo, cercano di avvelenarlo per rubargli l’indennizzo che ha ricevuto per la perdita di un occhio. Seguono poi nel 1981 il capolavoro comico di Massimo Troisi “Ricomincio da tre”, il gustoso “Speriamo che sia femmina” (1985) di Mario Monicelli, l’intenso “Romance” (1986) di Massimo Mazzucco, il sorprendente “Da grande” (1987) di Franco Amurri, il sopravvalutato “Mignon è partita” (1988) dell’Archibugi, i nostalgici “La famiglia” (1988) e “Che ora è?” (1989) di Ettore Scola, il disincantato “Stanno tutti bene” (1990) di Giuseppe Tornatore,  il sussurrato “Evelina e i suoi figli” (1990) di Livia Giampalmo, l’irresistibile “Parenti serpenti” (1991) di Mario Monicelli ed il sofferto “Verso sud” (1992) di Pasquale Pozzessere. Il 1993 è la volta di “Come due coccodrilli” di Giacomo Campitoti, primo film italiano imperniato su una “famigliastra”. La vicenda narra di un facoltoso imprenditore, sposato e padre di due figli (Saverio e Mauro). Ma l’uomo ama Marta (Valeria Golino) e da questa relazione extraconiugale nascono Gabriele e Martino. Alla morte della donna, l’uomo decide di accogliere in casa sua i due bambini. L’impatto con questa nuova realtà è traumatizzante per tutti. Gabriele (Fabrizio Bentivoglio) prova ad inserirsi in questa nuova realtà ma alla fine crolla emotivamente e scappa di casa. Ritornerà, anni dopo, nelle mura domestiche, per “regolare i conti” con i suoi fratellastri.

Un salto al 2001, anno in cui Nanni Moretti gira il suo intenso e commovente “La stanza del figlio”. Come è noto la vicenda si dipana dalla tragica morte del giovane Andrea, (Giuseppe Sanfelice) avvenuta a seguito di un’immersione subacquea. Giovanni (Nanni Moretti) Paola (Laura Morante) e la giovane figlia Irene (Jasmine Trinca) dovranno trovare la forza per elaborare il lutto della perdita del loro caro. Ed è infine del 2002, lo straordinario “L’ora di religione” di Marco Bellocchio, pellicola che narra dello sconcerto di Ernesto Picciafuoco (Sergio Castelletto) di fronte alla notizia della beatificazione della propria madre. Nel corso del film, Ernesto scopre come la “santificazione” della donna era solo il frutto di un’astuta manovra di “mercato”, messa in piedi da alcuni dei suoi familiari. Diverrà questa per lui l’occasione per rileggere e ridisegnare il rapporto con la propria madre, una donna frustrante ed anaffettiva.

Dall’elenco dei film citati, ne discende una rappresentazione dell’universo familiare variegata, complessa e difficile da perimetrale: agglomerato di persone riunite solo sotto lo stesso tetto, luogo mentale dove è permesso lo scambio di emozioni e di affetti, incrocio di conflitti intergenerazionali, coacervo di drammi e di passioni personali, contenitore adeguato degli psichismi dei singoli componenti, spazio comunicazionale confuso, regno di triangolazioni, luogo di violenze e di abusi sommersi e taciuti. (...)

 

Stralcio dal volume "Cinema, giovani, famiglia" a cura di Peppe Iannicelli - (Edizione Cine-Circol Giovanili Socio Culturali - 2005)

 

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