Liliana Cavani

 

Dopo essersi diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia inizia la sua carriera nel 1960 come documentarista e nel 1965 dirige per la RAI, Francesco d’Assisi, il suo primo lungometraggio che approda al Festival del Cinema di Venezia solo tre anni dopo. Dopo aver firmato Galileo (1968) ed I Cannibali (1969) nel 1974 gira Milarepa ed Il portiere di notte, pellicola considerata dai più come il suo capolavoro. Seguono La pelle (1981) tratto dal romanzo omonimo di Curzio Malaparte, Oltre la porta (1982) e Francesco, (1989) su San Francesco d'Assisi ed, infine, Il gioco di Ripley (2002) tratto dal romanzo di Patricia Highsmith.

Artista poliedrica ed insolita nel panorama nazionale, dopo essersi lasciata alle spalle la lezione del neorealismo italiano, più che imporre una propria marca stilistica, ha raccontato le vicende di personaggi immersi in un alone mistico (Francesco, Milarepa) od all’opposto divorati da fantasie e comportamenti malsani, anticonformisti e perversi. Ne Il portiere di notte Lucia incontra dopo anni in un albergo di Vienna, Max un portiere di notte, ex ufficiale delle SS e suo aguzzino in un campo di sterminio nazista. Quell’incontro inaspettato rimette in moto antichi fantasmi e spinge i due a replicare nuovamente il rapporto sado-maso di un tempo; lei  rivestirà i panni della vittima e Max quelli del carnefice. Egualmente tragici e disperati i protagonisti di Al di là del bene e del male (1977), pellicola che ruota intorno al diseguale e complesso rapporto tra Lou Salomè, Paul Ree e Friedrich Nietzsche e quelli di Interno berlinese (1985) dove Lousie Von Hollendorf, sensuale signora dell’aristocrazia berlinese, suo marito Heinz un diplomatico in ascesa e Mitsuko Matsugae giovane e magnetica figlia dell’ambasciatore giapponese, danno vita ad un bollente e distruttivo menage a trois. Sebbene le trame possono sembrare torbide ed estreme, Cavani, artista elegante e raffinata, non cerca lo mai scandalo ma predilige i dialoghi ai movimenti di macchina, lo scavo psicologico dei personaggi alle spericolate inquadrature. Considerata da alcuni critici una regista troppo formale e decadente ed in grado di scodellare solo prodotti laccati e ben confezionati, Cavani ha proseguito coerentemente per la propria strada senza mai puntare al botteghino ed ha narrato, con forza ed intensità, la sofferenza di chi, accecato dal turbinio della passione, non scende mai a compromessi con se stesso ed, a testa alta, va incontro al proprio ineluttabile e tragico destino. Da segnalare, due pellicole di interesse psichiatrico dirette dalla regista emiliana: Dove siete, io sono qui (1993) incentrata su due giovani adolescenti affetti da un grave handicap uditivo e L’ospite che narra di Pietro, uno scrittore che, alla ricerca di stimoli per il suo nuovo romanzo, ottiene l’autorizzazione a visitare il Manicomio delle Villa Sbertoli di Pistoia. Dopo aver notato le  insufficienze e le anomalie della struttura s’imbatte in Anna una donna ricoverata in quel luogo da venti anni a seguito della morte del suo amato cugino. La donna migliora e quando è dimessa è ospitata dal fratello. Ben presto emergono le sue difficoltà di inserimento in famiglia e nella società e, dopo essere stata molestata da un uomo, ancora più spezzata dentro, ritorna nuovamente in manicomio.

 

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