"Lo schermo sul sofà"
di Massimo Lastrucci
"Nel luglio del 1985 nasceva la psicoanalisi. O meglio: Freud iniziava quel processo di auto-analisi che doveva portare alla nascita della disciplina. Nel dicembre del 1895 nasceva il cinematografo. O meglio: i fratelli Lumiere davano la prima dimostrazione pubblica di un "apparecchietto" che doveva, fortunatamente per noi, avere straordinaria fortuna. Si tratta di due date convenzionali, chiaramente, ma sono utili per la nostra mentalità occidentale classificatoria a oltranza, per "costruire" ed organizzare la Storia. Nati insieme, si sono frequentati più che non si voglia ammettere. Anzi il filone del cinema psicoanalitico è tuttora ricco e frequentato. E lo psicologo, lo psicoterapeuta, lo psicoanalista, lo psichiatra, figure diversissime tra loro ma accomunate per vicinanze di sfera d'attività, hanno fornito spesso agli sceneggiatori materia per divertire, spaventare, commuovere, terrorizzare.
Spulciando nella storia del cinema ci imbattiamo per la prima volta in storie di malattie mentali e di sue cure nel 1916 in Russia, con "La dama di picche" di Protanazov, seguito tre ani dopo dal celeberrimo "Il gabinetto del dottor Caligari" del tedesco Robert Wise. Ma per vedere finalmente lo psicoanalista in scena, a pieno titolo, nel cinema di genere, dobbiamo aspettare il periodo classico di Hollywood. Disciplina felicemente attiva, sino a generare quella moda di costume di cui ancora oggi subiamo gli effetti, negli USA dagli Anni Trenta, la psicoanalisi sorse a Los Angeles nel 1933 da uno psicologo berlinese costretto a scappare dalla patria per le sue idee socialiste, Ernst Simmel. In breve, come un'influenza, Hollywood fu coinvolta dalla "moda". A produttori e registi e sceneggiatori non sfuggì la possibile funzione strategica, all'interno di una trama passionale, di un simile personaggio, in grado di sciogliere nodi drammatici verso il lieto fine, di risolvere casi polizieschi, o "noir" meglio di un poliziotto, di fornire il fianco a momenti sapidi e leggeri nelle numerose variazioni della commedia.
Alfred Hitchcock mise in scena il mondo dei disturbi della mente da par suo, grazie a un committente, il produttore David Selznick, allora appena uscito da una serie di sedute in terapia freudiana. Lo stesso sceneggiatore Ben Hecht era allora in analisi. Così da un trio di "innamorati" della nuova scienza nacque il film che regalò al giallo lo psicoanalista (anzi: lo psichiatra): "Io ti salverò", nel 1945. Lì c'erano le possibili variazioni d'uso del personaggio: salvatore- investigatore (Indrig Bergman), la vittima (il morto), il carnefice (Leo G. Carroll). Da allora nel giallo, il nipotino di Freud si è sempre trovato bene: ha aiutato a risolvere casi (qualche esempio? "Il segreto di una donna, 1950, di Otto Preminger, "Schiava del male" 1946, di Jacques Tourneur o i recentissimi "Analisi finale" di Phil Joanou, "Il colore della notte" 1994, di Richard Rush o "Una lama nel buio", 1982, di Robert Benton.
La vicinanza con la malattia mentale, con il disturbo nella sua versione patologica o criminale, ha poi creato curiose commistioni: perchè interessarsi alle perversioni se non si è attratti dalla perversione? Così dal Michael Caine di "Vestito per uccidere" al David Cronenberg di "Cabal" (1989), non si contano i dottori che dovrebbero curare se stessi, nel thriller come nell'horror, spesso elementi sospetti a causa della loro insipienza o finta leggerezza.
Già, l'incompetenza. Ad Hollywood e province varie dell'impero cinematografico sembra quasi un cavallo di battaglia quello della disistima verso il dottor-professore -psicologo. Se non è un azzeccagarbugli poco ci manca, spesso il malato è più in gamba di lui, anzi la gente non sa distinguerli ("Lo strizzacervelli", 1988). Billy Wilder che è di un'intelligentissima ferocia messa sempre al servizio della trama e del divertimento del pubblico, in "Prima pagina" (1974), in poche scene ha messo alla berlina il professore freudiano dalla Mitteleuropa, fanatico ed intrinsecamente stupido fino a farsi sparare, con tanto di parlata dialettale teutonica.
Come del resto le varie psicologhe in permanente della commedia leggera anni Cinquanta/Sessanta, studiose e pronte a capitolare al primo attacco del maschio USA di lupesco buon senso o quasi ( "Donne vi insegno come si seduce un uomo", 1964 con Nathalie Wood). Quando poi non vengono meno al loro supremo obbligo deontologico-professionale (non innamorarsi mai della propria paziente e sopratutto non farci mai sesso) e si riducono a imbarazzanti pasticcioni di quel che dovrebbero curare, sul lato comico ("Un inguaribile romantico" con Dudley Moore, "La signora e i suoi mariti", 1964, con Shirley Mac Laine) come su quello sentimentale "Analisi finale", La casa dei giochi", "Il diavolo in corpo").
Insomma su 500 pellicole che tangenzialmente o centralmente presentano la figura del "medico della mente", tra drammi, omicidi, farse e sentimenti "proibiti" sono ben poche (in proporzione) le volte in cui questi ci fa una onorevole, se non bella figura. "Nel 35 % dei casi dei film lo psicoanalista appare come matto o svitato, nel 22% lo psichiatra è cattivissimo, nel 9% è semplicemente un'incapace." informa una ricerca del Dott. Irwin Scneider sull"American Journal of Pssichiatry".
"Piuttosto che occuparsi di nevrosi altrui lo psicoterapeuta (cinematografico) farebbe bene ad occuparsi dei propri disagi e di uno stile di vita che oscilla tra l'incapacità di costruire relazioni affettive soddisfacenti e il vero e proprio disadattamento sociale" è l'ammissione di Camillo Loriedo nel libro "L'analista in celluloide" di Ignazio Senatore (Franco Angeli).
Ammettiamolo: tutto ciò se è spettacolarmente "utile" (che bello vendicarsi di una figura così misteriosa, inaccessibile, a metà tra lo scienziato e lo stregone!) è francamente ingeneroso, da parte del mondo del cinema in generale che nei suoi livelli più nobili ha tratto autentici capolavori dalle tematiche psicologiche. Preferiamo allora congedarci ricordando anche qualche psicoanalista dello schermo che ha fatto onore alla sua professione. Gente seria, studiosa, che però non abbrutisce nella caricatura della sua umanità. Gente come il Claude Rains di "Perdutamente tua", ad esempio, o il Lee J. Coob di "La donna dai tre volti", che riesce a guarire una Joanne Woodward in preda ad una tripla personalità o il Judd Hirsch di "Gente comune" che trova il (anzi "la") colpevole di un inferno gelido tra le mura domestiche.