Lo sguardo che insegna 

 

Quel giorno era uno di quelli; nessun caffè mi avrebbe svegliato. Avrei potuto chiedere alle mie meningi di fare lo straordinario. Inutile. Non ci avrei cavato un ragno dal buco. Cercai un riparo sicuro e presi a spulciare alcuni volumi. In un attimo, ritrovai una serie di piccoli "cavalli di battaglia" mutuati dalla letteratura. Queste "pillole" di saggezza, un po' criptiche ma suggestive, erano per me come un salvagente a cui mi aggrappavo quando, nell'ambito della mia attività didattica, mi trovavo di fronte a qualche difficoltà. Presi carta e penna ed iniziai ad annotarle.

a) "Quante cose sai ?"

Figlia : (…) Papà, quante cose sai ?

Padre: Eh ? Uhm...so circa un chilo di cose (…)

Figlio: Ma tu sai più cose del papà di Johnny? Sai più cose di me?

Padre: Uhm...Una volta conoscevo un ragazzino in Inghilterra che chiese a suo padre: "I padri sanno sempre più cose dei figli? " e il padre rispose : "Si".

Poi il ragazzino chiese : "Papà, chi ha inventato la macchina a vapore ?" e il padre: "James Watt".

E allora il figlio gli ribattè: "Ma perché non l'ha inventata il padre di James Watt?"

b) "Una tazza di tè"

"Nan-in, un maestro giapponese dell'era Meijj (1868-1912) ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen. Nan-in servì il té. Colmò la tazza del suo ospite e poi continuò a versare. Il professore guardò traboccare il té, poi non riuscì più a contenersi. " E' ricolma: non ce n'entra più ! ! "Come questa tazza, disse Nan-in, tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?"

c)  "Lo zen e l'arte della manutenzione della motocicletta"

"Fedro si era dato a grandi innovazioni. Aveva avuto dei problemi con gli studenti che non avevano niente da dire. (…) Una di loro, una ragazza con gli occhiali dalle lenti spesse, voleva scrivere una relazione di cinquecento parole sugli Stati Uniti. Fedro, prevedendo lo smarrimento che un proposito del genere le avrebbe causato, le suggerì, senza ombra di ironia di limitare l'argomento a Bozeman. Quando venne il momento di consegnare la relazione la ragazza non la portò; era molto turbata. Si era scervellata ma non aveva trovato niente da dire. (…) "Limiti l'argomento alla strada principale di Bozeman". La ragazza annuì docilmente e uscì. Ma subito prima che cominciasse la lezione successiva Fedro se la trovò davanti in lacrime, angosciata da qualcosa che covava già da molto tempo. Ancora una volta non trovava niente da dire. (…) Fedro era furioso. "Lei non guarda" le gridò. (…) "Limiti l'argomento alla facciata di un edificio della strada principale di Bozeman. L'Opera House. Incominci con il mattone in alto a sinistra." Dietro gli occhiali gli occhi della ragazza si spalancarono. Arrivò alla lezione successiva con l'aria confusa e gli consegnò una relazione di cinquemila parole sulla facciata dell'Opera House.

"Mi sono seduta al chiosco degli hamburger lì di fronte" gli disse, "e ho incominciato a descrivere il primo mattone, poi il secondo, e una volta arrivata al terzo, mi veniva tutto facile e non riuscivo più a smettere. Gli altri credevano che fossi matta e continuavano a prendermi in giro, ma ecco qua. Non riesco a capire." E nemmeno lui, ma nelle sue lunghe passeggiate per le strade della città ci ripensò e concluse che evidentemente la ragazza era vittima dello stesso blocco che aveva paralizzato lui il primo giorno di insegnamento. Era bloccata perché cercava di ripetere cose già sentite, proprio come lui il primo giorno di scuola. Era bloccata perché cercava di ripetere cose già sentite (…) stranamente non si rendeva conto che poteva guardare le cose coi propri occhi senza tener conto di quello che avevano detto gli altri. L'aver limitato l'argomento ad un solo mattone aveva annientato il blocco, perché in quel caso le osservazioni non potevano essere che sue."

d) L'utilità del nulla

Trenta razzi s'incontrano in un mozzo

e in quel che è il suo vuoto sta l'uso del carro

Si tratta l'argilla e se ne foggia un vaso

e in quel che è il suo vuoto sta l'uso del vaso

Si forano porte e finestre per fare una casa

e in quel che è il loro vuoto sta l'uso della casa

perciò dall'essere viene il possesso

dal non essere vien l'utilità.

(...) e) Prima e dopo

"Prima che per trent’anni avessi studiato lo zen, vedevo le montagne come montagne e le acque come acque. Quando giunsi ad una conoscenza più profonda, vidi che le montagne non sono montagne e le acque non sono acque. Ma ora che ho raggiunto la vera sostanza del conoscere, sono in pace. Poiché ora vedo le montagne ancora una volta come montagne, e le acque come acque."

f) Libertà dalle opinioni

"Un giorno un re riunì alcuni ciechi e propose loro di toccare un elefante per constatare come fosse fatto. Alcuni afferrarono la proboscide e dissero: "Abbiamo capito l'elefante è simile ad un timone ricurvo". Altri tastarono gli orecchi e dichiararono: "E' simile a un grosso ventaglio". Quelli che avevano toccato una zampa dissero: " Assomiglia a un pestello". Quelli che avevano accarezzato la testa dissero: "Assomiglia a un monticello". Quelli che avevano tastato il fianco dichiararono: "E' simile a un muro". Quelli che avevano toccato una gamba dissero: " E' simile a un albero". Quelli che avevano preso la coda dissero: " Assomiglia a una corda". Ognuno era convinto della propria opinione. E a poco a poco, la discussione divenne una rissa. Il re si mise a ridere e commentò : "Questi ciechi discutono e altercano. Il corpo dell'elefante è naturalmente unico, e sono solo le differenti percezioni che hanno provocato le loro diverse valutazioni e i loro errori."

Rilessi quanto avevo trascritto. Le citazioni mi sembravano calzassero a pennello per il tema che mi era stato proposto: suggerire una via di fuga per gli insegnanti "scoppiati" ed in difficoltà. Ma c'era qualcosa che si agitava dentro di me, lo sentivo. Era la mia vecchia passione per il cinema che bussava alla porta del mio cuore e che chiedeva di essere ascoltata. D'improvviso mi balzarono agli occhi una serie di pellicole incentrate, sui "modelli didattici" adottati da una serie variegata di insegnanti/istitutori. Perché non confezionare il mio scritto con citazioni di brani di pellicole cinematografiche ? Per permettere al lettore una migliore comprensione del testo, pensai tra me e me, sarà meglio riportare nelle note, una breve trama del film. E come d'incanto, presi a catalogare queste pellicole in quattro sottogruppi principali.

 

(...) 1. Modello direttivo/normativo

Le prime pellicole che mi cascarono tra le braccia furono quelle nelle quali comparivano quei classici insegnanti severi ed autoritari, incapaci di interpretare i bisogni degli allievi e di entrare in contatto con le loro emozioni. Questi "maestri" tronfi, inflessibili e pieni di sé (mostrati sullo schermo forse in maniera un po' troppo caricaturale) evocavano, nello spettatore un'adesione incondizionata nei confronti di chi era costretto a subire dei "metodi didattici" scanditi a colpi di "bacchettate". Che dire dei maestri che, in "Nuovo cinema paradiso" e ne "I 400 colpi" ? L'esempio estremo di questi fedeli custodi della rigida disciplina ? I "sergenti di ferro" che addestravano le truppe in "Ufficiale e gentiluomo, in Stripes-Un plotone di svitati…) o gli insegnanti nei quali si era imbattuto, nel corso della sua carriera scolastica, il povero Lipari Vincenzo.

da "Auguri professore" 

Maestra: (Si rivolge agli scolari in classe) Bravi! Il silenzio è la cosa più importante e più difficile da imparare…Dunque, impariamolo! Incrociate le braccia dietro la schiena e rimanete fermi così! E ricordatevi! Dovete parlare solo se interrogati!

Lipari: Passai così la mia prima ora di scuola, abituando il corpo all'immobilità, la bocca al silenzio e il cervello a pensare solo ciò che la scuola mi diceva di pensare, imparando a stare zitto o a parlare, solo se interrogato. Una sola volta, in terza elementare, non rispettai la regola e la maestra Magliaro me la fece pagare cara.

(Si rivolge alla maestra) "Maestra, io qui ho fatto un errore di calcolo. Lei non se n'è accorta perché alla fine il risultato è giusto…"

Maestra: Vieni, vieni, qui, caro. (Da un'occhiata all'esercizio) E si ! (Si rivolge alla classe) Lipari ha sbagliato ed ha ammesso da solo il suo errore ! Vorrei foste tutti così come lui ! Bravo, caro. (Corregge il voto che da nove diventa tre) Torna pure a posto. (...)                                                                   

2. Modello genitoriale

Dimenticati in fretta questi ferrei paladini dell'ordine e della disciplina, m'imbattei in tutta una serie di "insegnanti" carichi d'umanità ed in grado di stabilire empaticamente un contatto con il mondo emozionale dell'allievo. L'elemento principale che caratterizzava queste pellicole era caratterizzato dal lento e graduale arricchimento del "maestro", che, nel corso del film, si lasciava permeare dai validi "insegnamenti" dell'allievo.Qualche esempio ? Alfredo, il vecchio operatore del film "Nuovo Cinema Paradiso" che, con amore paterno istruiva il piccolo Totò a proiettare le pellicole nel suo piccolo cinema, ricevendone in cambio affetto e nutrimento; l'istitutore de "L’ultimo imperatore", la tenera e decisa maestrina di "Firelight" e "Del perduto amore", il sensibile maestro di "Io speriamo che me la cavo" e di "Madadayo: Il compleanno", il maestro di viola di "Tutte le mattine del mondo", Jack, il D.J che si prende cura di Parry, lo stravagante psicotico de "La leggenda del re pescatore"…E mentre pensavo a questi personaggi, mi balzarono agli occhi altri "maestri" di vita.

da "Leon" 

Leon : Il fucile è la prima arma che si impara ad usare perché ti permette di mantenere una certa distanza dal cliente. Più ti avvicini a diventare professionista e più riesci ad avvicinarti al cliente. Il coltello, per esempio, è l'ultima cosa che si impara . Ok?

Mathilde : O.K.

Leon : Posizione ! (Mathilde scopre l'obiettivo del fucile) Non non toglierlo fino all'ultimo istante ! Riflette la luce! Riescono a vederti a chilometri di distanza. E …vestiti sempre di scuro; mai troppo contrasto con il pavimento! O.K? Beh, adesso facciamo pratica! Il miglior modo per imparare.

Mathilde: Chi devo colpire?

Leon : Chiunque…(…)

Mathilde: Niente donne e niente bambini, giusto?

Leon : Giusto!

Mathilde : Il signore con la tuta gialla ed arancio?

Leon : Va bene ! …Sta calma ! Non gli togliere gli occhi di dosso. Respira lentamente…Osserva i movimenti, fingi di correre insieme a lui, cerca di percepire il suo prossimo movimento, fa un respiro profondo….Trattienilo…. Adesso!

Mathilde : (Spara e lo centra) Un solo colpo! Non male. Ora possiamo provare con i proiettili veri?

da "Tu ridi" 

Filicò : Ancora io non so se voi mi scherzavate con quella roba…quando diceste che le stelle in cielo ci sono e non ci sono e che gli occhi vedono quello che non c’é.

Dottore : Ora non ci sono più Fillicò…Non ti scherzavo…Per arrivare a noi, la luce di quelle stelle ha dovuto attraversare milioni e milioni di chilometri, impiegato un miliardo di anni. Può essere che quando arriva a noi, la stella sia già scomparsa dall’universo… Tutto qui, Filicò!

Fillicò : Ma come? La luce corre come un cavallo?

Dottore : A un milione di chilometri al secondo!

Filicò : Ma scherzate?

Dottore: Non ti scherzavo e non ti scherzo !(Cambio di scena)

Manuzza: Invece, voi l’avete scherzato a Filicò; la luce non cammina! E’ facile scherzarci con mi frate…Ce l’ha sempre creduto: la luna, le stelle, l’aria del latte, gli scorpioni…Stregonerie sono….Io sono come San Tommaso…Credo solo a chillo che tocco e che vedo!

Dottore: (Gli indica di guardare il panorama) I tuoi occhi, là cosa vedono?

Manuzza: Le montagne, il cielo…

Dottore : Di che colore?

Manuzza : Bianco….

Dottore : (Estrae da una lanterna, un vetro di color verde e lo pone davanti agli occhi di Manuzza) E ora come lo vedi?

Manuzza: Il cielo? Verde…

Dottore : (Pone un vetro di color rosso davanti agli occhi di Manuzza) E ora?

Manuzza: Rosso, rosso come l’ inferno….:

Dottore : I tuoi occhi, i miei, sono come un vetro attraverso cui noi vediamo….Cambiano i colori e cambiano anche le cose! Le cose non sono soltanto come ti hanno abituato a vederle! Anche come tu, le vuoi vedere, Manuzza…Pensaci! (...)

 

5. Conclusione

Rilessi d'un fiato quanto avevo scritto e pensai al numero infinito di pellicole che non avevo citato sull'argomento. Ma non era importante. Questo mio piccolo scritto aveva solo il compito di evocare delle suggestioni nel lettore. Niente altro di più. E mentre mi accingevo a tracciare le possibili conclusioni al testo mi rimbalzarono nella mente le frasi di Mike, il giovane protagonista del film diretto da John Dahl.

da "Il giocatore"

"Dunque, il punto è questo: se non riesci ad individuare il pollo nella prima mezz'ora di gioco allora, il pollo sei tu ! Nel nostro giro si dice: "Giocare per vivere", "E' come ogni altro lavoro", "Non rischiare mai troppo", "Tira via quanto basta", "Il tuo scopo è vincere bene quando ti va bene", "Continua a puntare finché girano le carte", "Se smettono di girare lascia perdere", "Non buttare via i soldi per niente ! "…Così mi sono pagato metà della retta dell'Università. Una vera massaia del poker. Ho imparato a vincere un po' alla volta ma alla fine ho capito questo: "Se stai troppo attento, la tua vita diviene un merdoso tirare a campare".

Ma poi, pensai tra me e me, che c'era di così terribile nello "scoppiare" ?

 

*Stralcio dell'articolo pubblicato su "Il burn-out degli insegnanti" a cura di Luigi Acanfora (Magi Editore - 2002)

 

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