Marco Bellocchio 

 

Affascinato dall’interpretazione di Marlon Brando in Fronte del porto Marco Bellocchio decide di diventare attore e s’iscrive in un’accademia teatrale a Milano ma la sua voce afona e la sua timidezza lo spingono a passare dietro la macchina da presa ed a frequentare il Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma.  A solo ventisei anni nel 1965 diresse I pugni in tasca, il suo folgorante film d’esordio. La storia narra di Alessandro (interpretato da un magnetico Lou Castel) un adolescente epilettico che si batte contro la falsità dell’ideologia borghese ed, in una scena diventata di culto, getta la madre cieca da un dirupo. Il film scatenò le ire dei benpensanti ed inaugurò quel filone ribellista del cinema italiano sulla dissoluzione borghese e sulla crisi di valori all’interno dell’istituzione familiare. Da allora ogni sua pellicola ha spaccato pubblico e critica e c’è chi, accusandolo di essere un regista troppo intellettuale e cerebrale, non gli ha perdonato quelle pellicole (La condanna (1990), Il principe di Homburg (1996), Il sogno della farfalla (1994) eccessivamente criptiche ed enigmatiche girate nel periodo quando il regista era sensibile al verbo del discusso psicoanalista Massimo Fagioli. Altri ancora, dopo aver sottolineato le sue indiscutibili capacità stilistiche e la sua visionaria capacità di fondere sogno e realtà, hanno sottolineato il suo impegno militante, politico e civile (La Cina è vicina (1967), Sbatti il mostro in prima pagina (1972), Buongiorno notte (2003) e le sue battaglie contro le istituzioni cattoliche e militari, oppressive e totalitarie (Nel nome del padre (1971), Marcia Trionfale (1976). C’è chi sottolinea, infine, come abbia saputo scandagliare l’animo umano e riprodurre sullo schermo capolavori della letteratura italiana quali l’Enrico IV (1984) tratto dal dramma di Luigi Pirandello e La balia (1999) dalla novella di Pirandello. Numerose sono le pellicole nelle quali compaiono degli psicoanalisti disorientati ed alla ricerca di se stessi Il diavolo in corpo (1986) tratto dal libro di Raymond Radiguet e La visione del Sabba (1987) ma, a ben vedere, il fil rouge della produzione artistica del regista è quello della follia, come lo stesso regista, in un’intervista ha affermato: “A me interessa la follia normale; che mi è ancora più familiare, che si manifesta nella sofferenza, nell’infelicità. Questo folle molto comune, dominato dall’angoscia, terrorizzato dall’idea di perdere una certa normalità sociale.” Fedele a queste ossessioni, Bellocchio ha narrato nel suo capolavoro Salto nel vuoto (1980) l’opprimente prigionia che scatta in certi sottosistemi familiari e narrato le vicende di un fratello magistrato che, ritenendo folle la sorella, la spia e la sorveglia e decide di presentarla ad un piccolo truffatore, suo imputato; non appena la donna riacquisterà l’autonomia e l’indipendenza perduta, il magistrato, per reazione, si lancerà nel vuoto. Regista geniale e talentuoso, Bellocchio ha trasportato sul grande schermo capolavori teatrali come Il gabbiano (1977) tratto dal testo di Cechov e diretto dei documentari che hanno lasciato un segno indelebile nell’immaginario collettivo come Nessuno o tutti - Matti da slegare (1975) girato in 16 mm nel manicomio di Colorno con Silvano Agosti, Stefano Rulli e Sandro Petraglia, finanziato dalla provincia di Parma e ricordato come uno dei più duri atti d'accusa contro l’istituzione manicomiale. Senza tradire i temi a lui cari, Bellocchio ha girato negli ultimi anni (L’ora di religione (2002) e Il regista di matrimoni (2006) due piccoli capolavori che lo hanno fatto balzare nuovamente, con merito, all’attenzione del pubblico e della critica.

 

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