Per una nuova poetica dello sguardo
Italo Calvino, nelle sue "Lezioni americane" ci ricordava che il film "è il risultato di una successioni di fasi, immateriali e materiali, in cui le immagini prendono forma…Questo "cinema mentale" è sempre in funzione in tutti noi, e lo è sempre stato, anche prima dell'invenzione del cinema e non cessa mai di proiettare immagini alla nostra vita interiore".
Roland Barthes nel suo splendido volume "Sul cinema", nel sottolineare, il suo smarrimento di spettatore al cinema, affermava: "L'immagine mi rapisce, mi incolla alla rappresentazione e per quanto io sia seduto lontano dallo schermo, incollo il naso fino a schiacciarlo a quell'altro immaginario in quale mi identifico narcisiticamente, E' questa colla a fondare la naturalità della scena del film, per quanto irreale possa essere. Solo l'immagine è vicina, solo l'immagine è vera."
Questi due interventi, ci illustrano, in maniera molto suggestiva, il corredo di emozioni che scattano nello spettatore nel corso della visione di un film.
Sin dagli albori, i teorici del cinema, hanno approfondito il tema del "dispositivo cinematografico" e rivolto grande attenzione a quella funzione dello "sguardo" che viene attivata nel corso della proiezione cinematografica. Come ricorda Antonio Costa: "Il celebre prologo di "Un chien andalou", in cui cediamo accostate l'immagine "lirica" di una sottile nuvola che passa davanti alla luna e quella, letteralmente insopportabile, della lama di un rasoio che squarcia l'occhio di una donna, può essere assunto come il manifesto programmatico dell'incontro tra surrealismo e cinema, l'attuazione filmica della parola d'ordine surrealista "squarciare il tamburo della ragione raziocinante e contemplare il buco."
Eliana Elia, in un suo recente articolo, rileggeva la stessa sequenza del film di Bunuel, affermando:
"La luna piena, bianca come una sclera, è tagliata da nuvole lunghe e sottili. Segue l'immagine dell'occhio di una ragazza tagliato dalla lama di un rasoio (ad essere tagliato è di fatto un occhio di bue!). Il bel noto incipit di "Un chien andalou", è il perentorio invito a sovvertire tutte le convenzioni del vedere.
L'occhio "tagliato" è l'occhio depurato, l'occhio "hypocrite", potremmo dire ripensando al lecteur baudeleriano, che non cerca visioni ovvie, rassicuranti, distrattive, destinate ad esaurirsi con il consumo, bensì una scrittura di immagini mai udita che possa continuare ad essere letta e decifrata con gli occhi del pensiero." In questi ultimi anni, tra i contributi più interessanti proposti sul tema dello "sguardo", vorrei citare quello di Eugenio Trias:
"Il vero inizio della conoscenza e della passione risiede, pertanto, in "occhi che guardano occhi che guardano tali occhi". Il soggetto vede tali occhi che lo guardano continuando a guardarlo mentre lui li guarda, non perché stiano guardando lui, non solo per questa ragione (…) ma perché nel guardarlo si esprimono, e ciò fa si che il soggetto ami e si appassioni."
Gino Frezza, nella sua introduzione al volume, commenta: "Sotto le spoglie dell'avventura, della commedia, del dramma, c'è sempre lo sguardo che cerca, che solca l'atmosfera luminosa delle immagini alla ricerca di un altro sguardo che dia un senso al suo itinerario."
Dai brevi contributi riportati, appare evidente come i teorici e gli studiosi del cinema ci propongono un diverso e più moderno utilizzo dello "sguardo" al cinema. Come possiamo, noi terapeuti esportare questa "lezione" e riprodurla in seduta? Quando siamo di fronte ad un paziente saremo capaci, come ci suggeriva Bunuel, di sovvertire tutte le "convenzioni del vedere"?
Ed è proprio partendo da queste suggestioni che, nel corso del mio lavoro terapeutico provo a sottrarmi a quel gioco di "sguardi", ipnotico e paralizzante, a quel continuo rinvio di scambi spesso forzati, ripetitivi ed immutabili che scattano i seduta. Quando ascolto i pazienti cerco una via di fuga, un lasciapassare che mi permette di giungere a quello che Roland Barthes definisce il "godimento del testo".
"Non occorre inarcarsi. Il mio piacere può benissimo prendere la forma di una deriva. La deriva mi succede tutte le volte che non rispetto il tutto, e che a forza di apparire trasportato di qua e di là in balia delle illusioni, seduzioni ed intimidazioni di linguaggio, come un sughero sull’onda, rimango immobile, roteante sul godimento intrattabile del testo." Facendo appello ad una sorta di "disattenzione", in seduta mi lascio, anch’io, travolgere da una forza sotterranea che mi distrae e che mi spinge a non occuparmi primariamente del contenuto della comunicazione del paziente.
All’interno di questa nuova costruzione narratologica, solo "chiudendo gli occhi" posso rileggere il testo del paziente (il suo sintomo, la sua storia). Col tempo, ho raffinato sempre più il mio ascolto, fino a scoprire che, in seduta, il paziente impagina la sua storia, prendendo a prestito, dei codici narrativi, appresi, inconsapevolmente, dal mondo del cinema.
A confermare ulteriormente la mia tesi, mi sovviene uno scritto di Cesare Musatti: "Orbene gli psicoanalisti costatano in modo del tutto generale che, quando i loro pazienti sono frequentatori del cinema, come per lo più è il caso, moltissimi resti diurni sono situazioni semplicemente tratte da quanto è stato veduto recentemente in un film. Talora è il paziente stesso, dopo aver raccontato un sogno, dice di un particolare frammento: "Sa, avevo già visto ieri al cinema una scena del tutto simile".
Oppure l'analista si accorge della corrispondenza ed interroga il paziente: "La storia che lei ha sognato corrisponde molto ad un episodio contenuto in un film attualmente in visione. Ha per caso veduto tale film?" E il paziente riconosce con meraviglia. "Già, non ci avevo pensato. E' proprio come in quel film: L'ho visto una delle sere passate."
Conclusione
"Nello sviluppo emozionale del bambino il precursore dello specchio è la faccia della madre…Che cosa vede il lattante quando guarda il viso della madre? Secondo me di solito ciò che il lattante vede è se stesso. In altre parole la madre guarda il bambino è ciò che essa appare è in rapporto con ciò che essa scorge….Questo rapido sguardo del lattante e del bambino che vedono il sé nella faccia della madre, ed in seguito in uno specchio, fornisce un modo di guardare all'analisi ed al compito psicoterapeutico. La psicoterapia non consiste nel fare interpretazioni brillanti ed appropriate….E' una complessa derivazione della faccia che riflette ciò che è la per essere visto."
Queste riflessioni di Winnicot ci ricordano come sia fondamentale per lo sviluppo infantile la funzione di specchio della madre. Ma non ci confermano, forse, che lo spettatore, nel corso della visione di un film, inconsapevolmente, riattiva meccanismi arcaici e primitivi di "rispecchìamento"? E come concludere questo viaggio intorno allo "sguardo" se non con una citazione cinematografica tratta da "L'uomo che non c'era"?
"C'è questo tizio, in Germania, Fritz qualcosa… non lo so… o forse mi pare Werner, comunque…La sua teoria è che se vuoi verificare qualcosa scientificamente… i pianeti che girano intorno al sole, di cosa sono fatte le macchie solari, perché l'acqua esce dal rubinetto… devi osservare il fenomeno. Ma, il semplice guardare, alcune volte, il guardare cambia il fatto e tu non puoi sapere cosa sia successo nella realtà o che cosa sarebbe successo se tu non avessi ficcato il tuo grosso naso. Perciò non ha senso chiederci cosa è successo…Il semplice guardare cambia il fatto. Si chiama principio d'indeterminazione. Sembra un'idea bislacca ma anche Einstein l'ha presa in considerazione. La scienza, la percezione… la realtà, il dubbio…il ragionevole dubbio. Sto dicendo che alcune volte più guardi e meno conosci. E' un fatto! E' provato! E' un fatto e comunque è l'unico fatto appurabile. Questo crucco ha buttato giù anche una formula…"
Articolo pubblicato su "Psichiatria e Mass Media" Prima Conferenza Tematica Nazionale- CIC - Roma -2002