Si va al cinema per ascoltare delle storie, per aver voglia di piangere e di ridere, per lasciarsi andare all'immaginazione, per innamorarsi dell'attrice protagonista e sognare di starle accanto, per scoprire il finale della trama, per essere avvolti nel buio della sala. E a volte si va per essere rassicurati del vecchio clichè dell'analisi in celluloide: un personaggio più folle dei pazienti che ha in cura, un ciarlatano che vende solo chiacchiere, un infelice che miete insuccessi sia nel campo affettivo che professionale, un seduttore di ingenue fanciulle. Il cinema è falsificazione o specchio della realtà? In questo saggio, le pellicole cinematografiche fungono da pretesto narrativo per riflessioni sull'identità dello psichiatra, sul ruolo narcotizzante dei media, sull'emozione dello spettatore in sala. L'Autore accompagna il lettore in un'atmosfera intima e personale, cara al silenzio ed all'immaginazione. Uno scritto inquietante, che non strizza l'occhio al lettore, ai custodi dell'ortodossia scientifica, ai critici cinematografici più tradizionali.