Ti do i miei occhi di Iciar Bollain – 2004

 

 

Antonio (Luis Tosar) ama perdutamente sua moglie Pilar (Laia Marull) ma ha dei continui scatti d’ira e non riesce a controllare i propri impulsi violenti ed aggressivi. La loro vita è diventata un inferno e, dopo l’ennesima aggressione, Pilar scappa nel cuore della notte, di nascosto, insieme al figlioletto Juan, con una valigia semi vuota e le pantofole ancora ai piedi, per rifugiarsi a Toledo a casa di sua sorella Ana (Candela Pena). Antonio vuole recuperare a tutti i costi il rapporto e frequenta un gruppo di sostegno per soggetti affetti da discontrollo degli impulsi. Pilar, intanto, ricomincia una nuova vita e, grazie all’aiuto della sorella, inizia a lavorare come guida turistica in un museo, riconquistando, giorno dopo giorno, serenità, tranquillità e fiducia in se stessa. Ma Antonio non può vivere senza di lei e, dopo averle promesso che cambierà, espugna nuovamente il suo cuore. Vedendolo afflitto e pentito, Pilar gli offre un’altra possibilità e ritorna a vivere con lui ma Antonio, dopo aver tenuto a freno urla e scatti d’ira, ritorna l’uomo di sempre, nervoso ed irritabile e maledettamente geloso,. Dopo l’ennesima sfuriata, Pilar comprende che Antonio non cambierà e trova la forza per lasciarlo. Dopo Hola,¿estás sola? (1995)  e Flores de otro mundo (1999), premiato come miglior film nella sezione Settimana della Critica al Festival di Cannes, la regista madrilena, (con un passato di attrice alle spalle) impagina un capolavoro che rapisce lo spettatore per l’intensa, lucida e commovente messa in scena.  Bollain tratta lo spinoso tema della violenza all’interno delle mura domestiche in maniera non scolastica e convenzionale ed, invece, di mostrare il classico uomo rozzo e crudele che tiranneggia la moglie, con schiaffi e pugni, lima e sottrae al massimo la narrazione, regalando allo spettatore, una storia d’amore disperata e senza sbocchi dove non ci sono né vincitori, né vinti, né buoni o cattivi ma soltanto due anime che, pur amandosi, non possono vivere insieme. La regista non regala ad Antonio la faccia del cattivo ma lo descrive come un uomo insicuro, fragile ed infantile che adora la moglie ma è ossessivamente divorato dalla gelosia e dalla paura di perderla.  Per tenerla legata a sé frequenta una terapia di gruppo per mariti violenti e, nel corso di una seduta, dopo essere stato abbandonato la prima volta dalla moglie, al terapeuta (Sergi Calleja) confessa: “Mi manca il suo rumore. Si perché Pilar si muove molto rapidamente ma non fa quasi rumore. Non so, i braccialetti, i vestiti ma si muove con molta leggerezza. Quel rumore è solo suo, sa. E quando è in casa mi sento come stordito, ascoltandolo.” Il terapeuta si limita a d ascoltare le sue storie e quelle degli altri pazienti e suggerisce loro, ogni qual volta sono sul punto di essere sopraffatti dal loro istinto violento, di pensare ai momenti in cui hanno trovato pace e serenità e di appuntarli su un quaderno. Antonio ce la mette tutta, segue alla lettera il suo consiglio e, per tutta la durata del film, annota suo quaderno un fiume di commenti e riflessioni, provando così a tenere a freno i propri impulsi violenti e distruttivi. Sua moglie è però sempre più libera, indipendente ed emancipata, il suo lavoro di guida turistica l’affranca sia da un punto di vista culturale che relazionale ed Antonio, modesto commesso in un negozio di elettrodomestici, non può che sentirsi, giorno dopo giorno, sempre più inferiore ed  inadeguato.  Pilar non gli perdonerà l’ennesimo scatto d’ira e ad Antonio, solo e disperato, tenterà il suicidio. Non meno toccante la figura di Pilar, una donna coraggiosa, fiera e sensibile che non piega mai il capo e, pur di star al fianco del marito, ingoia umiliazioni, botte e mortificazioni, fiduciosa che, grazie al suo amore ed al trattamento psicoterapico, lui guarirà. Sola e senza amiche, nelle prime battute del film, deve lottare contro la madre (Rosa Marìa Sardà) che la critica per essere fuggita di casa e le ripete, come un disco rotto, che il suo posto è accanto al marito e successivamente contro la sorella che non le perdona di aver ridato fiducia ad un uomo manesco e violento. Dopo l’ennesimo scatto del marito, affranta ed addolorata, realizza che il suo sogno si è infranto e, mostrando maturità e forza d’animo, decide di vivere senza di lui. La regista lascia (volutamente) gli scatti di Antonio quasi sempre fuori campo e con questa sua scelta rende ancora più claustrofobica e pesante l’atmosfera che si respira nel film. Il titolo del film rimanda ad un poetico passaggio del film: Pilar, innamorata del marito, nel corso della narrazione, gli sussurra:“Ti do i miei occhi – e poi la mia bocca, la mia pancia, i miei piedi. Prendi un pezzo per volta di me. La mia voce, la mia voglia e infine la mia libertà.” Laia Marull e Luis Tosar,  in stato di grazia, con la loro indimenticabile interpretazione, rendono ancora più struggente e pulsante la vicenda. Vincitore di sette premi Goya; miglior film, regia, attore protagonista (Luis Tosar), attrice protagonista (Laja Marull) attrice non protagonista (Candela Pena) sceneggiatura e suono.

 

 

 

Recensione pubblicata sulla Rivista "Eidos- Cinema, Psiche ed arti visive" Numero 13

 

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