
Trash - I rifiuti di New York (Trash)
di Paul Morrissey con Joe Dallesandro, Holly Woodlawn, Jane Forth, Bruce Pecheur,
Diane Podel - USA – 1970 – Durata
A furia di bucarsi, Joe (Joe Dallesandro)
è diventato apatico ed impotente e vive alla giornata bighellonando per New York
e chiedendo l’elemosina per ricavare i soldi per la dose giornaliera. Holly
(Holly Woodlawn) la sua donna, per arredare al meglio la squallida stanzetta
dove abitano, raccatta mobili tra i rifiuti. Nel tentativo di rubare qualcosa
Joe si intrufola in un appartamento dove s’imbatte in Jane (Jane Forth) una
sposina disinibita che gli chiede di far l’amore. Sopraggiunge suo marito Bruce
(Bruce Pecheur) e la coppia osserva incuriosita Joe che si buca; si sente male e
Bruce, senza pensarci due volte, lo sbatte fuori casa. Joe si rifugia allora da
una ricca signora mezza svitata che gli fa le fusa e vuole andare a letto con
lui ma Joe, stanco e depresso, se ne ritorna a casa dove inizia a scambiare
delle dolci effusioni con Diana (Diane Podel) la sorella di Holly in dolce
attesa. Holly li scopre e pianta un putiferio. Il film si chiude con Holly che,
fingendo di essere incinta, prova, invano, a chiedere il sussidio di
disoccupazione ad un funzionario feticista.
Film che fece epoca perché fu uno dei
prodotti della Factory di Andy Warhol, l’originale e bizzarro artista americano
e fa idealmente parte di una trilogia iniziata con
Flesh nel 1968 e chiusa da
Heat nel 1972. Da un punto di vista
stilistico il film è scarno ed elementare ed i dialoghi,
per la loro assoluta inconsistenza, sembrano quasi surreali. Warhol non
vuole impaginare il classico film su un tossicomane che s’aggira per la città
alla disperata ricerca della dose da iniettarsi ma mostrare un personaggio
apatico, privo di emozioni e di spinta vitale che si muove sullo schermo come un
automa, ciondolando senza meta per la città. Nel corso del film Joe non sembra
nutrire emozioni e, per ammazzare il tempo, mima dei rapporti sessuali privi
d’anima e di passione con Holly, con sua sorella Diana e con tutte le donne che
incontra. La sua scelta tossicomanica va inquadrata in una sorte di mal di
vivere più ampio e generalizzato e le pere che si inietta in vena, sparate
impietosamente in primo piano, assurgono (quasi) a simbolo di uno stanco rituale
con cui riempire le sue vuote e grigie giornate. Il titolo non solo è un
esplicito riferimento alla famosa poesia di Allen Ginsberg ma rimanda a
quell’umanità sgraziata e disperata che si aggira tra la spazzatura ed i rifiuti
di New York. Distribuito in Italia nel 1974 risente del pessimo doppiaggio
curato da Pasolini che, in nome di un maggiore realismo, non si affidò a dei
doppiatori professionisti e pregiudicò irrimediabilmente la fruizione della
pellicola.
Stralcio da “Vero come una finzione” Springer Editore – 2010 di Matteo Balestrieri, Stefano Caracciolo, Riccardo Dalle Luche, Paolo Iazzetta, Ignazio Senatore