
Tris di donne e di abiti nuziali di
Vincenzo Terracciano
Franco Campanella (Sergio Castellitto)
impiegato delle poste in pensione, schiavo del vizio
del gioco, accumula debiti su debiti. Sua figlia Luisa (Raffaella Rea)
giovane insegnante precaria, si deve sposare il mese seguente e Franco, fingendo
di aver chiesto un prestito da una finanziaria, spera in un colpo di fortuna al
gioco per poter onorare gli impegni e riscattarsi agli occhi della moglie
Josephine (Martina Gedek) e di suo figlio Giovanni (Paolo Briguglia), un modesto
cameriere che lavora in un piccolo ristorante.
Incallito giocatore, Franco dissipa in
una serata, in un’anonima sala corsa, la sua pensione, puntando, invano su
cavalli vincenti e piazzati. Dopo una serie di colpi di scena, un finale
agro-dolce chiude la vicenda.
Terracciano, regista napoletano, dopo
aver fatto centro con il gustoso “Ribelli per caso”, ambienta la vicenda in una
Napoli oscura e notturna, si avvale di un’ottima fotografia, di una mai
eccedente colonna sonora di Nicola
Piovani e di una straordinaria prova attoriale di Sergio Castellitto ma,
ciononostante, il suo film risulta incerto, discontinuo e ricco di sbavature.
La figura del disperato protagonista,
che saltella da un tavolo di poker alle sale dei cavalli, dalla roulette al
lotto, appare troppo caricata fino ad assumere i contorni del povero diavolo
che, per amore della figlia, precipita sempre più nella spirale del gioco,
elemosinando soldi a degli strozzini, ed intrattenendo una svogliata relazione
con Mariellina (Iaia Forte) una donna procace, follemente innamorata di lui che
gli fa da garante al tavolo da gioco frequentato da malavitosi senza scrupolo.
Nonostante i buchi della sceneggiatura
alcune sequenza sono da incorniciare. Su tutte il gustoso scambio tra lo
sfortunato protagonista, che ha già perso ai cavalli metà della sua pensione, e
Luigino (Giovanni Esposito) un uomo che, per interesse, suggerisce ai
frequentatori della sala corse i cavalli su cui puntare. Ingenuo e disperato,
Franco gli chiede qualche dritta per risalire la china e si sente rispondere:
“Tu non tiene a ‘capa per questo gioco,
troppo complicato, non è arte tua. Avete la frenesia di giocare tutte le corse,
come se i cavalli stessero aspettando a voi per regalarvi i soldi. I cavalli non
regalano niente a nessuno. Ci vuole ponderazione, scelta oculata, consiglio
tecnico, e poi si punta…” Franco non fa autocritica, non accetta il consiglio
“dell’esperto” ma, assalito dalla febbre del gioco, insiste fino a che Luigino
gli suggerisce il nome di un cavallo “vincente”; Franco, punta l’altra metà
della pensione e si ritrova in mano con un pugno di mosche. Non meno dolente,
infine, lo scambio tra Giovanni, giocatore di poker acerbo ma di talento che, si
rivolge al padre e con rabbia e
disprezzo, gli dice: “Tu sei un irresponsabile, sei un egoista, tu non pensi
prima di fare le cose. gli dice il figlio Ma a chi vuoi imbrogliare con le
bugie, con le continue stronzate che racconti? Hai detto mai la verità, a te
stesso, agli altri una volta almeno nella vita l’hai mai detto la verità?”
Un film, nel complesso onesto, che aiuta
a far luce sull’oscuro e desolante mondo dei giocatori d’azzardo, costretti ad
indebitarsi fino al collo, perché incapaci di resistere all’impulso di sfidare
la dea bendata.
Stralcio da “Vero come una finzione” Springer Editore – 2010 di Matteo Balestrieri, Stefano Caracciolo, Riccardo Dalle Luche, Paolo Iazzetta, Ignazio Senatore