Umberto Rossi

Genova 16-4-2004

Rispetto all’annuncio del libro, avevo alcune perplessità perché temevo di trovarmi di fronte all’ennesimo tentativo d’usare il cinema come strumento utile solo a spiegare un fenomeno sociale. Certo, il cinema ha avuto spesso a che fare con la psichiatria, spesso per le vicende personali d’alcuni registi. Il grande cineasta portoghese João César Monteiro, quando incontrava qualcuno per la prima volta, era solito dire: “Io sono l’unico regista sano di mente del mondo” e tirava fuori il certificato di dimissione dal manicomio di Lisbona, dove era stato ricoverato sei anni. Un altro caso è quello di due autori sovietici. Aleksei German attraversò un lungo periodo di depressione dopo che la censura bloccò due suoi film e gli fu impedito di lavorare. Era pagato per non far niente, stava in casa e trascorreva molte ore a letto bevendo smodatamente fino a diventare sempre più pazzo. La stessa cosa capitò ad Andrei Tarkovsky che lottò per sei anni per salvare sei minuti di Andrei Rublyov che i burocrati del Goskino avevano deciso di tagliare. Un caso particolare di comportamento eccentrico lo offre Ingmar Bergman. Quando stava girando, a Monaco di Baviera, L’uovo del serpente, Bo Widerberg andò a trovarlo, bussò alla porta della camera d’albergo e disse “Sono Bo”. Bergman gli rispose, da dietro alla porta chiusa: “Che strana voce hai quasi non ti riconoscevo”. “E’ che sono raffreddato”, disse il collega. “Sei raffreddato? Allora aspetta ad entrare che io vada in bagno, poi attraversa la stanza senza respirare, vai sul terrazzino e chiudi la porta”. Chiacchierarono una ventina di minuti: Bergman dentro e l’amico, all’aperto in pieno inverno.

Quando ho avuto il libro tra le mani, mi sono ricreduto. E’ tutto tranne che un volume della serie “Cinema e…”. Non è per niente un manuale per usare i film per un fine diverso che non sia l’analisi stilistica e la valutazione critica.

Le schede sono molto precise e c’è una corposa serie di citazioni di frasi detta da registi, più o meno famosi, che si legano con precisione alla linea principale del libero. E’ molto utile anche la filmografia, un elenco volutamente parziale a cui viene voglia di aggiungere altri titoli. Io sono convinto che un volume che fa venire voglia di proseguire l’opera dello scrittore sia quanto di meglio ci sia. Un ultimo appunto: la psichiatria ha avuto una grande influenza sul cinema americano degli Anni 50 e 60 e la definizione di “strizzacervelli”, usata ancor oggi in molti film soprattutto polizieschi, è stata coniata in quel periodo.

 

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