Marta Erba
"Uno nessuno centomila"
"Focus" Numero 132- Ottobre - 2003
Tante persone che convivono nello stesso corpo. Che hanno nomi diversi, voci diverse, scritture diverse, e sembrano non sapere nulla l'una dell'altra. Di situazioni simili al cinema ne abbiamo viste tante: dal recente Identità ad alcuni capolavori di Hitchcock ("Psyco", "Marnie"), passando per Brian De Palma ("Doppia personalità") e perfino Totò ("Totò Diabolicus"). Per non parlare di un classico della letteratura quale "Il dottor Jekyll e Mr Hyde" di Robert Louis Stevenson. Ma è scienza o fantascienza? Leo Nahon, primario presso l'Azienda Ospedaliera Niguarda Cà Granda di Milano, lo definisce un "affascinante quesito della psichiatria".
"Il disturbo comunque esiste" afferma lo psichiatra "anche se le rappresentazioni cinematografiche e letterarie sottolineano troppo gli aspetti discordanti delle personalità. (…) Ma di che cosa si tratta? Per capirlo bisogna anzitutto partire dal nome. Oggi gli psichiatri non parlano più di "personalità multiple" ma di "disturbo dissociativo d'identità". La personalità insomma è una sola ma frammentata. Compaiono così più identità (generalmente due o tre, ma sono rari i casi in cui se ne manifestano decine) che sono inconsapevoli l'una dell'altra come se agissero indipendentemente.
Perché succede? Alla base delle personalità multiple c'è
la "dissociazione", ovvero la perdita della consapevolezza di sé. Un
evento che, in misura limitata, colpisce chiunque: per esempio quando guidiamo
soprappensiero lungo strade ben note
Non c'è dubbio: il cinema è stato sempre affascinato dalle personalità multiple. Ma se i primi film sull'argomento documentavano casi clinici reali ("La donna dei tre volti"), i successivi provengono dalla fantasia: "Doppia personalità" di Brian De Palma, "Session 9" di Brad Anderson, "Identità" di James Mangold, "Io me e Irene" di Bobby e Peter Farrelly. Perché questa passione? "Si tratta di un disturbo che si presta alla suspense", spiega Ignazio Senatore, psichiatra all'Università Federico II di Napoli. Basti pensare al Norman Bates di "Psyco" che parla con la voce della madre morta, e alla regressione catartica di "Marnie", entrambi di Hitchcock. O allo psicopatico di "Schegge di paura" (film di Gregory Hoblit, con Richard Gere ed Edward Norton).
Che simula
con successo il disturbo tanto da venire assolto dall'accusa di omicidio. Ma la
ragione fondamentale, forse è un'altra. Chi va al cinema, in fondo, vuole
dissociarsi, spiega Senatore, cioè calarsi nei
personaggi, dimenticando se stesso."