"L’uomo nero" di Sergio Rubini

 

 

Gabriele Rossetti (Fabrizio Gifuni) ritorna a San Vito, piccolo paesino natio, per accorrere al capezzale del padre Ernesto (Sergio Rubini). Un flashback ci riporta agli Anni Sessanta. Ernesto, romantico ed ingenuo capostazione, con l’hobby della pittura, vive con la moglie Franca (Valeria Golino) insegnante, il figlio Gabriele (Guido Giaquinto) e Pinuccio (Riccardo Scamarcio) il cognato, irresistibile seduttore, titolare di una drogheria. Un giorno Ernesto si reca alla Pinacoteca di Bari per ammirare un autoritratto di Cezanne ed è talmente rapito dalla bellezza di quel capolavoro che, sollecitato da Valeria (Anna Falchi) la moglie di un dentista, decide di allestire una mostra dei propri quadri e di omaggiare il grande pittore francese, dipingendo una copia del famoso autoritratto. E’ il giorno dell’inaugurazione; Ernesto attende impaziente il giudizio di Venusio (Vito Signorini), il critico d’arte del paese che, sulla Gazzetta, con acredine e supponenza, stronca, senz’appello, le sue opere. Un imprevedibile e divertente colpo a sorpresa chiuderà la vicenda.

“Di tanto in tanto spunta su un giornale qualche graduatoria sulla vivibilità della città, Napoli non primeggia. E’ colpa dei parametri presi in considerazione. Non c’è la voce “mare” che consola ed odora, non c’è la voce “vento” che trasporta sabbie e spezie lontano ma soprattutto non c’è la voce “vulcano” che dà peso di cenere e sveltezza di fuochista alla forgia di un popolo, e che popolo.”

Parafrasando queste suggestive riflessioni di Erri De Luca in “Napolide” (Dante & Descartes - 2006) non possiamo non chiederci, quando esprimiamo un giudizio estetico su un’opera d’arte, quali parametri prendiamo in considerazione.

Ne “L’uomo nero”, Venusio, il borioso e panciuto critico d’arte, afferma che l’elemento che trasforma un prodotto artistico scadente in un capolavoro non è da ricercare nel cromatismo dei colori, nella verosimiglianza del ritratto all’originale, nella tecnica usata dal pittore, bensì “nell’aria”, in quel tocco impalpabile che solo il vero artista riesce ad imprimere all’opera, rendendola magica ed inimitabile. Nel corso della vicenda, infatti, dopo aver dato una fugace occhiata all’autoritratto dipinto da Ernesto, con tono enfatico e sprezzante, irride il protagonista davanti ai paesani, ed esclama; “Tu non vedi l’aria. Quello sguardo non lo saprai mai dipingere. Lui (Cezanne ndr) ci ha messo l’aria. Quella faccia, non respira“.

Di “aria” e di “respiro” ce n’è, invece, tanta, ne “L’uomo nero” l’ultima pellicola diretta da Sergio Rubini, regista che già con “La terra” del 2006 era entrato a far parte, a pieno titolo, tra gli Autori del cinema nostrano.

Con questa commedia dal vago sapore autobiografico (il padre di Rubini era un capostazione ed un pittore dilettante), il regista ritorna nella natia Puglia ed impagina un racconto dai toni fiabeschi, carico di fascino e di suggestioni. Nel riprendere alcuni temi a lui cari (la memoria, i ricordi, la stazione ferroviaria, la pittura, la provincia, l’importanza degli atavici legami familiari…) Rubini ci regala un delizioso e gustoso affresco familiare non privo di ombre e chiaroscuri.  Grazie alla collaborazione in sede di sceneggiatura di Domenico Starnone e di Carla Cavalluzzi, il regista colloca, da un lato, gli adulti (Ernesto, cocciuto sognatore che si nutre solo della sua irresistibile passione per la pittura e che sogna di essere ricordato dai posteri, al pari di Rousseau il Doganiere, come “Rossetti, il capostazione” ; la sommessa, paziente e docile Franca; il sornione e simpatico Pinuccio) e dall’altro il vispo, tenero ed inquieto Gabriele, un ragazzino che finisce per prendere emotivamente le distanze dal padre e per identificarsi con il guascone zio Pinuccio.

La forza del film è nei dialoghi, ricchi di colorite inflessioni dialettali ed in una narrazione, fluida e senza strappi, che s’illumina ogni qual volta entra in campo il piccolo Gabriele, un ragazzino che per tutto il film, ansima, corre, suda, spalanca gli occhi e prova a fare i conti con i primi turbamenti infantili legati alla scoperta dell’altro sesso.

Rubini diserta i toni del dramma e dona alla pellicola un tocco che sa di commedia di alta classe, impreziosendola con dei treni a vapore che sbuffano sulle rotaie e soprattutto con delle surreali e giocose apparizioni; un arlecchino che sbuca dal nulla, i genitori defunti di Franca che danzano, sorridenti, in abiti nuziali. In luogo di un titolo che evoca angoscia ed inquietudine, “l’uomo nero” (un affettuoso omaggio a Federico Fellini) che compare nel film altri non è che un macchinista dal cuore tenero che, dal treno in corsa, lancia le caramelle a dei bambini di un orfanatrofio.

Non mancano le velenose frecciate a quella critica, carica di pregiudizi, che snobba sogni ed aspirazioni di artisti che non appartengono alle loro vaporose e vuote lobby di potere.

Al fianco di un Rubini in stato di grazia, di un ironico Scamarcio che fa il verso a se stesso e di un sorprendente Guido Giaquinto, all’esordio, un’impareggiabile Golino che, grazie ad un lavoro di sapiente sottrazione, dà vita al delicato personaggio di Franca. Cameo di Margherita Buy. 

 

dalla Rivista Segno Cinema - N 161 - Gennaio- Febbraio 2010

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