
Un uomo qualunque di Frank
A. Cappello – USA - 2007
Bob Maconel (Christian Slater) anonimo e grigio impiegato di una grande azienda americana, stufo di subire le angherie e le prepotenze dei colleghi, decide di farne secchi cinque e di conservare il sesto proiettile per lui. In attesa del momento propizio, pavido e tentennante, rimanda giorno dopo giorno e quando è sul punto di fare esplodere la propria rabbia Ralf Coleman (David Wells), un suo collega, lo brucia sul tempo, spara all’impazzata in ufficio, uccide un paio di impiegati e ferisce gravemente la giovane e sorridente Vanessa (Eisha Cuthbert) di cui Bob è segretamente innamorato. Per evitare che Ralf la finisca Bob lo uccide e diventa un eroe. Il suo futuro sembra roseo ma non tutto filerà per il verso giusto
Secondo Raymond Queneau
l’Iliade, e l’Odiessa sono le due forme archetipiche del racconto; da un lato il
poema dell'assedio, delle battaglie, degli scontri epici tra eroi e dall’altro
quello del ritorno, delle peripezie, dei viaggi, della scoperta di se stessi.
Frank A. Cappello, giovane regista italo americano, sembra prediligere
l’Iliade e narra le tormentate vicende del timido ed impacciato protagonista, un
anti-eroe assediato da colleghi arroganti e pugnalatori alle spalle, da
giornalisti a caccia di scoop ma sopratutto dalle proprie paure, incertezze e
frustrazioni.
Per tutta la durata del film Bob (un Christian Slater decisamente imbruttito) veste i panni di un loser che vive da solo in una piccola villetta familiare senza uno straccio di parenti ed amici. Stempiato, con tanto di pancetta ed un misero paio di baffi che gli riempie la faccia, si consola osservando una statuina che raffigura una ragazza hawaiana che campeggia sul suo computer e lasciandosi andare a delle infantili fantasticherie ogni qual volta incrocia in ufficio Vanessa, una ragazza dal visino dolce e dal sorriso smagliante che ha scalato rapidamente le vette dell’azienda concedendosi, senza troppi scrupoli, a Gene Shelby (William H. Macy) il presidente dell’azienda. Dopo aver freddato Ralf, Bob diventa un eroe, è nominato vicedirettore ed è oggetto delle attenzioni di Nancy (Cristina Lawson) una procace segretaria che gli fa occhi dolci. Ma Bob non ha muscoli, né spina dorsale ed, invece di mostrarsi intrepido, spavaldo e sicuro di sé, s’aggira per l’ufficio, tremante e balbettante, con la coda tra le gambe, nutrendosi del pensiero di Vanessa che, abbandonata da amici e familiari, a seguito della follia di Ralf, è rimasta inchiodata in un letto d’ospedale completamente paralizzata dalla testa ai piedi. Bob si prende amorevolmente cura di lei, l’ospita in casa, la distoglie dai propositi suicidari e riceve in cambio le sue svogliate attenzioni. Quando Vanessa riprende a muovere qualche muscolo, s’insinua in lui il dubbio che, recuperate forze ed energie, lo abbandonerà in futuro per un uomo più affascinante ed interessante. La mente di Bob si frantuma in mille pezzi ed il finale non potrà che essere tragico e desolante. Una frase che non si presta ad alibi chiude mestamente la vicenda: “Arriva il momento in cui i malati ed i deboli debbono essere sacrificati per salvare il gregge”.
Cappello ci mostra l’altra
faccia dell’american dream, dosa bene i tempi della narrazione e confeziona una
vicenda pulsante che ti scava dentro, lasciandoti graffi, lividi ed una manciata
di cenere in bocca. La disperazione, il senso di solitudine e di rabbia che cova
dentro Bob è palese e si tocca già nelle prime battute quando la voce fuori
campo amaramente commenta:” E’ successo qualcosa, abbiamo oltrepassato il
limite. Ora non si reagisce più davanti alle cose sbagliate. Questo non è
progresso, non è neanche evoluzione. E’ una malattia e c’è bisogno di qualcuno
che capisca qual è la posta in gioco, qualcuno che possa esporsi come un vero
uomo, di prendere posizione contro l’ingiustizia di questo mondo”. Il
regista spezzetta la narrazione con delle scene surreali (i pesci del piccolo
acquario di Bob lo prendono in giro per il suo stato di perenne incertezza e gli
rinfacciano che è un uomo incapace di reagire ai continui soprusi) e lascia che
il protagonista, invece, di affrontare in maniera adulta la realtà, si rifugi
nei sogni ad occhi aperti dove immagina di far esplodere il grattacielo dove ha
sede l’ufficio, di volteggiare al fianco di Vanessa in un romantico ballo e di
essere accolto in maniera trionfante dai colleghi che assistono estasiati alla
presentazione di una sua piccola invenzione). L’atmosfera è cupa e
claustrofobica ed a rimarcare ancora di più l’asetticità dei rapporti tra i
diversi protagonisti lascia che gli interni siano illuminati solo da anonime
luci artificiali. Senza enfasi o retorica, Cappello ci ricorda che in un mondo
dove non c’è spazio per gli affetti, per l’amore ed il rispetto reciproco, prima
o poi, tutti sono destinati a scoppiare. “Oggi l’attacco può arrivare da
qualsiasi parte ed in qualsiasi momento e da chiunque” confida Shelby ad uno
stralunato Bob che, incapace di reagire agli insulti ed agli sputi in faccia che
la vita gli tributa, incassa il laconico e sprezzante commento di Vanessa: “I
deboli come te mi fanno uscire di testa”. Dopo aver ingoiato vagoni di
rabbia la mente di Bob non può che vacillare ed attirare le attenzioni di
Maurice Gregory (John Gulager) lo psichiatra assunto in azienda dopo la strage
compiuta da Ralf che, come un segugio si piazza alle sue calcagna, soffiandogli
sul collo. Anche se con atmosfere e sviluppi narrativi diversi il film di
Cappello rimanda ad una miriade di film; da Taxi driver ad Un giorno
di ordinaria follia, da Edmond a Boxing Helena. Un convincente
Slater è affiancato da una soave Eisha Cuthbert. Come spesso accade il titolo
originario (He Was a Quiet Man) è molto più evocativo e meno fuorviante
di quello italiano.
Recensione pubblicata sulla Rivista Segno Cinema – Numero 151- Giugno 2008