
Intervista a Carlo
Verdone
“Manuale d’amore” è
stato un successo al botteghino e ti ha fruttato anche un David di Donatello per
la tua interpretazione. Ti aspettavi questo successo e questo riconoscimento?
“Sono rimasto felicemente sorpreso anche
perché il film parla di una situazione universale: come bisogna comportarsi
quando si è abbandonati.”
In questo film hai abbandonato quel
cliché di personaggio nevrotico che ha caratterizzato la tua carriera di
regista.
“Chi mi conosce lo sa: io sono un grande
osservatore dei linguaggi e dei costumi. Ad esempio l’idea del film “Ma che
colpa abbiamo noi” era nata da un episodio vero, da una cosa che mi era capitata
all’inizio degli Anni Novanta. In quel periodo dormivo poco ed andavo in cura da
un professore molto saggio che mi stava facendo una cura con delle medicine per
cercare di farmi dormire meglio. Al
quarto appuntamento, ero riuscito a dormire sei ore. Vado al suo studio e la
portiera mi fa. “E’ morto”. Getto l’occhio nel cortile e vedo una quindicina di
persona disperate perché il professore li aveva lasciato con la cura a metà.
Adesso che fanno, mi dissi tra me e me? Mi è tornato in mente questo episodio e
l’ho messo nel film. E’ un episodio triste ma è successo veramente. Prima di “Ma
che colpa abbiamo noi”, avevo in “Maledetto il giorno che ti ho incontrato
affrontato il tema dell’analisi ed i due personaggi mostrano all’interno del
film una grande conoscenza sia della psicoanalisi che della farmacologia. Quello
della psicoanalisi è un argomento universale e forte: attraverso una persona
fragile escono fuori i colori di un personaggio. In un film brillante si ride;
non siamo al livello della psicoanalisi mostrata da Hitchcock, da Bunuel o da
Bergman ma la commedia sottolinea, però, degli aspetti diversi. Il primo è stato
Woody Allen che ha sottolineato
nelle sue commedie il momento di grande fragilità di una New York intellettuale
e le sue nevrosi. L’analisi entra nel cinema ed un personaggio pieno di nevrosi
può essere interessante per le sue debolezze. Ho sempre raccontato la
psicoanalisi nei miei film, anche perché i tic entrano nel film ed il film ha
una funzione terapeutica. “Maledetto il giorno che ti ho incontrato” è stato una
sorta di autoanalisi che m i sono fatto. In quel film ho raccontato tanto di me
stesso, come del sacchetto di farmaci che mi portavo appresso quando viaggiavo.
Mi ha aiutato a far ridere il pubblico ma faceva riconoscere il lato debole che
ci apparteneva. Non ho avuto vergogna e mi sono raccontato con molta sincerità.
E’ il film più autobiografico che ho fatto e non a caso inizia con un sogno.”
Quanto c’è di vero nel fatto che si dice
che tu sei superstizioso?
“In quel film poi mi sono successe delle
cose incredibili. Il luogo stesso,
Tuo padre è un affermato professore di
Storia del cinema. Quanto ha influito nella scelta della tua carriera?
“Papà mi ha spinto all’Università a
Lettere Moderne ma il mio indirizzo era Storia delle religioni. Il grande motore
che mi ha spinto al teatro furono Rossellini, Fellini, De Sica ma quella che mi
invogliò più di tutti ad affrontare il palcoscenico fu mia madre. Il giorno del
mio debutto stavo veramente male e lei mi disse: “Vai frignone, un giorno mi
ringrazierai” e mi diede un calcio nel sedere.”
Il padre che si vede in “Ma che colpa
abbiamo noi” è paragonabile al tuo?
“Per carità! Mio padre è la persona più
malleabile, serena e simpatica che conosca. Non c’è niente di autobiografico nel
film. Lì ho dovuto creare un ruolo per una persona che è molto lontano da mio
padre ma che serviva al personaggio che interpretavo; un padre autoritario,
molto possessivo che mi umiliava e solo così potevo, alla fine del film,
riscattarmi e ribellarmi da lui.
Per l'intervista completa si rimanda al volume "Psycho cult" di Ignazio Senatore (Centro Scientifico Editore-2006)