Viola di mare di Donatella Maiorca

 

In un’isola siciliana, al tempo dello sbarco dei Mille, Angela (Valeria Solarino) e Sara (Isabella Ragonese) amiche sin da bambine, scoprono di essere attratte l’una per l’altra. Salvatore (Ennio Fantastichini), il padre di Angela, temuto e rispettato da tutti, perché gestisce la cava di tufo del barone Barruto che dà lavoro agli uomini del luogo, ha però deciso che la figlia deve sposare Ventura (Corrado Fortuna), suo fido dipendente. Angela prova a ribellarsi al dispotico e violento genitore che, per piegare le sue resistenze, la rinchiude in uno scantinato umido e buio, lesinandole acqua e cibo. Angela non demorde e non crolla neppure quando sua zia Agnese (Maria Grazia Cucinotta) le comunica che Sara è promessa sposa a Tommaso (Marco Foschi). Grazie alla complicità del sinistro parroco del paese, Lucia (Giselda Volodi), la madre di Angela, una donna da sempre sottomessa al marito, con una soluzione imprevista ed estrema, muta il corso degli eventi, e regala alla figlia l’insperata felicità. Ma il destino, implacabile, sta tessendo la sua tela.

Assente da anni dal grande schermo (Viol@ è del 1998), la regista messinese trae linfa dalla tellurica e tersa isola di Favignana e confeziona una pellicola che sa di salsedine e di vento, di amore e di libertà e che, per la potenza visiva delle immagini, scortica l’anima dello spettatore.

Rispetto al pulsante romanzo di Giacomo Pilati  "Minchia di Re", (antico nome siciliano della donzella di mare detta anche viola di mare, un pesce ermafrodita che nasce femmina, deposita le uova e diventa maschio) Maiorca muta il nome dell’irrequieta e passionale protagonista, sfuma le incrostazioni dialettali, elimina qualche personaggio marginale (Cecè, Centomagghi, la prostituta turca) ma soprattutto pone al centro della narrazione la figura di Salvatore, padre-padrone, simbolo di una società patriarcale che costringe le donne ad ubbidire, in silenzio e con il capo chino ed a soffocare, in gola, moti di rabbia, di angoscia e di disperazione. “Mio padre lo voleva maschio perché una femmina è peggio della morte” dichiara Angela in apertura, sottolineando così il proprio infelice ed immutabile destino. Eppure, mai doma, sin da bambina, scalcia, urla e si ribella alle ingiustizie ed alle sopraffazioni subite e si batte, fino allo spasimo, per poter essere sempre al  fianco dell’amata Sara che, pur essendo attratta da lei è consapevole degli ostacoli e delle insormontabili difficoltà che si frappongono alla realizzazione del loro amore. E quando Angela le confida che è lei che vuole, tenera e decisa, Sara le risponde, con un candido: “Tu la luna vuoi.   

 “Ero più contento saperla buttana che mezzo masculo” urla il padre nel corso del film, e lei, grazie ad un espediente ordito dalla madre, per di coronare il proprio sogno d’amore, non esita a tagliarsi i capelli, fasciarsi i seni, indossare abiti maschili ed a diventare, agli occhi degli isolani,  Angelo; lavorerà nelle cave al fianco del padre, sposerà l’amata Sara che, sul finale, con la complicità di Tommaso, le regalerà un figlio.

Maiorca non sovraccarica i toni e con raffinata eleganza dosa alla perfezione i passaggi narrativi, rendendo credibile la metamorfosi della protagonista che non diverrà superficiale ed esteriore ma  frutto di una trasformazione interna, sofferta e dolorosa, ricca di incertezze e di esitazioni.

In nome dell’amore, Angela sacrifica una parte di se stessa e, vivida e palpitante, appare di gran lunga più convincente delle altre protagoniste comparse in precedenza sullo schermo e che hanno assunto una fittizia identità maschile (Homicidal, Victor/Victoria, Yentl, Boys don't cry…).

Alla regista non interessa lo scandalo, né impaginare l’ennesima pellicola scabrosa sugli amori proibiti tra due lesbiche ma narrare una storia d’amore appassionata che sul finale, sarà ricolmo di lacrime, di rimpianti  e di cuori irrimediabilmente incrinati e spezzati. Il taglio del film riecheggia echi  neorealisti ma la regista li edulcora con uno sguardo che vira in un melò che non diventa mai laccato e patinato.

In un cast tutto declinato al femminile (da Roberta Allegrini, direttore della fotografia, a Beatrice Scarpato per i costumi, a Maria Grazia Cucinotta, nelle vesti di produttrice) al fianco di una sofferta ed implosa Giselda Volodi, di un’abbagliante Lucrezia Lante della Rovere, le magnetiche prove delle due protagoniste: Valeria Solarino dona la giusta asprezza e ruvidezza ad Angela/Angelo e la diafana e morbida Isabella Ragonese, le fa da perfetto contro-altare, ammantando Sara della giusta tenerezza e seduttività. Nei titoli di coda la canzone “Sogno” di Gianni Nannini, autrice della colonna sonora con Wil Malone.

 

 

Articolo pubblicato su Segno Cinema - N. 162 Marzo - Aprile 2010

 

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