Welcome di Philippe Lioret – Francia - 2009
Per raggiungere Mina (Derya
Ayverdi) la giovane amata, che
da qualche mese è emigrata a Londra con la famiglia, Bilal (Firat Ayverdi),
un diciassettenne clandestino curdo, originario
di Mosul,
lascia il proprio paese in guerra e, dopo aver
percorso a piedi migliaia di chilometri, giunge a Calais.
Zoran (Selim Akgul),
un connazionale, gli confida che per attraversare la frontiera non ha altra
scelta che
pagare cinquecento euro a dei trafficanti e
nascondersi con altri clandestini in un autocarro. Il piano fallisce e, dopo
un processo lampo, gli viene intimato di lasciare la Francia. Il
padre di Mina vuole che la figlia sposi un ricco cugino; Bilal, intuisce che
deve affrettare i tempi e sempre più risoluto, medita di attraversare a
nuoto la Manica. Decide
allora di prendere delle lezioni da Simon (Vincent Lindon), un istruttore
della piscina cinquantenne, ex campione di stile libero, che ha appena
divorziato da Marion (Audrey Dana) una donna di cui è ancora profondamente
innamorato. Il destino sta tessendo intanto la tela e Bilal ne resterà
impigliato.Il
cinema non è fatto solo di pellicole autoriali o di genere e sullo schermo
sono comparsi, negli anni, numerosi sottogeneri; i legal/teen/beach/caper/cancer/prison/disaster/reunion/
instant/ buddy/ biker-movie. E’ forse azzardato ipotizzare l’esistenza degli
swimming-pool-movie ma è innegabile che in molte pellicole lo sviluppo della
narrazione ruoti, anche solo in parte, intorno ai bordi di una piscina.
Messe da parte quelle annerite (Il
bacio della pantera,
Viale del tramonto)
intinte
nel giallo (La
piscina, Swimming pool), venate da un tocco nostalgico
(Un uomo a nudo)
fantasy (Lady in the
water) o favolistico (Cocoon
– L’energia dell’universo) non possiamo dimenticare
quelle che si snodano intorno alla ricerca d’identità del protagonista (Il
laureato,
Palombella rossa).che
mozzano il fiato (Swimfan-
La piscina della paura), generano inquietudine (Imaginary
Heroes) o sono
immerse in atmosfere soffuse ed intimiste (Giulia
non esce la sera). Anche in
Welcome
la piscina diviene uno degli elementi centrali intono al quale si dipana la
narrazione, fino a fungere da cornice al dramma entro il quale si dibatte
l’ingenuo, testardo e tenero Bilal, un ragazzo che ha impiegato tre mesi per
raggiungere a piedi Calais e che non appena vede di fronte a lui, le bianche
scogliere di Dover, freme e scalpita per coronare il proprio sogno d’amore.
“Quel
che accade oggi a Calais mi ricorda ciò che è accaduto in Francia durante
l’occupazione tedesca: aiutare un clandestino è come aver nascosto un ebreo
nel ’43, si rischia il carcere.”
ha dichiarato, senza peli sulla lingua, il regista francese che si è
apertamente scagliato contro l’articolo L622/1 della legge sull’immigrazione
voluta da Nicolas Sarkozy che punisce con cinque anni di carcere i cittadini
francesi che aiutano gli irregolari ed i clandestini.Fedele
a queste caustiche dichiarazioni, Lioret non fa sconti a nessuno e, senza
scivolare nel melò o nel facile pietismo, con una narrazione asciutta ed
essenziale, punta dritto al petto dello spettatore, impaginando
un’appassionata ed intensa storia d’amore, d’amicizia e di umana
solidarietà. Sin dalle prime battute non si può non solidarizzare con il
giovane protagonista, soprannominato nel suo paese Bazda, dal nome di un
famoso corridore, che sogna di fare il calciatore e giocare nel Manchester
United al fianco di Beckham e Cristiano Ronaldo. Per rivedere Mina è
disposto a tutto ma quando é sul camion con Zoran e gli altri clandestini e
deve rimanere alcuni minuti con la testa dentro un sacchetto di plastica,
per non farsi intercettare dai poliziotti della frontiera, inaspettatamente,
cede di schianto. Al fido Zoran, con la voce sommessa, confessa i motivi
della sua inaspettata resa:
“Quando sono partito dall’Iraq mi hanno preso i militari turchi. Mi
hanno legato le mani e mi hanno messo un sacco nero in testa. Sono rimasto
così per otto giorni.”Cocciuto e volitivo, pur di
vedere Mina, non presta ascolto a Simon che gli ricorda che le acque della
Manica sono gelide, attraversate da forti correnti marine e solcate da navi
di stazza così grossa che lo sballotterebbero in mare come una piuma. Con il
cuore sempre più in tumulto, Bilal macina, in silenzio, una vasca dietro
l’altra, provando così a placare la propria rabbia ed a fortificare muscoli
e spirito. Simon non gli è di meno; abbandonato dalla moglie, una donna
attiva nel volontariato per l’assistenza ai clandestini, s’aggira per la
città, disperso e disperato. La tenacia con cui Bilal è disposto ad
affrontare gli ostacoli, pur di riabbracciare Mina, lo spiazza, lo
destabilizza ma gli ridona l’energia vitale di un tempo, rimette in moto la
sua passione per Marion e gli restituisce quella voglia di ribellarsi ad un
mondo divenuto, giorno dopo giorno, sempre più disumano, crudele e spietato.
Dopo aver confessato all’ex moglie di non riuscire più a vivere senza di
lei, parlandole di
Bilal, le confida:
”Lo sai perché vuole
attraversare? Per rivedere la sua ragazza. Si è fatto quattromila chilometri
a piedi ed ora vuole attraversare la Manica
a nuoto. Io non ho saputo neanche attraversare la strada per fermarti”.
Consapevole di rischiare la galera, dopo aver nascosto Bilal in casa
ed accudito come un figlio, Simon litiga a muso duro con il vicino che,
sullo zerbino della porta d’ingresso ha stampato la scritta “Welcome” e che,
invece, lo denuncia, alla polizia accusandolo di non rispettare le xenofobe
e razziste leggi sull’immigrazioni. Un plauso alla Teodora che lo ha
distribuito ed ai giurati che
hanno insignito il film con il Premio Lux
2009 del Parlamento Europeo Vincent Lindon é praticamente perfetto, Firat
Avverdi ha la
faccia giusta, e la colonna sonora, firmata da Nicola Piovani, Wojcech Kilar,
Armand Amar, mai eccedente, dona alla narrazione un tocco lirico e
struggente.
Recensione pubblicata su Segno Cinema - N. 162 Marzo - Aprile 2010
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