Agostino Ferrente e il David vinto con “Selfie”, dedicato a Davide

12 Maggio 2020 | Di Ignazio Senatore
Agostino Ferrente e il David vinto con “Selfie”, dedicato a Davide
Ignazio Senatore Intervista...
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Con “Selfie”, documentario girato con dei ragazzi del Rione Traiano, Agostino Ferrente ha vinto meritatamente il  David come migliore documentario. Un amore, il suo per Napoli, già dichiarato nel suo documentario precedente “Le belle cose”, girato nel 2013 in città,

Come si sente dopo aver conquistato un premio così prestigioso?

“Se avessero concesso anche a me  un saluto, avrei ricordato ai milioni di telespettatori  che questo premio si chiama come il ragazzino di sedici anni a cui il nostro piccolo film è stato dedicato, Davide, dimenticato e poi ucciso da uno  Stato che non sa crescere e proteggere i suoi figli più deboli, quelli che stanno passando i lockdown in seminterrati umidi, dove prende male internet e comunque non hanno un computer per seguire le lezioni a distanza, quelli che abbandonano la scuola, perché è la scuola che li abbandona a se stessi, quelli che non hanno genitori laureati che li possono aiutare a fare i compiti a casa e che non possono permettersi di pagare per loro le ripetizioni private. Quelli che a 13 anni sognano di diventare calciatori, ma poi uno ci riesce e 1000 finiscono dall’unico datore di lavoro interessato a dargli una mano: la criminalità. Ecco, se mi avessero fatto parlare pochi secondi, sottraendoli alla bocciatura preventiva delle curve d’ascolto della prima rete nazionale.”

A chi altro avrebbe dedicato questo premio?

“Ad Alessandro e Pietro, due ragazzi che a sedici anni si sono messi a nudo con grande autoironia e dolcezza, per raccontare la loro vita, e far scoprire al mondo che così sarebbe stata quella del loro amico Davide se le forze dell’ordine non gliel’avessero strappata pochi giorni prima del compimento del suo diciassettesimo compleanno. Il papà di Davide e  Pietro li ho  avvisati per telefono, erano felici. Alessandro a quell’ora già dormiva e la notizia l’ha scoperta il sabato alle 5,00 ora in cui si alza per andare ad aprire il “Bar Cocco” per guadagnare in una settimana di lavoro quello che guadagnerebbe in un giorno spacciando che sarebbe poi meno di quanto guadagna un fonico professionista che ha pure i contributi versati all’Empals per la pensione.”

Lei pensa che la Rai non abbia previsto un collegamento con i registi che hanno diretto i documentari per evitare possibili polemiche?

“In una serata glamour che voleva essere leggere per far dimenticare per un paio d’ore alle persone recluse a casa la tragedia sanitaria ed economica di questa pandemia, fare dire queste cose al regista vincitore del documentario sarebbe forse stato troppo.  Alla Rai comprensibilmente danno spazio ad attori popolari e a film che per l maggiorate raccontano fiabe e storie in costume. La realtà fa paura, soprattutto quella del nostro meridione, tanto vilipeso negli anni da politici e giornalisti del nord, spiazzati ora dal fatto che il virus si sia diffuso nelle regioni che millantavano le migliori eccellenze sanitarie. Non oso pensare a quanto razzismo sarebbe esploso a parti inverse, se l’ecatombe si fosse realizzata da noi.” 

Il mancato collegamento in diretta Rai con i registi dei documentari non è anche la conferma che il documentario è considerato un prodotto che ha meno appeal di un film?

“Lo dico senza polemica, ma con molta amarezza. Il principale premio cinematografico italiano non ha ancora capito che un documentario è un film, a tutti gli effetti, che partecipa e spesso vince nei concorsi ufficiali dei principali festival del mondo. In Italia  purtroppo il documentario resta una cenerentola nel nostro sistema cinema, all’interno della quale io credo che rappresenti il terreno più vivo di ricerca e di innovazione dei linguaggi e delle tecniche, oltre che di esplorazione dei sentimenti che si manifestano più in profondità nella nostra società. Un ambito insomma in cui più che altrove ci si pone domande, si fa ricerca, si sperimenta. E così, possiamo dire, si fertilizza tutto il cinema. Ma che è sempre più difficile riuscire a fare.”

Il suo documentario è non solo un grande affresco di una periferia napoletana, ma anche e sopratutto un grande e palpitante spaccato umano. Si aspetta qualche segnale dalle istituzioni?

“Spero che il sindaco, che ha espresso giudizi lusinghiere sulle opere premiate, realizzate a Napoli o da artisti napoletani, accolga la mia proposta di conferire le chiavi della Città ad Alessandro, Pietro e i tanti ragazzi delle periferie, che amano Napoli ma spesso non si sentono amati. Le chiavi di solito vengono assegnate a celebrità per farli sentire a casa, ecco, bisognerebbe far sentire anche loro un po’ di più a casa loro.”

Articolo pubblicato su il Corriere del Mezzogiorno 12.5.2020

 

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