Roma, 1946. Dopo l’omicidio di una giovane pittrice, si libera, finalmente un appartamento e, vista la crisi degli alloggi, il podologo Peppino Armentano (Peppino De Filippo), sposato, con Maria (Laura Adani), padre di quattro figli, e con nonno (Totò) a carico, vive in coabitazione con una famiglia di esuli istriani, composta da un uomo, la moglie (Giusi Raspani Dandolo) e il nonno.
Dopo tredici anni, alla notizia che la donna istriana è incinta per la nona volta. la situazione si fa incandescente. Maria è esasperata, anche perché vorrebbe offrire un po’ di tranquillità alla figlia Maria Berta (Cristina Gajoni), fidanzata con Romano (Giorgio Ardisson), un pugile, e a Bianca (Cathia Caro), studentessa.
Per sua fortuna, i figli maschi sono già cresciuti; Salvatore (Enrico Olivieri) è un seminarista, Nicola (Marcello Paolini), un bersagliere.
Un giorno, Peppino conosce Pino Calamai (Vittorio Caprioli), un traffichino sposato con Siberia (Franca Valeri), che gli offre la possibilità di affittare, a un prezzo irrisorio, un appartamento a due piani, in pieno centro, per diecimila lire al mese, con dieci camere, tre bagni, accessori e un telefono.
Peppino teme che i due stanno per tirargli un tiro mancino, ma, accetta, egualmente, di vedere l’abitazione di Via delle Fontanelle. Con suo grande sconcerto, scopre che è l’ex casa di tolleranza della sora Gina e, deluso, abbandona l’idea di fittarlo. Intanto, il pugile, in procinto di sposare Maria Berta, ha idea di acquistare un appartamento in costruzione e a Peppino è affidato il compito di versare la caparra di centomila lire al costruttore.
Tentato dall’idea di raddoppiare la cifra, Peppino s’affida a Calamai e scommette l’intera somma sull’esito della fumata bianca del conclave. Come prevedibile, resta con un palmo di naso.
Non avendo il coraggio di rivelare alla moglie che ha dilapidato la somma destinata alla caparra, accetta la proposta di Calamai e organizza il trasloco. La moglie e le figlie non sospettano nulla, nonostante il telefono squilli continuamente e i vicini, che cercano di curiosare, si lasciano andare a delle battute sarcastiche.
I commilitoni seguono l’ingenuo Nicola fino a casa. Per non svelare loro che abita nell’ex casino, involontariamente, lascia credere loro che il bordello ha riaperto.
Felice (Angelo Zanolli), un suo amico, inizia a corteggiare Bianca, credendo sia una prostituta.
Intanto il nonno è sempre più convinto di essere già stato in quella casa e, nella sua stanza da letto, grazie a un lembo della carta da parati staccato, lo strappa e scopre che la parete nasconde un affresco che ritrae una donna nuda.
Scoperta la verità, Maria, furiosa, si dispera, spranga le finestre, e impone a Bianca di non uscire e non andare più a scuola.
Maria dà due giorni di tempo al marito per trovare una casa rispettabile e, con sua grande indignazione, scopre che lui e il nonno, avevano frequentato il bordello quando era aperto.
Intanto, Maria Berta va all’aeroporto per attendere l’arrivo di Romano, ma si imbatte in Luciano (Mario Valdemarin), un fotografo che le fa gli occhi dolci. Felice, intanto, convinta che Bianca sia una prostituta, prova a sedurla e Romano, dopo aver letto un articolo sul giornale di Luciano sull’ex casino, con tanto di fotografia del nonno in prima pagina, pianta Maria Berta.
Peppino, stremato, dichiara “sciolta” la famiglia, dà le dimissioni da padre e annuncia che ognuno può fare quello che vuole, che non ci sono più padri, madri, figli, diritti e doveri.
Maria, decisa ad andare via, trova un impiego come domestica e vuole trascinare con sé il nonno, spacciandolo come giardiniere, ma lui si rifiuta di abbandonare la casa.
Maria, irremovibile, sta per varcare l’uscio di casa, quando scopre un gruppo di commilitoni, convinti che la sora Gina ha riaperto.
In un moto di orgoglio, e per difendere l’onore delle figlie, proclama a gran voce, che in quella casa vive una famiglia onesta. Come d’incanto, le finestre di casa si riaprono e Felice si scusa con Bianca per il suo precedente e villano comportamento.
Tratto dalla commedia in vernacolo Casa nova… vita nova, di Mario De Majo e Vinicio Gioli, scritto prima della Legge Merlin, e girato in un ex casa di tolleranza, è il primo film che affronta il tema dell’abolizione delle case chiuse.
Grazie alla sceneggiatura di Benvenuti e De Bernardi, Bolognini ambienta la vicenda a Roma e adotta l’italiano in luogo della commedia dialettale toscana.
In questo inno contro l’ipocrita morale borghese e perbenista, Bolognini mette al centro della narrazione l’ex casa di tolleranza, simbolo di un passato nostalgico, duro a morire e di una società ancora legata agli usi e costumi del ventennio fascista.
La commedia, dalla struttura narrativa di facile impatto, mette alla berlina la velleitaria e presunta virilità italica e ironizza su quegli uomini che ritenevano un vanto la frequentazione dei bordelli.
A fare da contro-altare alle atmosfere torbide e lussuriose dell’ex casino, il candore di Maria Berta e Bianca, l’ingenuità del disarmante Nicola e di Salvatore che, ignaro della precedente destinazione della casa, la fa benedire dal suo superiore.
Lontano mille miglia da Totò cerca casa, commedia esilarante, ricca di equivoci, che ruota sullo stesso tema della crisi degli alloggi, in questo film, i ruoli di Peppino e Totò si invertono; non è più Peppino a fare da spalla al principe della risata, ma viceversa.
Peppino è descritto come un povero diavolo, che cerca in tutti i modi di accontentare la moglie e, spera, invano, che la verità salti fuori il più tardi possibile e solo dopo che Maria e le figlia si siano affezionate alla casa.
Esilaranti i suoi tentativi di cercare di depistare i dubbi della moglie che, naturalmente, si chiede come mai il telefono squilla tutto il giorno e non comprende le battute a doppio senso dei vicini.
Totò, anche se ai margini della vicenda, tiene banco. Irresistibili le sue scaramucce verbali con il nonno istriano, interpretato da Achille Majeroni, e struggente la sua ribellione nei confronti della richiesta di Maria che vorrebbe che lo seguisse con lei e fare il giardiniere.
La commedia si vede tutta d’un fiato e si regge non solo grazie alle travolgenti interpretazioni di Totò, misuratissimo, e di un Peppino De Filippo, in gran spolvero, ma anche per quella di Vittorio Caprioli, perfetto nei panni di Calamai, trafficchino da strapazzo e di Franca Valeri, candidata al Nastro d’argento come migliore attrice non protagonista.
Indimenticabile il finale con Totò, che affacciato alla finestra, si rivolge ai commilitoni assiepati davanti il portone di casa e, mimando lo stile mussoliniano, esclama: «E lo volete un consiglio, militari e civili? Piantatela con questa nostalgia! Oltre che incivile, è inutile! A voi italiani è rimasto questo chiodo, fisso qui. Toglietevelo! Ormai le hanno chiuse! Arrangiatevi!.”
Nel cast Luigi Pavese, Tina Lattanzi, Adriana Asti e un giovanissimo Giuliano Gemma. Frase di lancio: “Spalanca le ”persiane chiuse” della nuova casa.
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