Bisturi, la mafia bianca di Luigi Zampa – Italia – 1973 – Durata 100’ – V.M 14

24 Gennaio 2021 | Di Ignazio Senatore
Bisturi, la mafia bianca di Luigi Zampa – Italia –  1973 – Durata 100’ – V.M 14
Schede Film e commento critico di Ignazio Senatore
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Il professor Daniele Vallotti (Gabriele Ferzetti) luminare della chirurgia alterna la sua lucrosa professione tra l’ospedale e la lussuosa clinica “Opera Pia La vigna del Signore” dove, gratuitamente, ogni lunedì visita i pazienti economicamente in difficoltà. Uomo corrotto, cinico e spietato, ha uno stuolo di assistenti che pendono dalle sue labbra e che obbediscono all’istante ad ogni suo comando. Amante dell’ordine e dell’efficienza, Vallotti opera, a suon di quattrini, nobili e professionisti e non disdegna di intascare laute tangenti dalla case farmaceutiche, in cambio di relazioni addomesticate su farmaci tossici e nocivi. Abile nello screditare colleghi che possono offuscare la sua potenza, è un maestro nel manipolare i media al punto da far credere di essere un uomo dall’onestà cristallina ed un benefattore dell’umanità. Un giorno, mentre sta operando Marchetti, un povero diavolo senza il becco di un quattrino, abbandona il tavolo operatorio per concordare con il fiscalista come continuare ad evadere le tasse. Il paziente muore e per il dolore la signora Marchetti si suicida, lanciandosi nel vuoto. Vallotti inizia a ricevere lettere anonime e, sempre più cauto e sospettoso, cerca di scoprire chi sta tramando contro di lui. A denunciarlo è il dottor Giordani (Enrico Maria Salerno) suo fido collaboratore, stanco dei suoi traffici e dei suoi comportamenti eticamente poco professionali. Vallotti non si da per vinto e, complice il dottor Betti (Enzo Garinei) tende una trappola a Giordani che, incolpevolmente, durante un’operazione, provoca la morte di un paziente. Per evitare di essere denunciato per omicidio colposo, Giordani ritira la denuncia contro Vallotti ma non contro gli altri baroni, consapevole che il luminare non potrà più operare perché colpito dal morbo di Parkinson.

Dopo lo strepitoso successo de Il medico della mutua (1966) Zampa passa dal registro comico a quello della denuncia sociale ed affonda, impietosamente, gli artigli contro la casta dei chirurgi. Troppo banale, retorica e demagogica la contrapposizione tra Vallotti, un affarista disposto a tutto pur di consolidare il proprio potere ed il dottor Giordani, un chirurgo onesto ma troppo saccente che, per dimenticare gli orrori perpetrati nella clinica, alza fin troppo il gomito. Le scene delle operazioni finiscono per rallentare inesorabilmente il ritmo del film ed il regista alleggerisce la tensione con qualche scena girata all’esterno della clinica. In una di queste Vallotti è a casa con Richy, il figlio adolescente che lui trascura per i suoi impegni di lavoro e gli racconta un barzelletta: “Sai che differenza c’è tra un architetto, un cuoco ed un medico? L’architetto nasconde gli orrori sotto l’intonaco, il cuoco sotto la maionese ed il medico sotto terra.”  Sul finale, Zampa ammanta Vallotti di un’aria luciferina  e, dopo aver scoperto che Giordani lo ha denunciato, transita con lui in un cortile del manicomio, affollato da alcuni pazienti. Il regista mostra un ricoverato che si scaglia all’improvviso contro un degente, un altro che grida a squarciagola perché vuole essere dimesso ed un terzo, inebetito, che l’osserva e gli ride in faccia. Dopo aver assistito impassibile a queste scene Vallotti, si rivolge a  Giordani e, con aria minacciosa, gli dice: “Bastano tre firme ed una persona sana di mente può essere rinchiusa in questo inferno”. Giordani, sarcasticamente, gli risponde che da quell’esperienza se ne può uscire più ricchi e magari si può sfornare dopo anche un best-seller ed allora Vallotti, ancora più duramente, gli ribatte: “Non è detto che ne esca perché chi entra qui sano di mente è facile che diventi pazzo.” Dopo avergli mostrato un paziente sottoposto ad ESKterapia, Vallotti con lo sguardo ancor più torvo si rivolge a Giordani e gli dice: “Poche scariche al massimo voltaggio e tutto è bello e dimenticato e non sei in grado di testimoniare la propria identità.”  Per attutire l’attacco alla classe medica nei titoli di coda il regista elogia il compito di tutti quei medici, come il dottor Albert Schweitzer che, in tutto il mondo, lottano al fianco dei malati e si sacrificano in silenzio per ridurre le sofferenze dall’umanità. Sullo sfondo un attacco alla riforma sanitaria, un accenno al mercato nero delle trasfusioni ed a quello degli aborti clandestini ed un affondo contro la Chiesa, proprietaria di numerose cliniche private. Nel cast Senta Berger nei panni di Suor Maria, Luciano Salce in quelli di un malato vittima di una moglie ricca ed isterica e Claudio Gora in quelli di un barone in lotta con Vallotti.

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