Klaus Drittemann (Gerulf Pannach), cantautore e dissidente politico, fugge dalla DDR e si rifugia al di là del Muro di Berlino. Ai giornalisti che lo intervistano, dichiara che è lì per poter lavorare e che non ci sono le condizioni per ritornare in patria, dove vivono l’ex moglie, che si è risposata, e il figlio Thomas.
I giornalisti sembrano delusi, perché si aspettano da lui delle sue dichiarazioni di fuoco e al vetriolo nei confronti del paese comunista appena abbandonato.
Flashback. 1968. Accusato in patria di attività sovversive contro la DDR, per aver composto canzoni come Praga libera, il suo avvocato difensore gli consiglia di dichiararsi colpevole, così da evitare il processo e la possibile condanna a tre anni di carcere. In alternativa, dopo essersi dichiarato colpevole, Klaus deve rinunciare alla cittadinanza e espatriare, senza più tornare in patria. Klaus rifiuta e va in carcere.
Con un salto temporale siamo nuovamente al 1985, a Berlino Est.
La madre, insegnante, prova a convincerlo a non andare al di là del Muro, ma lui le ricorda che in patria gli vietano di cantare le canzoni che compone e che non vuole diventare un cantante di regime.
A Berlino Ovest, Klaus è accolto da Cristine Rose (Lucy Bernestein), della Taube Records, che gli offre di vivere in una bella casa, gli propone un ricco contratto discografico, una tournée e un’esibizione in un programma televisivo.
Klaus le chiede aiuto per rintracciare Jacob, il padre scomparso nel nulla quindici anni prima. In una cassetta di sicurezza trova un plico che contiene foto, lettere e alcuni spartiti che appartengono al genitore.
Incontra Emma de Baen (Fabienne Babe), giovane giornalista francese, che gli racconta che il padre ha inciso dei dischi, ha girato un po’ per il mondo e, assunto l’identità di James Dryden (Sigfrid Steiner), si è rifugiato, infine, in Olanda.
I due si mettono sulle sue tracce, ma viene a galla un terribile segreto che lo riguarda
Loach, cantore della libertà, nel 1985, tre anni prima del crollo del Muro di Berlino, abbandona la cara Inghilterra e dirige un film cupo e dolente, e affida allo stesso Pannach, il compito di cantare alcune delle canzoni da lui composte.
Nel corso della narrazione, appare evidente che l’inquieto Klaus si batte affinché nessuno possa vietargli di cantare i brani che ha scritto e musicato.
Amaramente, prende atto che non potrà mai essere un uomo libero.
Infatti, nella Germania Ovest, finito nelle fauci della società capitalistica, diventa un burattino della potente casa discografica americana, che, in cambio di una discreta somma di denaro, lo sfrutta come un qualsiasi altro oggetto di consumo.
Prima della conferenza stampa, un altro artista dell’Est, rifugiatosi a Berlino, in maniera illuminante, gli dice: “Ho sempre creduto di essere un artista molto bravo, ma una particina in un film di Herzog mi ha aperto gli occhi. All’Ovest la repressione non serve. Si ottengono ottimi risultati con la seduzione. Non siamo per niente liberi, da noi. Non si preoccupi, appena diventa ricco, la lasciano tornare. Lo sa, la valuta è più forte delle ideologie.”
Loach mostra Klaus come un’artista chiuso, tormentato e perennemente imploso in se stesso. Sospettoso, teme costantemente di essere sorvegliato e, per tutta la durata del film, tra una sigaretta e l’altra, non accenna mai a un sorriso.
Nel corso della narrazione, Loach, inserisce dei filmati in bianco e nero che ritraggono un incubo di Klaus: inseguito da un paio di cani, tenuti a guinzaglio da alcuni poliziotti, cerca di fuggire, arrampicandosi su una grata e, poi, su una roccia.
Di tanto in tanto, nel sogno-incubo, compare il padre in smoking, seduto al pianoforte, che, senza proferire parola, gli indica una direzione.
In questo film, Loach mescola un po’ le carte e, se nella prima parte, sembra interessato a comporre un inno sulla mancanza di libertà, presente nella DDR, poi, impaginando una sorta di thriller, come nel successivo Agenda nascosta, lascia spazio all’indagine e mostra Klaus e Emma che scovano il vecchio Jacob, un uomo ormai in età avanzata, con un passato alquanto scomodo e riprovevole.
Infatti, non solo ha ucciso diversi partigiani in Spagna, ma ha collaborato anche con la Gestapo, aiutando i nazisti a deportare intere famiglie di ebrei.
Invece di mostrarci Jacob come un uomo rude, violento e respingente, Loach spiazza tutti e gli cuce addosso un personaggio che a Klaus (che non gli rivela la propria identità), regala perle di saggezza: “Da queste parti dicono. Chi è destinato alla forca, non deve aver paura di affogare” e successivamente: “Esiste solo il potere. Chi ce l’ha, lo sa, è una legge che gli altri devono imparare. “Chi è sotto il giogo sorregge chi comanda e chi comanda è sorretto da chi è sotto il giogo. (Meng- Tze 600 a. C), E’ la prima legge dell’uomo. Gli innocenti credono di poter scegliere e fanno di tutto per provarlo.”
In questa scelta di intrecciare la vicenda di Klaus con quella del perfido Jacob, Loach mette troppa carne al fuoco e penalizza il film che perde, irrimediabilmente, la sua unità.
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