Ha compiuto settant’anni “Totò, Peppino e.. la malafemmina”, diretto da Camillo Mastrocinque, tra i film di culto, interpretati da Totò, forse, è quello maggiormente è impresso nella memoria collettiva.
Il titolo del film rimanda alla famosa canzone scritta dallo stesso Totò nel 195, incisa da Mario Abbate e poi da Giacomo Rondinella. e portata al successo da Teddy Reno, che allora trentenne, la cantò in una scena del film.
“Ero a New York alla fine del 1956, racconta il cantante-attore, per una serie di spettacoli, in un locale che si chiamava Blue Angels. Mi chiamarono da Roma dicendomi che il principe Antonio De Curtis mi voleva al suo fianco nel film con Peppino De Filippo, per interpretare un giovane che avrebbe dovuto cantare delle canzoni napoletane. Lui mi conosceva e mi stimava come cantante. Tornai a Roma e Totò e mi disse di non preoccuparmi perché mi avrebbe dato lezioni di lingua napoletana. “Non è un dialetto, ma una lingua”, mi disse. La prima cosa che mi scrisse su un foglietto fu “aggio perduto ‘ o suonno” e io da buon triestino la cantai alla lettera, con tutte le consonanti e le vocali. Totò mi fermò e mi disse: “Noi napoletani siamo pigri, sfumiamo… quindi non diciamo suonno, ma suonn”. Capì al volo la lezione. Dopo una quindicina di giorni di studio il Principe mi disse che ero pronto per il film.”
Per anni si pensò che la ”malafemmina” fosse Silvana Pampanini, che non aveva mai ricambiato l’interesse che le aveva mostrato “il principe della risata”. A svelare la vera identità della donna, alla quale la canzone faceva riferimento, fu Liliana De Curtis, che dichiarò che la donna che aveva fatto soffrire il padre era Diana Rogliani, moglie di Totò dal 1935 al 1939, che non gli perdonò l’ennesima scappatella.
Dino De Laurentis, in verità, fornì, anni dopo, una versione completamente diversa e raccontò che Totò, in lacrime, gli aveva confessato che aveva scoperto che la moglie lo aveva tradito.
Messa da parte la genesi della canzone, il film è una cascata di colpi di scena e di battute esilaranti, ma la scena iconica per eccellenza è quella della lettera che Totò detta a Peppino, destinata a Marisa Florian, interpretata dalla biondissima Dorian Gray, che aveva rapito il cuore di Gianni, il loro nipote studente (e cantante) interpretato appunto da Teddy Reno che ricorda:
“Dovettero rifare la scena della lettera due volte perché, verso la fine del primo ciak, perfetto, uno dei macchinisti scoppiò a ridere, facendo cadere una luce. Peppino e Totò erano furibondi, e il poveretto venne licenziato. Non era giusto. Tutti noi poveri mortali ci rifiutammo di proseguire le riprese se la produzione non avesse reintegrato l’operaio: rischiammo, ma ci andò bene, fu riassunto dopo pochi giorni.”
Una scena alla quale Massimo Troisi e Roberto Beningni rendono omaggio, rivisitandola, in “Non ci resta che piangere” del 1984. Grazie alle straordinarie interpretazioni di Totò e Peppino De Filippo, alla seconda volta insieme, nei panni dei fratelli Capone, e alla presenza di un caratterista come Mario Castellani, nei panni dell’odiato vicino Mezzacapa, il film ebbe un notevole successo e ancora oggi a distanza di anni continua a essere trasmesso, senza sosta, da tutte le televisioni nazionali.
Articolo pubblicato su Il Corriere del Mezzogiorno , 2.6.2026
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