Roma. Durante gli scontri tra polizia e operai e studenti della Facoltà di Architettura, un agente spara e colpisce mortalmente Ugo Fortini, uno studente. Per reazione, Alfio Sola (Massimo Ranieri), uno dei manifestanti, aggredisce con un pugno di ferro, un agente di pubblica sicurezza, e lo uccide.
Il giudice istruttore Aldo Sola (Martin Balsam), ignaro del coinvolgimento del figlio negli incidenti, è incaricato delle indagini.
Del delitto del poliziotto è accusato, ingiustamente, Massimo Trotti (Luigi Diberti), studente di architettura, presente anche lui alla manifestazione di protesta.
Alfio vorrebbe costituirsi, ma i compagni che militano nella sua stessa formazione extra-parlamentare, lo dissuadono, convinti che la polizia non ha nessuna prova contro Trotti.
Il giudice Sola, dopo essersi recato all’obitorio, scopre che Fortini è stato ucciso con un proiettile non in dotazione, come da regolamento, alle forze dell’ordine.
Nel corso degli interrogatori, i militanti dei gruppi extraparlamentari, testimoniano che al momento dello sparo, Totti era già stato caricato sul furgone della polizia, ma le loro versioni sono, incredibilmente, ritenute inattendibili.
Ricci, un editore che milita nel gruppo extraparlamentare, pubblica i verbali degli interrogatori dei militanti presenti durante gli scontri, resi in istruttoria.
Il giudice Sola e il procuratore generale (Salvo Randone), non riescono a risalire a chi abbia potuto fornire a Ricci gli scottanti e compromettenti verbali, ignari che a consegnarglieli è stato Alfio.
Il giudice continua a indagare a tutto campo e scopre che il commissario Cottoni (Pino Colizzi) ha comprato in un’armeria dei proiettili, corrispondenti a quello che ha ucciso Fortini.
Compreso che, nonostante l’assenza di prove, Trotti rischia di essere condannato, Alfio confessa al padre di essere l’autore dell’omicidio e gli comunica che si costituirà quando sarà arrestato chi ha ucciso Fortini.
Il giudice, dopo aver dato ordine di scarcerare Trotti, si reca dal procuratore generale e dà le dimissioni. Getta, poi, nel Tevere il pugno di ferro, arma del delitto, prova della colpevolezza del figlio.
In questo film abbastanza scolastico, privo di guizzi, Bolognini s’affida alla sceneggiatura di Ugo Pirro e Ugo Liberatore e prova a intercettare i fermenti giovanilisti di quegli anni, attraversati dai frequenti scontri tra operai, studenti e forze dell’ordine.
Sin, dalle prime battute, si intuisce che il regista non vuole schierarsi né da una parte, né dall’altra e, più che impaginare un pamphlet politico e militante, è fondamentalmente interessato alla figura del giudice, descritto come un onesto difensore della Legge, immune da pregiudizi politici, impegnato, in buona fede, a far trionfare la verità.
La scoperta che il figlio si è macchiato da un delitto, non solo lo addolora e lo disorienta, ma lo getta in una crisi profonda, fino a spingerlo a non credere più nella bontà della giustizia.
Come giudice, infatti, dovrebbe arrestare il figlio; come padre, sente il dovere di metterlo in salvo. Sceglierà la via del compromesso; fa scarcerare Trotti e non manda in galera il figlio.
Bolognini non cade nella tentazione di dirigere un poliziottesco, ma pone degli interrogativi relativi al funzionamento della giustizia in Italia.
Nel corso dell’interrogatorio, infatti, Trotti, arrestato ingiustamente, si rivolge, al giudice e commenta: ”Dovreste essere voi a provare la mia colpevolezza, ma in Italia è l’accusato che deve dimostrare la propria innocenza.”
Alfio, interpretato da Massimo Ranieri, alla terza prova con Bolognini, dopo Metello e Bubu, interpreta un adolescente sempre su di giri, corroso da una rabbia che rivolge sia all’esterno, partecipando agli scontri in piazza, che all’interno della famiglia.
Per tutta la durata del film, ha sempre un atteggiamento polemico, astioso e provocatorio nei confronti del padre e della madre (Valentina Cortese), ignari delle sue inclinazioni politiche e incapaci di comprendere il suo tormento interiore.
Un personaggio, quello di Alfio, nel complesso, troppo caricato, a tratti anche respingente, che finisce per mettere in ombra le ragioni della sua giusta battaglia politica.
Nel cast Mariano Rigillo, nei panni di un prete che, in nome degli ultimi, abbraccia gli ideali degli extraparlamentari, testimonia a favore di Trotti, ma non viene creduto. Maria Monti canta una canzone di lotta.
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