Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli – 1965 – Italia – Durata 122’ – B/N – V.M 14

17 Febbraio 2021 | Di Ignazio Senatore
Io la conoscevo bene  di Antonio Pietrangeli – 1965 – Italia – Durata 122’ – B/N – V.M 14
Schede Film e commento critico di Ignazio Senatore
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Giunta a Roma da un paesino di campagna della Toscana, Adriana (Stefania Sandrelli) è facile preda di uomini senza scrupoli che approfittano della sua innocente ingenuità. Dopo aver prestato servizio come cameriera e come parrucchiera, incontra Cianfranna (Nino Manfredi) un fotografo tuttofare che bazzica nel mondo della celluloide. Ma le porte del grande cinema non si spalancano ed Adriana riesce ad ottenere solo una particina in un film mitologico e a fare da testimonial per la pubblicità di un piccolo calzaturificio. La sua vita privata va sempre più a rotoli e, pur di elemosinare qualche carezza e qualche piccola attenzione, Adriana salta da un letto ad un altro. Incinta, abortisce e quando finalmente la fortuna sembra bussare alla porta ed è intervistata dal cinegiornale, il regista la ridicolizza facendola apparire come un’oca giuliva. Delusa e sempre più sola, si lancia nel vuoto dal balcone di casa.

Piccolo capolavoro che segnò la definitiva consacrazione di un regista troppo sottovalutato da pubblico e critica. Adriana, una delle figure femminili più tenere e fragili che il cinema italiano ricordi, con una invidiabile naturalezza continua a subire in silenzio le angherie, le umiliazioni e lo sfruttamento degli uomini che le ronzano intorno; Dario (Jean Claude Brialy) un dongiovanni incontrato per caso, dopo averla invitata al ristorante e aver trascorso la notte con lei in un hotel, di buon mattino sgaiattola via, costringendola a pagare il conto; quando lavorava come domestica, aveva dovuto subire, sulle scale di un palazzo, una violenza sessuale da parte del padrone di casa e successivamente, era diventata oggetto delle malsane attenzioni del titolare di un negozio dove lavorava come commessa. Dopo aver frequentato per qualche tempo Fausto (Joachim Fuchsberger) un giovane scrittore, Adriana gli chiede di descrivere Milena, la protagonista del suo prossimo romanzo. Lui, senza battere ciglia, le risponde: “E’ una come tante. Portarsela a letto per tipi come lei non è un problema. Le va bene tutto, è sempre contenta, non desidera mai niente, non invidia nessuno, è senza curiosità. Non si sorprende mai, le umiliazioni non le sente, eppure povera figlia, dico io gliene capitano tutti i giorni. Le scivola tutto addosso, senza lasciare traccia come se avesse un giubbotto impermeabilizzato. Ambizioni zero, morale nessuna, neppure quella dei soldi, perché non è nemmeno una puttana. Per lei ieri e domani non esistono, non vive neanche giorno per giorno perché già questo la spingerebbe a programmi troppo complicati, perciò vive minuto per minuto; prendere il sole, sentire i dischi e ballare sono le sue uniche attività..” Il film non risparmia un’aspra critica agli squallidi personaggi che frequentano il sottobosco cinematografico ed è attraversato da un sottile velo di melanconia. Accanto ad Adriana sfilano una seria di poveracci sconfitti dalla vita; su tutti Baggini (Ugo Tognazzi) un attore in bolletta che, nella speranza di ottenere una porticina in un film, si esibisce in un tip-tap così forsennato che mette a rischio le coronarie ed Emilio (Mario Adorf) un pugile soprannominato Bietolone per la sua lentezza sul ring. Il titolo, volutamente beffardo ed ironico, è un ulteriore attacco contro la superficialità dei rapporti, le false apparenze ed i frettolosi giudizi con i quali si è spinti ad inquadrare le persone. Il film contiene il meglio della canzone italiana di quegli anni; “Mani bucate” di Sergio Endrigo, “Roberta” di Peppino di Capri, “Letkiss” delle gemelle Kessler. Tre Nastri d’argento 1966.

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