La corruzione di Mauro Bolognini – Italia, Francia – 1963 – Durata 83’- B/N

3 Febbraio 2026 | Di Ignazio Senatore
La corruzione di Mauro Bolognini – Italia, Francia – 1963 – Durata 83’- B/N
Schede Film e commento critico di Ignazio Senatore
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Dopo aver frequentato il collegio Alma Mater, e conseguito il diploma superiore, Stefano Mattioli (Jacques Perrin), adolescente sensibile e inquieto, medita di farsi prete. Come prima tappa va a trovare la madre (Isa Miranda), ricoverata in una clinica per malattie mentali, affetta da un’insonnia resistente, e in trattamento con la cura del sonno.

  Il padre, Leonardo (Alan Cuny), accorsato editore milanese, è convinto che il figlio, terminati gli studi, lavori al suo fianco in azienda.

  Stefano si reca nella casa editrice proprio quando il padre convoca un magazziniere (Bruno Cattaneo) e gli comunica di aver scoperto un ammanco di circa ottocento mila lira. Il dipendente prova a scusarsi, dichiara che è innocente, ma il padre non vuol sentire ragioni e, pur sapendo che con il suo stipendio da fame, l’uomo non potrebbe mai colmare il disavanzo, gli comunica che entro tre giorni deve ripianare il deficit.

    Stefano partecipa, subito dopo, a un party dove incontra Morandi (Ennio Balbo), uno scrittore antifascista, confinato cinque anni a Ponza, ormai deluso e disincantato, che lavora per la casa editrice.

     Stefano comunica al padre che vuole diventare novizio e entrare in convento. Leonardo, che non condivide la sua scelta, cerca di capire cosa l’abbia spinto a prendere questa drastica decisione, poi. dopo aver finto di assecondarlo, lo convince a partire con lui per una breve crociera sul suo panfilo.

   Con loro, Adriana (Rosanna Schiaffino), una prostituta d’alto bordo, che si è fatta fotografare nuda per delle riviste osé. Lei inizia a stuzzicare Stefano, gli chiede se è mai andato a letto con una donna e gli fa gli occhi dolci.

    Dopo aver cercato di convincerlo a cambiare idea, Leonardo ricorda a Stefano che, essendo minorenne, se vuole indossare la tunica, deve attendere il compimento dei ventuno anni, perché lui non lo autorizzerà mai. Poi, a muso duro, stigmatizza la sua scelta di andare in convento, dettata, a suo dire, dalla paura di affrontare le responsabilità, al pari della madre, che si nasconde in una clinica per malattie mentali.

    Deluso, Stefano finisce tra le braccia di Adriana. Corroso dai sensi di colpa per aver ceduto alle proprie spinte istintuali, va in crisi.

Ritornato nell’ufficio del padre, assiste al suicidio del magazziniere che si lancia nel vuoto. Il padre, cinico e arido, non si scompone ed emette un assegno di un milione al padre dello sventurato e affida, poi, a Morandi il compito di evitare che la notizia appaia sui giornali.

    Stefano è sconvolto, vaga di notte per la città, telefona ad Adriana, che, senza troppi giri di parole, gli svela che era stata l’amante del padre e che l’aveva invitata apposta sul panfilo, per sedurlo.

    Sul finale, Stefano, avendo compreso che non si può cambiare il mondo, stanco di lottare contro i mulini a vento, accetta di godersi i suoi soldi e sposare la visione cinica e opportunistica della società abbracciata dal padre.

   Dopo le disavventure commerciali con Accattone e Mamma Roma diretti da Pier Paolo Pasolini, il produttore Alfredo Bini spinge per produrre un film a basso costo e con Rosanna Schiaffino, la moglie, nel ruolo della protagonista.

   Bolognini s’affida a un soggetto di Ugo Liberatore, coadiuvato, poi, in sede di sceneggiatura da Fulvio Gicca Palli, e ambienta la vicenda, prevalentemente, sul panfilo di proprietà dello stesso Bini.

    Nei titoli di testa compare una frase, in exergo, di Charles Baudelaire: “Anche se Dio esistesse, la religione sarebbe per sempre sacra e divina.

      Seppur massacrato dalla critica, il film è uno delle opere più significative e riuscite di Bolognini. A mio parere, è il più incisivo, sferzante e corrosivo che il regista abbia mai diretto, più politico di Metello e di Libera, amore mio, dove sventolano le bandiere rosse e nere degli anarchici.

   Il film, infatti, impreziosito da dialoghi acuti e profondi, più che mostrare l’ennesimo percorso di formazione di un adolescente e la sua iniziazione al sesso, come evocato nel titolo, è un duro attacco alla società capitalistica.

In primo piano, infatti, c’è lo scontro tra il figlio idealista e il padre, spregiudicato uomo d’affari, ed è netta la contrapposizione tra morale e profitto, tra sentimenti e cinismo.

      Sin dalle prima battute, Leonardo espone al figlio, la propria disinvolta visione del mondo: “Se mi fossi lasciato sopraffare dai sentimenti, a quest’ora starei a vendere libri su una bancarella. E invece ho cinquecento dipendenti e se c’è un ramo marcio, bisogna potarlo subito, se vuoi che la pianta rimanga sana. Quando sarai te il padrone qua dentro. ti accorgerai che ci sono due morali; una per chi deve comandare e una per chi deve obbedire. Un giorno dovrai prendere decisioni spiacevoli, in contrasto con i tuoi sentimenti, ma ci sarà sempre una contropartita e darai lavoro a cinquecento famiglie, che vuol dire. Dici niente?  cinquecento padri che avranno assicurato per sé e per i loro figli l’avvenire. E questo è quello che conta, perché il resto sono tutte balle.

    Successivamente, Stefano chiede al padre se crede nelle idee. Lui taglia corto e di rimando, gli risponde: “Non vado più a scuola. Sono un industriale, uno che crede nei fatti, non nelle idee. E domani sarai anche tu un industriale, ora che hai finito la tua inutile istruzione.”

  Testardo e cocciuto, Leonardo non demorde e prova a fare cambiare idea al figlio: “Tu crederesti in Dio, nel figliolo, nello Spirito Santo e nell’immacolata concezione? Ti rendi conto? Gli uomini stanno per andare sulla luna e tu credi ancora a queste panzane qua? E dire che sei un ragazzo intelligente. Come è possibile crederci?”.   

Stefano chiude lo scambio con un laconico: “Esistono valori più alti del denaro. In un mondo che non è religioso, io voglio vivere religiosamente.”

    Non meno significativo, nelle prime battute del film, il batti e ribatti tra Stefano e lo scrittore Morandi che, disincantato, dichiara: “L’Italia non è un paese di idee, è un paese di elettrodomestici. Mi meraviglia che lei mi abbia letto.”

E quando Stefano, gli risponde: “Ma non sono le idee che fanno la storia?”, Morandi replica: “No, no sono gli oggetti o meglio, un certo numero di oggetti invendibili.”

Cuny, attore gigantesco, troppo rigido e austero, risulta poco credibile nei panni di un industriale milanese. Perrin è come sempre un incanto. Fresca a disinvolta la Schiaffino. Il film fu premiato al Festival Internazionale di San Sebastian.

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