La vena d’oro di Mauro Bolognini – Italia – 1955 – Durata 98’- B/N

4 Gennaio 2026 | Di Ignazio Senatore
La vena d’oro di Mauro Bolognini – Italia – 1955 – Durata 98’- B/N
Schede Film e commento critico di Ignazio Senatore
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Primi del Novecento. Rimasta vedova, ancora giovane, Maria (Marta Toren) vive in una villa nei dintorni di Roma, in compagnia di Corrado (Mario Girotti), il figlio sedicenne, e con Teresa (Titina De Filippo), la governante.

   Corrado, che coltiva da tempo una passione per l’archeologia, si presenta agli scavi diretti dal professor Stefano Manfredi (Richard Basehart). I due simpatizzano e Corrado invita a casa il professore. Basta qualche scambio tra Maria e Manfredi e i due intuiscono che sono l’uno attratti dall’altro.

   Corrado, intanto, innamorato platonicamente di Carlotta (Bianca Maria Ferrari), respinge, con insistenza, le avances della cugina, la matura contessa Carena (Elsa Vazzoler), che ha un debole per gli adolescenti.

    Maria e Manfredi vanno a Roma insieme per fare spese e Corrado, al loro ritorno, vista la luce negli occhi della madre, intuisce che tra lei e il professore è nato l’amore. 

   Deluso dal comportamento di Manfredi, reo di avergli portato via la madre, chiude la relazione con Carlotta e dichiara che non ha più interesse per l’archeologia.

    La notte di Capodanno, durante una festa, Corrado vede Manfredi baciare Maria e, disperato, fugge via. Maria, divorata dai sensi di colpa, decide di dare un taglio alla relazione con Manfredi, vendere casa e trasferirsi in un’altra città.

    Carlotta, intanto, scopre dove si è rifugiato Corrado e i due, sorpresi dalla pioggia, si rifugiano in un capanno e rientrano a casa al mattino. I genitori di Carlotta, per punirla per la notte passata da sola con Corrado, la spediscono in collegio.

    Corrado è disperato e, allora, Maria gli detta una lettera appassionata, indirizzata all’amata, dalla quale trapela il proprio tormento per aver rinunciato all’amore per Manfredi.

Sarà Teresa che, dopo aver accusato Corrado di essere un inguaribile egoista, lo convince ad andare da Manfredi e spingerlo nuovamente tra le braccia della madre.

    Alla terza regia, Bolognini impagina un melodramma sentimentale, tratto dall’omonima commedia del bolognese Guglielmo Zorzi, scritta nel 1919, e portata già sullo schermo dall’autore nel 1928.

   Più che per i meriti estetici, il film va segnalato per due novità; è la prima volta che il regista pistoiese si cimenta in un film in costume e propone un adattamento da un’opera letteraria, in luogo di un soggetto originale.

    Il risultato non è, però, eccellente e il regista pistoiese non governa a sufficienza un testo che ha una struttura narrativa alquanto esile.  

Al centro della narrazione, Corrado, un giovane viziato, capriccioso e prepotente, legato edipicamente alla madre.

   Bolognini cede nelle secche del sentimentalismo e lastrica la vicenda dalle copiose lacrime che rigano le guance di Maria, Ad appesantire la fruizione della pellicola, la stucchevole e pomposa colonna sonora di Carlo Rustichelli. Mario Girotti, non ancora noto come Terence Hill, in un ruolo drammatico, guadagna la sufficienza. Troppo statici e figè la svedese Toren e Baseart.

 

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