La Viaccia di Mauro Bolognini- Italia, Francia– 1961 – Durata 103’- B/N- Italia, Francia– 1961 – Durata 103’- B/N

28 Gennaio 2026 | Di Ignazio Senatore
La Viaccia di Mauro Bolognini- Italia, Francia– 1961 – Durata 103’- B/N- Italia, Francia– 1961 – Durata 103’- B/N
Schede Film e commento critico di Ignazio Senatore
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Firenze 1885. Prima di morire, il vecchio Casamonti, lascia intendere che La Viaccia, un terreno adiacente il cimitero, spetti in eredità al figlio Stefano Casamonti (Pietro Germi), che, con sacrificio, lo coltiva da anni.

In assenza del testamento, grazie alla sua dialettica, Nando (Paul Frankeur), di professione vinaio, convince Stefano che il terreno spetta a lui perché primogenito, e gli promette che, alla sua morte, erediterà il podere. Stefano accetta senza fiatare, e Nando, mostrandosi generoso, accoglie, nella sua bottega di Firenze, Amerigo (Jean Paul Belmondo), detto Ghigo, figlio di Stefano.

In città, il giovane, s’imbatte, in Bianca (Claudia Cardinale), un’affascinante prostituta, che ricambia il suo amore. Per vederla, Ghigo ruba del denaro dalla cassa dello zio e, scoperto, è cacciato dalla bottega e ritorna, con la coda tra le gambe, a la Viaccia.

Ghigo e Bianca continuano a vedersi, ma lei, più concreta di lui, comprende che la loro storia non ha futuro, e continua a ricevere clienti.

Amerigo si strugge dalla gelosia, ma non è in grado di dare una svolta alla propria vita. Neppure la fascinazione della lotta degli anarchici, guidati da Dante (Romolo Valli), lo scuote dal torpore.

Pur amando Bianca, Ghigo è divorato da un malessere che lo corrode e, nel corso di uno dei tanti incontri, la picchia, senza alcuna ragione.

 La maitresse (Gina Sammarco), per non perdere Bianca, la prostituta più ricercata del bordello, assume Amerigo, come buttafuori.

Zio Nando è in fin di vita, ma la scaltra Beppa (Marcella Valeri), la donna, con la quale lui vive da trent’anni, chiama al capezzale il prete, lo costringe a sposarla, e si impossessa del denaro che lui aveva gelosamente nascosto sotto una mattonella, accanto al letto.

Alla presenza di Ghigo, che lo irride, Stefano prende atto che l’eredità è sfumata. Nel corso del Carnevale che si festeggia nel casino, Ghigo prende a pugni uno dei clienti (Claudio Biava), più assidui di Bianca, vestito da Arlecchino, che, reagisce, accoltellandolo.    

Dopo una breve degenza in ospedale, Ghigo, ancora sofferente, si reca al casino e chiede di Bianca. Ma lei ha deciso di troncare la loro relazione e fa dire alla tenutaria che non lavora più nel casino. Ghigo, però, un attimo dopo, scopre la palese bugia, perché intravede Bianca attraverso i vetri di una porta. 

Non gli resta che ritornare alla Viaccia, ma è ferito e, prima di morire, vede la vedova di Zio Nando che umilia Stefano.

 Bolognini s’ispira al romanzo L’eredità di Mario Pratesi, pubblicato nel 1889 e ambientato mezzo secolo prima, e s’affida, in sede di sceneggiatura al contributo di Vasco Pratolini, Pasquale Festa Campanile e Massimo Franciosa, i quali posticipano l’azione di circa sessant’anni.

In apertura, compare la scritta che rimanda a un sonetto di Shakespeare: “Raccontami una storia, allegra o mesta? Allegra più che puoi. C’era una volta un cimitero…”

In questo melodramma, amaro e senza speranza, sullo sfondo di una Firenze piovosa, il regista toscano ambienta la vicenda, prevalentemente, nella casa di tolleranza dove risplende la radiosa bellezza di Bianca.

Al centro della narrazione, più che l’amore tormentato tra i due giovani amanti, spicca la famiglia patriarcale dei Casamonti, composta da due fratelli avidi, che si battono per l’eredità de la Viaccia, ma, entrambi, sul finale, saranno beffati dalla perfida e cinica Beppa.

 Spezzato dentro, da un’inquietudine che lo divora, Ghigo disprezza il padre, un uomo che ha lavorato tutta la vita come un mulo, restando in miseria, sottomesso a un fratello prepotente e spilorcio, che gli ha sottratto, in maniera meschina la Viaccia. Ghigo, che non ama coltivare la campagna, non trova stimoli nel lavoro in bottega, né nella frequentazione degli anarchici.

Smarrito, allaccia la relazione con Bianca, e, consapevole della propria inerzia emotiva, non la illude, nè le promette di tirarla fuori dal casino.

Bianca, all’opposto, decisa, fiera e indipendente, è una donna che, sin da giovanissima, ha fatto i conti con la durezza della vita e, non avendo altri alibi, per giustificare una professione che disprezza, finge di illudersi che il denaro che riceve dai clienti, possa ripagarla delle delusioni subite.

Rinchiusi in un cassetto, sogni e aspirazioni, pur trafitta dalle frecce di Cupido per il bel Ghigo, Bianca non prova neanche a scuoterlo dalla sua indolenza, consapevole che, dannato, non troverà mai la forza di reagire da un’indolenza che lo paralizza.    

 Bolognini sposta la vicenda da Siena a Firenze, e s’affida a una regia volutamente fredda e distaccata, che rimanda a un taglio d’ispirazione naturalistica. La vicenda riecheggia i drammi verghiani e l’ossessione per “la roba”, che accomuna sia il mondo contadino che quello cittadino.

Non a caso, Nando, un attimo prima di esalare l’ultimo respiro, tira fuori dal suo nascondiglio segreto, una manciata di banconote e le stringe al petto.

Claudia Cardinale, doppiata da Rita Savagnome, si fonde alla perfezione con il personaggio di Bianca. Belmondo, dona a Ghigo quel tocco perfetto di ribellione, sfacciataggine e tenerezza. L’attore francese, doppiato da Giancarlo Sbragia, fu scelto, viste le indisponibilità di Alain Delon e Sami Frey. Poiché era impegnato al tempo sul set de La Ciociara, Bolognini girò le scene nelle quali era impegnato, in venti giorni e senza controcampo. Premiati con un Nastro d’argento, Bice Brichetto, per gli splendidi costumi e Flavio Mogherini per la magnifica scenografia, che rimanda ai quadri di Henry de Toulouse – Lautrec e dei macchiaioli fiorentini.  Ipnotiche le note di Rapsodia per sassofono di Claude Debussy.

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