La vita segreta delle parole

20 Dicembre 2014 | Di Ignazio Senatore
La vita segreta delle parole
Schede Film e commento critico di Ignazio Senatore
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 Hanna (Sara Polley) timida ed introversa non ha mai preso un giorno di ferie. La sua amministrazione le impone una vacanza di un mese e lei accetta di lavorare come infermiera su una piattaforma in mezzo al mare e di assistere, a tempo pieno, Jospeh (Tim  Robbins) un operaio rimasto ustionato nel (vano) tentativo di salvare un collega di lavoro. Hanna si prende cura di lui e lo assiste, amorevolmente. Man mano le distanze emotive tra i due si accorciano e Jospeh intuendo che lei nasconde dentro di sé un penoso segreto, prova a farle aprire il suo cuore ed a liberarla da quel misterioso fardello che le toglie il respiro. Le condizioni di Joseph si aggravano ed Hanna, dopo aver suggerito un suo ricovero in ospedale, ritorna a lavorare in fabbrica. Joseph migliora, si reca da Inge (Julie Christie) la psicoanalista che per anni aveva sorretto psicologicamente Hanna ed ha una conferma del segreto che la sua amata covava nell’anima. Testardo e cocciuto vola a Copenaghen e confessa ad Hanna di non poter più vivere senza di lei.

Il film, carico di spiazzante umanità, è ambientato (non a caso) su una piattaforma in mezzo all’oceano per sottolineare ancora di più l’estrema solitudine dei due protagonisti. Senza scadere nel sentimentale la vicenda mostra due creature accomunate da identiche sofferenze; quelle di Joseph più esterne e visibili e quelle di Hanna, più interne e nascoste. La regista affronta con tocco sensibile e struggente il trauma della protagonista, lo tiene sottotraccia per (quasi) tutta l’intera vicenda e lo svela nell’intenso finale; Hanna, dopo essere stata sequestrata insieme ad altre donne durante la guerra dei Balcani, era stata, ripetutamente, picchiata e violentata da alcuni soldati. Per tutto il film Coixet mostra Hanna che s’aggira sullo schermo come un animale ferito che, ha imparato negli anni a leccarsi in silenzio le proprie ferite ed a soffocare dentro di sé il proprio dolore. La sua sofferenza si sente, si tocca e la regista sceglie (giustamente) di non aggiungere orrore ad orrore e lascia fuori campo le scene delle violenze sessuali subite dalla protagonista. L’happy- end può sembrare un po’ mieloso ma è, invece, dosato alla perfezione e privo di sgocciolamenti sentimentali, sembra suggerire che è possibile lasciarsi l’inferno alle spalle solo se s’incontra sulla propria strada un’altra persona che ha oltrepassato (anche lui) il muro dell’umana sofferenza. Da segnalare lo struggente e poetico finale; Joseph chiede ad Hanna di andare a vivere con lui, ma lei, esitante, prende tempo e gli dice: “Non posso, altrimenti un giorno potremmo trovarci nella stessa stanza, ed io potrei cominciare a piangere senza riuscire a fermarmi, e la stanza riempirsi a tal punto da farci annegare”. Un attimo dopo, senza esitare, Joseph le lancia un tenero sguardo e le risponde: “Imparerò a nuotare.” Toccanti i brani musicali di Juliette Greco e di David Byrne e struggenti All the world is green di Tom Waits e Hope there’s someone di Antony and the Johnsons,  Prodotto da Pedro Almodòvar.

 

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